Rosanna Ghetti

I SEGRETI DI CASTELRAIMONDO
COMUNE DI FORGARIA NEL FRIULI

Si ringraziano per la cortese disponibilità  alla pubblicazione delle immagini il Dipartimento di Archeologia dell’Università degli Studi di Bologna e la casa editrice l’Erma di Bretschneider.

Un sentito grazie alla professoressa Sara Santoro

per i preziosi consigli.

© Copyright 1999

Comune di Forgaria del Friuli

“Le cose che egli [l’archeologo] trova non sono di sua proprietà, da poter trat-tare

come gli aggrada, o trascurare a suo piacimento. Sono un legato affidato

direttamente dal passato all’epoca presente. Egli è solo l’intermediario privi-legiato

attraverso le cui mani ci pervengono; e se, per negligenza, trascura-tezza

od ignoranza, sminuisce quella somma di conoscenze che si sarebbero

potute ottenere da loro, sappia di essere colpevole di un crimine archeologi-co

di prima grandezza. La distruzione di testimonianze è così dolorosamente

facile ed anche perdutamente irreparabile” (H. Carter - A. C. Mace, La tom-ba

di Tutankhamon, vol. 1, Londra 1924, p. 124).

Unione Europea

Fondi F.E.R.S.

Repubblica Italiana

Regione Autonoma

Friuli-Venezia Giulia

Provincia di Udine

Comune di

Forgaria nel Friuli

Lima spa

È con particolare piacere che l’Amministrazione regionale vede la pubblica-zione

di questo libro con gli auspici ed il contributo finanziario del Programma

Operativo INTERREG II Italia/Austria II e non soltanto perché il progetto

ARGE VIRUNUM all’interno del quale il libro si colloca è un bel progetto di

concreto interesse transfrontaliero, come è attestato anche dallo sviluppo di una

parte del progetto in territorio austriaco.

Infatti, mentre negli altri programmi operativi della seconda generazione

INTERREG, siano essi transfrontalieri che transnazionali, sono già stati pub-blicati

diversi studi, ricerche ed Atti con il contributo di tale iniziativa comuni-taria,

è questa la prima pubblicazione afferente esclusivamente ad un progetto

di cooperazione tra partner del Friuli-Venezia Giulia e della Carinzia, che quin-di

potrà contribuire, speriamo insieme ad altre successive iniziative a stampa, ol-tre

che fare conoscere lo specifico progetto anche a diffondere i più ampi conte-nuti

progettuali del Programma Operativo ed a rafforzare i vincoli di collabora-zione

tra le comunità della nostra regione e della vicina Carinzia.

Pare, infine, doveroso complimentarsi con gli Autori dell’interessante ricer-ca

per il lavoro svolto e con l’Amministrazione comunale di Forgaria nel Friuli

per la capacità dimostrata nell’utilizzo puntuale delle risorse che l’Unione eu-ropea,

lo Stato e la Regione hanno messo a disposizione del progetto ARGE VI-RUNUM,

che certamente viene oggi a proporsi quale uno dei più interessanti

dell’intero Programma Operativo INTERREG II Italia/Austria.

dott. Roberto Antonione

Presidente della Giunta regionale del Friuli-Venezia Giulia

5

A pochi mesi dal terremoto del maggio 1976, uscì un importante studio sul-la

storia e sulle origini di Forgaria e del suo territorio “Forgaria - Flagogna -Cornino

- San Rocco” a cura di Mons. Guglielmo Biasutti (1904-1985) ricerca-tore

e storico forgarese.

Dalla lettura di quel ricchissimo e vasto spaccato della storia e della realtà for-garese

dei secoli passati, gli Amministratori e i cittadini del Comune di Forgaria ri-scoprirono

ciò che ormai era sepolto solo nella memoria di pochissimi anziani.

Storie sui Castelli di Scjaramont e di Flagogna e di castellani in lotta tra lo-ro

e, ancor più antiche leggende di insediamenti al tempo dei romani.

Le notizie suscitarono l’interesse anche di alcuni studiosi che si attivarono

per una prima campagna di scavi nel 1985.

A questa, seguì una sistematica campagna di scavi condotta dal Diparti-mento

di Archeologia dell’Università degli Studi di Bologna in collaborazione

con l’Università degli Studi di Udine.

Le Amministrazioni che si susseguirono nel tempo, sostennero tali ricerche

e ne nacque una prima esposizione del materiale rinvenuto sul sito di Castel-raimondo.

