LA STORIA DEGLI STUDI E I PRECEDENTI DELLO SCAVO  

Dal XIX secolo si hanno notizie di rinvenimenti archeologici sul colle

(fig. 4), quasi tutte non verificabili, ma accuratamente annotate da vari stu-diosi.

Dall’erudito locale Lenarduzzi, autore nel 1905 del libro Il castello di

Chiaromonte e la chiesa di S. Agnese in Forgaria, sappiamo di un tesoretto di

26 monete d’argento, tutte uguali, trovato nel 1865, nonché di una moneta

del re macedone Filippo II (356 - 336 a.C.), padre di Alessandro Magno, e di

una dell’imperatore romano Antonino Pio (138 - 161 d.C.).

Un altro tesoretto di monete definite “barbare”, cioè forse preromane, sa-rebbe

stato rinvenuto a Cornino, ai piedi della collina di Castelraimondo, co-me

ricorda lo studioso V. Ostermann in una sua conferenza all’Accademia di

Udine nel 1879: due di queste monete celtiche, d’argento, dovrebbero essere

state donate al Museo Civico di Udine.

La dotta e documentatissima opera Forgaria - Flagogna - Cornino - S. Roc-co,

pubblicata a Udine nel 1977 da monsignor Biasutti, raccoglie scrupolosa-mente

le notizie dei rinvenimenti sul colle, come quelle della fine dell’Otto-cento

su monete anche d’argento trovate dai paesani in località Foran di Pe-col,

oltre la Pustòta (settore di scavo V), e sul Planc de la Fontana (settore di

scavo IV). Monsignor Biasutti tratta queste notizie con grande prudenza, sia

per correttezza scientifica - mancando l’esame diretto delle monete non era

né è possibile verificarne l’autenticità -, sia perché l’intermediario in alcuni

casi è stato un celebre falsario ottocentesco, cosa che rende quindi la notizia

poco attendibile. L’Autore si meraviglia che quasi tutti i rinvenimenti siano

avvenuti nella zona di Castelraimondo, e non nel castello di Flagogna che egli

ritiene assai più importante nelle vicende storiche medioevali. Oltre ai reper-ti

numismatici, ne ricorda altri, sulla base di fonti scritte ottocentesche e ora-li

più recenti: “olle cinerarie”, palle di pietra, punte di lancia e di freccia, col-telli,

“ossa grandi di uomini grandi”, che però non sono giunti fino a noi. Al-tre

scoperte invece, come le strutture ancora visibili cinquant’anni fa, sem-brano

identificabili con alcune di quelle messe in luce dai recenti scavi: il

“pozzo” di Planc de la Fontana potrebbe essere la torre, e i “ruderi in calce”

sulla Pustòta dovrebbero essere i muri romani dell’edificio del settore V.

In tempi molto più recenti, l’attenzione per l’antica storia di Forgaria si

rinnova dopo il devastante terremoto del 1976 cui la piccola comunità di For-garia

paga un contributo altissimo. La perdita del tradizionale aspetto del

paese, interamente ricostruito dopo il sisma, e la coincidente pubblicazione

dell’opera del Biasutti, stimolano la ricerca delle proprie radici, del proprio

luogo perduto nel tempo ma non nella memoria.

La curiosità verso antiche e affascinanti leggende, quale quella del vitello

d’oro sepolto sotto un albero del colle o gettato nell’Arzino, spinge dal 1983

alcuni appassionati locali a scavi che mettono in luce numerose strutture e

materiali anche rari, quali metalli e vetri, oltre alla più ricorrente ceramica. I

danni sono purtroppo irrimediabili, come sempre in questi casi, ben noti al-l’Italia

tutta, preda delle razzie dei “tombaroli”. Le costruzioni sono infatti

danneggiate nella stratigrafia e nella struttura, e i materiali, solo in parte ri-consegnati,

vengono per sempre decontestualizzati perché accompagnati da

indicazioni di provenienza confuse, contraddittorie, scientificamente inaffi-dabili

e dunque ormai inutili per la ricostruzione della storia del sito, obiet-tivo

di qualunque indagine archeologica; per questi motivi verranno sempre

contrassegnati con l’indicazione “sporadico, dal pozzo” o “sporadico, Pustò-ta”,

ipotizzando come luogo di provenienza il più probabile, tra quelli parti-colarmente

presi di mira dagli scavi abusivi. Moltissime possibilità di cono-scenza

sono andate così perdute.

Le scoperte, data la risonanza nella stampa locale, servono però a susci-tare

l’attenzione della sezione friulana dell’Istituto Italiano dei Castelli, in

questo periodo impegnata in sondaggi e ricerche nel castello di S. Giovanni,

a Flagogna. In collaborazione con l’Istituto di Archeologia dell’Università di

Bologna e con l’Istituto di Storia dell’Università di Udine, che dirige la mis-sione,

nel 1985 iniziano alcuni sondaggi stratigrafici del sito, ai quali prende

parte anche chi scrive, presente in tutte le successive campagne di Castelrai-mondo

(per la definizione di scavo stratigrafico, si veda il Cap. IV, La meto-dologia

dell’indagine archeologica, Par. 1. Lo scavo stratigrafico). I risultati

delle prime ricerche, mirate prevalentemente ad indagare le strutture messe

in luce dai clandestini (denominate settori di scavo II e III) per tentarne un

recupero ed un’interpretazione, sono tempestivamente pubblicati nel 1987

(Il colle abbandonato di Castelraimondo. Testimoniare il passato con i metodi

del presente): si individuano le tracce del periodo medioevale di Castelrai-mondo,

anche se irrimediabilmente disastrate dagli scavi abusivi. L’intero col-le

risulta però insediato sulla base di altri sondaggi (settori di scavo I, IV e V)

che rivelano più antiche fasi di vita dell’insediamento.

Nel 1988, dopo una pausa di due anni, l’indagine sistematica viene defi-nitivamente

affidata al Dipartimento di Archeologia dell’Università di Bolo-gna

che realizza numerose campagne con un’équipe di lavoro composta an-che

da studiosi degli Istituti di Storia e Archeologia delle Università di Udi-14

ne, di Venezia, di Atene e del Departement of Urban Archaeology del Mu-seum

of London. I risultati scientifici degli scavi e dello studio dei materiali

vengono pubblicati per gli studiosi nei due volumi, èditi nel 1992 e nel 1995,

Castelraimondo. Scavi 1988-1990. I-Lo scavo, e II- Informatica, archeometria

e studio dei materiali. Altri contributi su temi specifici compaiono in seguito

su riviste e in convegni (si veda in proposito la bibliografia di riferimento). Il

presente volume, pubblicato in occasione della mostra “Zuc ‘Scjaramont -Castelraimondo.

I segreti del colle” e dell’allestimento del parco archeologico

di Castelraimondo, sintetizza i risultati della ricerca per un pubblico di non

specialisti dell’archeologia.

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