L’ampio periodo coperto dai ritrovamenti, vanno dal IV secolo a.C. al XIV

secolo cui corrisponde la definitiva distruzione del castello, ha fatto sì che si po-tesse

ipotizzare la realizzazione di un Parco Archeologico idoneo a dimostrare il

progredire e il mutare della vita e delle funzioni del sito nel tempo, e con ciò va-lorizzare

un’area inserendola in un ideale percorso di grande valenza naturali-stica

e storico-ambientale che si sviluppa nelle Prealpi Carniche, tra il Taglia-mento

e il Livenza.

Il programma INTERREG II, Italia-Austria, ha permesso di dare concreto

inizio a questo Parco Archeologico (realizzazione del 1° Lotto) che ha trovato nel-la

collaborazione tra i Comuni di Forgaria nel Friuli e di Maria Saal in Carinzia,

un forte strumento per un percorso di reciproca conoscenza e valorizzazione.

L’Amministrazione e la popolazione di Forgaria si augurano che, prose-guendo

la feconda collaborazione con gli Istituti Universitari, con la Soprinten-denza

della Regione Friuli Venezia Giulia e con adeguati supporti finanziari del

Programma INTERREG III, di prossima definizione, si possa portare a termi-ne

il Progetto del Parco Archeologico di Castelraimondo che può aiutare “la co-munità”

di Forgaria, da un lato a riscoprire ed amare le proprie radici, dall’al-tro

a costruire il mosaico del proprio sviluppo.

Forgaria nel Friuli, 30 agosto 1999

Il Sindaco

Biasutti p.i. Guglielmo

7

9

PREMESSA

Il colle di Castelraimondo (traduzione italiana del toponimo locale Zuc

‘Scjaramont) domina a Forgaria del Friuli la confluenza del torrente Arzino

nel Tagliamento, di fronte alla rupe di Ragogna.

La posizione elevata e strategica consentiva in antico, come oggi, di con-trollare

un amplissimo orizzonte della pianura friulana, da Osoppo al mare,

nonché il tratto finale della stretta valle dell’Arzino, percorso abbreviato e

protetto che, collegato direttamente alla valle del But, sale attraverso la Car-nia

verso i passi alpini che conducono nell’odierna Austria, il Noricum di età

romana (figg. 1, 2, 3).

E’ probabilmente dovuta a questi motivi, strategici e di sicurezza, la lun-ghissima

continuità di vita dell’insediamento sul colle, almeno dal IV secolo

a.C. al X d.C., ripreso tra la fine del 1200 e la metà del 1300.

ALLA RICERCA

DEGLI ANTICHI ABITATORI

13

Cap. I

LA STORIA DEGLI STUDI

E I PRECEDENTI DELLO SCAVO

Dal XIX secolo si hanno notizie di rinvenimenti archeologici sul colle

(fig. 4), quasi tutte non verificabili, ma accuratamente annotate da vari stu-diosi.

Dall’erudito locale Lenarduzzi, autore nel 1905 del libro Il castello di

Chiaromonte e la chiesa di S. Agnese in Forgaria, sappiamo di un tesoretto di

26 monete d’argento, tutte uguali, trovato nel 1865, nonché di una moneta

del re macedone Filippo II (356 - 336 a.C.), padre di Alessandro Magno, e di

una dell’imperatore romano Antonino Pio (138 - 161 d.C.).

Un altro tesoretto di monete definite “barbare”, cioè forse preromane, sa-rebbe

stato rinvenuto a Cornino, ai piedi della collina di Castelraimondo, co-me

ricorda lo studioso V. Ostermann in una sua conferenza all’Accademia di

Udine nel 1879: due di queste monete celtiche, d’argento, dovrebbero essere

state donate al Museo Civico di Udine.

La dotta e documentatissima opera Forgaria - Flagogna - Cornino - S. Roc-co,

pubblicata a Udine nel 1977 da monsignor Biasutti, raccoglie scrupolosa-mente

le notizie dei rinvenimenti sul colle, come quelle della fine dell’Otto-cento

su monete anche d’argento trovate dai paesani in località Foran di Pe-col,

oltre la Pustòta (settore di scavo V), e sul Planc de la Fontana (settore di

scavo IV). Monsignor Biasutti tratta queste notizie con grande prudenza, sia

per correttezza scientifica - mancando l’esame diretto delle monete non era

né è possibile verificarne l’autenticità -, sia perché l’intermediario in alcuni

casi è stato un celebre falsario ottocentesco, cosa che rende quindi la notizia

poco attendibile. L’Autore si meraviglia che quasi tutti i rinvenimenti siano

avvenuti nella zona di Castelraimondo, e non nel castello di Flagogna che egli

ritiene assai più importante nelle vicende storiche medioevali. Oltre ai reper-ti

numismatici, ne ricorda altri, sulla base di fonti scritte ottocentesche e ora-li

più recenti: “olle cinerarie”, palle di pietra, punte di lancia e di freccia, col-telli,

“ossa grandi di uomini grandi”, che però non sono giunti fino a noi. Al-tre

scoperte invece, come le strutture ancora visibili cinquant’anni fa, sem-brano

identificabili con alcune di quelle messe in luce dai recenti scavi: il

“pozzo” di Planc de la Fontana potrebbe essere la torre, e i “ruderi in calce”

sulla Pustòta dovrebbero essere i muri romani dell’edificio del settore V.

In tempi molto più recenti, l’attenzione per l’antica storia di Forgaria si

rinnova dopo il devastante terremoto del 1976 cui la piccola comunità di For-garia

paga un contributo altissimo. La perdita del tradizionale aspetto del

paese, interamente ricostruito dopo il sisma, e la coincidente pubblicazione

dell’opera del Biasutti, stimolano la ricerca delle proprie radici, del proprio

luogo perduto nel tempo ma non nella memoria.

La curiosità verso antiche e affascinanti leggende, quale quella del vitello

d’oro sepolto sotto un albero del colle o gettato nell’Arzino, spinge dal 1983

alcuni appassionati locali a scavi che mettono in luce numerose strutture e

materiali anche rari, quali metalli e vetri, oltre alla più ricorrente ceramica. I

danni sono purtroppo irrimediabili, come sempre in questi casi, ben noti al-l’Italia

tutta, preda delle razzie dei “tombaroli”. Le costruzioni sono infatti

danneggiate nella stratigrafia e nella struttura, e i materiali, solo in parte ri-consegnati,

vengono per sempre decontestualizzati perché accompagnati da

indicazioni di provenienza confuse, contraddittorie, scientificamente inaffi-dabili

e dunque ormai inutili per la ricostruzione della storia del sito, obiet-tivo

di qualunque indagine archeologica; per questi motivi verranno sempre

contrassegnati con l’indicazione “sporadico, dal pozzo” o “sporadico, Pustò-ta”,

ipotizzando come luogo di provenienza il più probabile, tra quelli parti-colarmente

presi di mira dagli scavi abusivi. Moltissime possibilità di cono-scenza

sono andate così perdute.

Le scoperte, data la risonanza nella stampa locale, servono però a susci-tare

l’attenzione della sezione friulana dell’Istituto Italiano dei Castelli, in

questo periodo impegnata in sondaggi e ricerche nel castello di S. Giovanni,

a Flagogna. In collaborazione con l’Istituto di Archeologia dell’Università di

Bologna e con l’Istituto di Storia dell’Università di Udine, che dirige la mis-sione,

nel 1985 iniziano alcuni sondaggi stratigrafici del sito, ai quali prende

parte anche chi scrive, presente in tutte le successive campagne di Castelrai-mondo

(per la definizione di scavo stratigrafico, si veda il Cap. IV, La meto-dologia

dell’indagine archeologica, Par. 1. Lo scavo stratigrafico). I risultati

delle prime ricerche, mirate prevalentemente ad indagare le strutture messe

in luce dai clandestini (denominate settori di scavo II e III) per tentarne un

recupero ed un’interpretazione, sono tempestivamente pubblicati nel 1987

(Il colle abbandonato di Castelraimondo. Testimoniare il passato con i metodi

del presente): si individuano le tracce del periodo medioevale di Castelrai-mondo,

anche se irrimediabilmente disastrate dagli scavi abusivi. L’intero col-le

risulta però insediato sulla base di altri sondaggi (settori di scavo I, IV e V)

che rivelano più antiche fasi di vita dell’insediamento.

Nel 1988, dopo una pausa di due anni, l’indagine sistematica viene defi-nitivamente

affidata al Dipartimento di Archeologia dell’Università di Bolo-gna

che realizza numerose campagne con un’équipe di lavoro composta an-che

da studiosi degli Istituti di Storia e Archeologia delle Università di Udi-14

ne, di Venezia, di Atene e del Departement of Urban Archaeology del Mu-seum

of London. I risultati scientifici degli scavi e dello studio dei materiali

vengono pubblicati per gli studiosi nei due volumi, èditi nel 1992 e nel 1995,

Castelraimondo. Scavi 1988-1990. I-Lo scavo, e II- Informatica, archeometria

e studio dei materiali. Altri contributi su temi specifici compaiono in seguito

su riviste e in convegni (si veda in proposito la bibliografia di riferimento). Il

presente volume, pubblicato in occasione della mostra “Zuc ‘Scjaramont -Castelraimondo.

I segreti del colle” e dell’allestimento del parco archeologico

di Castelraimondo, sintetizza i risultati della ricerca per un pubblico di non

specialisti dell’archeologia.

15

Cap. II

L’INSEDIAMENTO DALTURA NEL TERRITORIO FRIULANO

TRA ETÀ PRE-ROMANA E MEDIO EVO

Gli abitati antichi collocati nell’area collinare (“in altura”) del Friuli, pre-sentano

per gli studiosi due momenti evolutivi di particolare difficoltà inter-pretativa:

il primo è il passaggio dalle culture indigene della protostoria - cioè

l’inizio dell’età storica, in queste zone precedente la romanizzazione, nel no-stro

caso coincidente con la tarda Età del Ferro celtica (IV- II secolo a.C.) -,

alla colonizzazione romana (la fondazione della colonia latina di Aquileia è

del 181 a.C.), il secondo è il passaggio dalla romanità (la caduta dell’impero

romano d’Occidente avviene nel 476 d.C.) all’alto Medio Evo (fino circa allo

VIII secolo d.C.).

Il problema riguarda la continuità dell’insediamento sia come manteni-mento

delle strutture edilizie abitative sia come modi di vita, articolazione

della società, cultura in generale ed economia.

Per quanto riguarda il primo momento problematico, gli studiosi di pro-tostoria

segnalano in Friuli una crisi del popolamento ed una grave recessio-ne

culturale e demografica, nella tarda Età del Ferro, dagli inizi del IV sino

al II secolo a.C.; quanto le genti celtiche possano aver influito su questa si-tuazione

è ancora difficile da definire. Le più recenti scoperte segnalano di-versi

abitati di cultura celtica o celtizzata in area pedemontana e montana, co-me

quelli di Paularo, Verzegnis, Raveo Monte Sorantri, Lauco, Amaro. Resta

aperto il problema di quanto questa presenza celtica fosse diversa dalle cul-ture

indigene.

L’insediamento d’altura nell’ambito delle culture celtiche del tardo pe-riodo

La Tène (corrispondente alla tarda Età del Ferro), è caratterizzato da

fortificazioni naturali e artificiali ed è differenziato in due tipologie, come

sappiamo anche dal De bello Gallico di Cesare che combatte i Celti nel cen-tro

Europa: oppida di vasta estensione, con numerosa popolazione residente

e con un’articolazione interna complessa, e castella, nuclei fortificati minori,

di ridotta estensione e meno numerosa popolazione, apparentemente più ap-partati

e probabilmente più antichi. E’ quest’ultimo modo dell’abitare del

mondo celtico e celtizzato, quello del Friuli al momento della conquista ro-mana,

adatto ad un’articolazione sociale per tribù e clan.

16

L’insediamento d’altura nell’Italia settentrionale in età romana sembra in-vece

svolgere un ruolo minore, legato allo sfruttamento di particolari econo-mie,

ad esempio della selva o delle miniere, rilevanti dal punto di vista della

ricchezza del territorio, ma ridotte da quello del popolamento ed emarginate

sotto il profilo sociale.

Le popolazioni delle Alpi orientali sono state per qualche tempo ostili ai

Romani, come gli autori antichi testimoniano. Anche dopo la conquista, la

politica romana in questi territori potenzialmente ostili, realizza sistemi di

controllo in cui accanto ed in stretta correlazione con la distribuzione colo-niale

delle terre in pianura, si costituiscono centri urbani di fondovalle per

diffondere i modelli di vita irradiati dal centro del potere, Roma. A questi po-li

del popolamento e del controllo sociale si accompagna la creazione di una

rete viaria con le relative infrastrutture di collegamento fra il popolamento

sparso e le nuove città, coagulo della popolazione (fig. 5); dove i centri urba-ni

anche minori non sono realizzabili o la loro distanza è troppo grande, le

strade e i villaggi (vici) o le stazioni per una breve sosta e il cambio dei caval-li

(mansiones), assolvono parzialmente la funzione di romanizzazione del ter-ritorio

e cioè di diffusione del sistema di vita romano.

Questa politica di popolamento romana è ben verificabile nella pianura

settentrionale del Friuli: 150 anni dopo la fondazione della colonia latina di

Aquileia (181 a.C.), caposaldo militare ed economico della regione, la fonda-zione

di Iulium Carnicum (Zuglio) e Forum Iulii (Cividale), corrisponde ap-punto

a questo schema che prevede l’innesto di centri urbani minori di fon-dovalle

lungo fondamentali assi viari, come elementi di controllo militare e

sociale, coaguli del popolamento e centri di irradiamento della cultura roma-na.

A questi centri non fanno capo solo i coloni delle fertili terre delle pianu-ra,

ma anche la popolazione indigena ancora sparsa nelle vallate minori, do-ve

ancora forte, e per lungo tempo, è il peso delle tradizioni, come il modo di

costruire, di abitare e di produrre gli utensili domestici. La conquista roma-na

in questi ambiti passa necessariamente attraverso l’acculturazione che può

aver luogo più che con le armi e l’imposizione amministrativa e politica, con

l’attrattiva esercitata dalle merci e dagli innumerevoli aspetti di una vita più

comoda e agiata.

In questa politica insediativa Castelraimondo, insediamento d’altura ro-mano

fortificato nei primi due secoli dell’impero, si giustifica perché colloca-to

all’interno del sistema di comunicazioni voluto da Augusto (sovrano dal 27

a.C. al 14 d.C.), in relazione alle sue imprese militari centroeuropee. Infatti il

colle costituisce un punto in connessione visiva ottimale con le alture di Oso-pus

(Osoppo) e Reunia (Ragogna), consentendo una trasmissione di segnali

rapidissima dal gomito del Tagliamento fino al mare. Come torre di guardia

(si veda il paragrafo 2 del Cap. III, I risultati dello scavo, relativo all’età ro-mana

di Castelraimondo), è indizio della necessità di controllo di un percor-17

so ritenuto importante o pericoloso, come quello che risale la valle dell’Arzi-no

come scorciatoia per la Carnia. Per lungo tempo il Friuli non è frontiera,

ma sicura retrovia, anche se non mancano sacche di resistenza alla conquista

romana da parte di tribù alpine nonché fenomeni di guerriglia e brigantag-gio.

Molti degli avvenimenti più drammatici della vita dell’impero tra III e V

secolo d.C. hanno come teatro il versante italico dell’arco alpino orientale. Il

Friuli, da sempre cerniera e terra di passaggio fra il mondo italico e quello ger-manico

e balcanico, è in questo periodo particolarmente esposto alle incur-sioni

di popoli barbari portatori di culture diverse, e alle scorrerie degli stessi

eserciti imperiali in lotta tra loro. Spezzato il legame tra abitati rurali e centri

urbani a causa non solo delle incursioni barbariche ma anche della crisi agra-ria,

delle epidemie, del brigantaggio, del decadimento degli assi di comunica-zione,

fin dagli inizi del III secolo d.C. si ritorna a forme di abitazione arroc-cate

e fortificate. Si ha una rioccupazione di siti d’altura protostorici ed una ri-presa

di tecniche edilizie tradizionali, mai del tutto abbandonate, ma ora con-giunte

a modi di vita di qualità molto inferiore rispetto al periodo precedente,

attribuiti alla “germanizzazione” progressiva della cultura degli abitanti; l’eco-nomia

appare ora frammentata in ambiti territoriali ridotti e circoscritti.

L’insediamento d’altura riprende dunque in età tardoimperiale come ri-fugio

dai pericoli della pianura. Si tratta di un insediamento misto, in parte

civile e in parte militare, con strutture fortificate atte a sostenere assedi. Bi-sogna

tuttavia ricordare che le principali e più grandi fortezze tardoromane so-no

poste sulle grandi vie di comunicazione, in pianura.

Solo da pochi anni sono stati scavati insediamenti d’altura tardoantichi, in

Italia settentrionale, come in Lombardia, in Trentino e in Friuli (fig. 6). La di-stinzione

tra installazioni propriamente militari - castra (accampamenti), castel-la

(fortezze), speculae (torri di guardia) - e opere di difesa civile sorte soprat-tutto

in età tardoantica - refugia (rifugi), ville fortificate -, risulta difficoltosa in

siti non sufficientemente indagati o non ben definiti sul piano funzionale, an-che

nell’area austriaca e slovena dove queste indagini sono state condotte ap-profonditamente

da più tempo. Un sito romano d’altura potrebbe anche esse-re

collegato ad iniziative isolate di difesa di singole comunità in tempi difficili,

oppure ad un tipo di insediamento stabile, alternativo ai luoghi paludosi di pia-nura

o legato alle attività tradizionali dell’ambiente montano: pastorizia e sfrut-tamento

del bosco o di miniere e cave in tempo di pace. L’analisi degli insedia-menti

d’altura va quindi affiancata a quella degli insediamenti di pianura, in

un’articolata visione economica di un mondo, quale quello romano, capace di

integrare e correlare economie diversificate attraverso una potente rete di co-municazioni

e commerci irradiata dai centri urbani.

Ancora diversa è la situazione dell’insediamento d’altura in età medioe-18

vale. La moltiplicazione dei centri del potere feudale conduce all’erezione di

castelli e fortezze, talvolta in relazione con insediamenti antichi, in qualche

caso riutilizzandone anche le rovine. Così accade che siano molti i castelli

friulani, spesso in collegamento visivo tra loro, che si ritengono costruiti su

precedenti insediamenti romani, talora anche preromani, indiziati da rinve-nimenti

di materiali e, più raramente, da resti edilizi.

19

Cap. III

I RISULTATI DELLO SCAVO

DI ZUC ‘SCJARAMONT - CASTELRAIMONDO

1. I primi abitanti del colle (l’età pre-romana)

Dopo una frequentazione sporadica probabilmente neolitica e dell’età

del rame, testimoniata da selci nere scheggiate, raschiatoi e lame rinvenuti

sparsi in superficie lungo il sentiero che sale alla Forcja e in altri punti della

collina, a Castelraimondo sorse un vero e proprio insediamento nel IV seco-lo

a.C..

Si trattava di un villaggio fortificato della tarda Età del Ferro. Era il pe-riodo

in cui, secondo le recenti ricerche nell’alta pianura del Friuli e della Ve-nezia

Giulia, questo tipo di insediamento con fortificazioni veniva piuttosto

abbandonato a causa di una crisi demografica variamente giustificata dagli

studiosi, mentre sorgevano nella fascia collinare veneta villaggi non fortifica-ti,

costituiti da casette seminterrate generalmente di un unico vano.

Il villaggio, grazie alla sua posizione particolarmente strategica (fig. 7),

controllava il transito di armenti e di materiale ferroso che dalle Alpi rag-giungeva

l’alto Adriatico; alcune fasi delle attività metallurgiche si svolgeva-no

all’interno dell’insediamento.

Le sue caratteristiche sono quelle degli insediamenti fortificati protosto-rici

dello stesso periodo messi in luce su entrambi i versanti dell’arco alpino

orientale: ritroviamo sia le mura, sia il modo in cui si dispongono i terrazzi ar-tificiali

con muri di contenimento a secco (figg. 8, 9, 10). Le mura sono ora

ridotte ad uno sfasciume di pietre (il cosiddetto “allineamento principale”) di

varie dimensioni, non squadrate e senza malta, con un percorso approssima-tivamente

circolare che, intorno alla sommità dell’altura, da quota 426 m.

s.l.m., risale fino a quota 437 sul lato est; a ovest, verso il Planc de la Fontana,

questo allineamento si prolunga con un braccio singolo che si colloca sul cri-nale

stesso del colle, in corrispondenza dello scorrimento delle falde. Questo

sfasciume è il risultato dell’azione di smantellamento di una struttura edifica-ta

dallo sviluppo lineare, di cui resta il nucleo in grandi pietre poligonali alli-neate

almeno in due filari, senza uso di malta, contenenti terra e pietre spez-zate

minori. I muri di terrazzamento sono realizzati con tecnica molto arcai-20

ca, di tipo poligonale, cioè con blocchi di pietra di grandi e grandissime di-mensioni

dalla forma poligonale, con connessure spesso irregolari riempite di

pezzame lapideo minuto. Questo tipo di tecnica muraria si ritrova in fortifi-cazioni

e muri di terrazzamento di centri d’altura non solo in area alpina, ma

in tutta l’Italia centrale nell’Età del ferro; bisogna tener presente per questo

come per tutti gli altri casi di tecniche costruttive di Castelraimondo, che i

modi di realizzazione di questo tipo di strutture proseguirono molto a lungo

nel tempo soprattutto in area alpina, per la loro funzionalità ed economicità.

La tecnica costruttiva dei muri di contenimento ha notevoli affinità con

quella degli edifici di questa 1 a fase dell’insediamento.

Le abitazioni all’interno dello spazio circoscritto dalle mura sono del tipo

protostorico seminterrato, rinvenuto oltre che in area alpina meridionale e

centro-orientale (Engadina, Tirolo, Lombardia, Trentino, Veneto), anche nel-la

fascia pedemontana veronese e vicentina, in ambito culturale paleoveneto

(Montebello Vicentino, Rotzo, Colognola ai Colli, Archi di Castelrotto, Tris-sino,

Santorso, S. Giorgio di Valpolicella) e retico (Montesei di Serso, Fai del-la

Paganella, Doss Zelor, Dosso S. Ippolito, Sanzeno), dal V al II secolo a.C..

Sono tagliate nella roccia (fig. 11), a pianta quadrangolare o rettangolare, con

corridoio d’accesso, hanno muri a secco formati da alcuni corsi di grandi pie-tre

di forma poligonale, come fondamenta e base su cui poggiavano pareti e

ordito del tetto in legno ora perduti; la copertura era probabilmente in ma-teriale

vegetale (frasche, paglia). L’uso era monofamiliare. La stessa tipologia

è stata individuata a Montereale Valcellina, dove è datata al V secolo a.C., a

Zuglio - Colle di S. Pietro, a Flagogna Castelvecchio.

La tecnica edilizia su cui si basa una costruzione di questo genere, sfrut-ta

al meglio i materiali reperibili nell’ambiente d’altura con habitat forestale:

alberi d’alto fusto, in particolare olmi, faggi, querce e pietrame selezionato,

reperito localmente e trasportato con un’organizzazione necessariamente col-lettiva.

La limitatezza degli scavi negli altri siti e a Castelraimondo, non ha fino-ra

consentito di accertare l’esistenza di parti comuni (ad esempio piazza cen-trale,

spazi religiosi, magazzini e cisterne), né l’organizzazione della struttura

del villaggio, cioè le strade.

La casa (fig. 12) del settore di scavo V, il pianoro della Pustòta, orientata

nord-sud con precisione, desta particolare interesse per le dimensioni insoli-tamente

grandi (m. 15 x m. 8, contro gli abituali m. 5 x m. 6 propri di questo

tipo di abitazione). Ha tre ambienti, ma sotto il balzo roccioso a nord, il mu-ro

di fondo non si appoggia alla parete di roccia, restando autonomamente

staccato, in pietre non grandissime; è questo un fatto anomalo per le case se-minterrate

che generalmente sfruttano l’appoggio del pendìo. Il muro inoltre

non è più spesso né rinforzato per reggere le controspinte del pendìo, quin-21

di forse non si tratta della parete di fondo della già grande costruzione, pare-te

che poteva essere più a nord, sotto quello che ora sembra un balzo roccio-so

naturale e che invece è almeno in parte un enorme crollo di pietre, ricalci-ficate

tra loro, appartenenti ad una struttura più tarda, della 3 a fase dell’inse-diamento

(si veda il paragrafo dell’età romana).

Agli angoli dell’ambiente più a nord, pavimentato in piccole scaglie di

pietra battute e compresse sulla roccia naturale a regolarizzarla, sono inseri-te

quattro pietre scistose piatte, secondo una tecnica propria delle abitazioni

retiche seminterrate: erano basi d’appoggio per i pali angolari, a terminazio-ne

piatta e montati “alla traditora”, cioè non infissi nel terreno, ma retti in

verticale dal sistema di spinte e controspinte derivanti dal loro legame all’in-castellatura

interna della casa, che collegava alzato delle pareti e struttura

portante del coperto. La parte superiore delle pareti era in legno; il coperto,

in materiale più deperibile come la paglia, veniva frequentemente rinnovato.

All’inizio del lungo corridoio che affianca uno degli ambienti, un gradino

obliquo permette l’accesso alla casa, conforme al pendìo, vòlto a sud per una

migliore esposizione, e forse per facilitare la relazione con altri edifici più a

valle (fig. 13).

Non sono solo le dimensioni, la posizione sulla sommità del colle alla

quota più elevata nonché l’articolazione in più ambienti a segnalare l’impor-tanza

dell’edificio: l’interesse particolare è dato dai resti di un rito di fonda-zione

rinvenuti sotto il pavimento del vano centrale (fig. 14). Due cerchi di

pietra tangenti tra loro, allineati su una linea esattamente est-ovest, sono con-tenuti

all’interno di un altro più ampio cerchio allo stesso livello, sempre di

pietre semplicemente infisse nel terreno, che è un conglomerato calcareo na-turale;

non restano tracce di fuoco. Accanto al più occidentale dei cerchi è sta-to

rinvenuto invece un oggetto della sfera magico-rituale: un osso di ovino la-vorato,

con due coppie di fori passanti, che probabilmente è uno strumento

musicale (iynx, cioè frullo, aerofono o cerca spiriti, fig. 15). I due cerchi di pie-tra

sono dunque il segno di un rito di fondazione con offerte incruente (vino,

latte, miele?), eseguito all’aperto prima della costruzione dell’edificio. Resta

difficilmente compatibile con la presenza del rito l’uso abitativo della costru-zione:

era comune a quasi tutte le culture antiche la tradizione di non abitare

mai nei o sui luoghi inaugurati in modo sacro; bisognerebbe comprendere se

il rito rendeva sacro questo luogo o se era solo un sacrificio propiziatorio alla

costruzione della casa e dell’intero insediamento, di cui non si è voluta sman-tellare

la struttura sacrificale. Alcuni casi, in abitazioni della stessa epoca sca-vate

a Padova, indicano l’esistenza di cerimonie di questo tipo con offerte le-gate

all’acqua e al fuoco nell’ambito della cultura paleoveneta.

Forse l’abitazione così particolare apparteneva al personaggio eminente

nella piccola comunità, il capo o lo stregone, anche se non è possibile esclu-dere

una funzione di luogo di culto o di riunione per i capi famiglia.

22

I resti scheletrici di alcuni feti e neonati (fig. 16) sono stati rinvenuti sot-to

il focolare ovoidale dell’ambiente più a nord, probabilmente sepolti qui se-condo

un uso frequente in area alpina in età preromana. Altre ossicine sono

state trovate sparse per la casa, con ogni probabilità accidentalmente sposta-te

insieme ad altri materiali dal focolare, quando questo venne disfatto nei ri-facimenti

romani dell’edificio (si veda il paragrafo sull’età romana). Su nu-merose

di queste ossa sono stati scoperti segni di taglio e fratturazione che

potrebbero essere connessi alle pratiche chirurgiche dell’embriotomia, com-piute

nell’antichità per estrarre dall’utero materno creature morte o mal po-sizionate

al momento del parto. La cruenta operazione abortiva comportava

lo smembramento del feto, talvolta precedentemente ucciso per pietà con

uno spillo di bronzo. Il procedimento viene descritto dalle fonti antiche sia

dal punto di vista scientifico, come nel trattato di ginecologia del medico gre-co

Sorano di Efeso, vissuto a Roma nel II secolo d.C., sia dal punto di vista

etico, come nel De anima scritto da Tertulliano nel 210 d.C.. La sepoltura in-terna

all’abitazione dei bambini piccoli o nati morti, che contravveniva alla ri-gorosa

norma, propria delle culture mediterranee, di tenere ben distinte le

case dei vivi da quelle dei morti, si giustifica con il fatto che i bambini fino ai

tre anni non erano considerati persone, ma forze vitali della famiglia. Come

tali, queste energie non dovevano essere disperse all’esterno, ma mantenute

all’interno della casa, nel luogo simbolico di questa, il focolare, o lungo le pa-reti.

L’approvvigionamento idrico del villaggio doveva trovarsi accanto all’edi-ficio,

a nord-ovest, dove in epoca moderna è stata realizzata la camera di cap-tazione

dell’acquedotto e dove dunque esisteva una sorgente.

Un’altra casa, più piccola e semplice ma dello stesso tipo (fig. 17), divisa

in due ambienti pressoché rettangolari, è stata trovata nel settore di scavo IV,

più in basso e più ad ovest, in un quartiere che sulla base dei materiali rinve-nuti

sembra avere avuto una funzione soprattutto artigianale e produttiva. La

tecnica edilizia è la medesima dell’edificio del V.

I materiali più significativi appartenenti a questa 1 a fase (figg. 18, 19, 20,

21, 22) - un frammento di orecchino in bronzo del tipo Montebello Vicenti-no,

frammenti di una fibula Medio La Tène, un frammento di ceramica grez-za

con inscritto l’alfabeto retico, una dracma venetica d’argento, oltre a nu-merosa

ceramica - sono la prova, da affiancare a quella architettonica, che

nell’insediamento tra la fine del IV secolo e l’inizio del III a. C. si fondevano

elementi sia della cultura retica di area alpina sia di quella venetica della pia-nura.

Alcuni materiali decontestualizzati dagli scavi clandestini, indicati da

testimonianze orali come provenienti dal colle di Flagogna Castelvecchio, tra

cui la grande fibula d’argento di tipo Certosa ed altri frammenti di bronzo e

di osso conservati a Ragogna, insieme a strutture edilizie di tipo simile alla

piccola abitazione del settore IV, messe in luce in recenti scavi della Soprin-23

tendenza ai Beni Artistici, Architettonici ed Archeologici del Friuli Venezia

Giulia, fanno ritenere che appunto a Flagogna sorgesse un altro insediamen-to,

contemporaneo a quello di Castelraimondo, che formava con questo e for-se

con altri villaggi vicini un sistema insediativo complesso.

Tra il II e la metà del I secolo a.C. l’insediamento fu dotato di nuove for-tificazioni

di tipo celtico: venne eretto un potente murus gallicus (figg. 23, 24)

messo in luce per una ventina di metri nel settore IV, ma conservato solo per

un’altezza di 30 centimetri circa, corrispondente al livello delle più basse fon-dazioni,

dato che l’alzato è stato asportato dal forte secolare dilavamento del

terreno lungo il pendìo. E’ costituito da un paramento esterno di pietre a sec-co

di medie e grandi dimensioni, da un riempimento a sacco in terra e pie-trame,

e da una struttura interna in legno; si aggancia agli elementi naturali

emergenti, rocce approntate dall’uomo. Al paramento si appoggiava, ne re-stano

tracce, un terrapieno o rampa interna in terra argillosa mista a minuto

pietrame, che aggiunto allo spessore del muro (m. 2,40/2,80), dà luogo ad

una fortificazione larga ben m. 11 (fig. 25, 26). Della struttura lignea restano

numerose buche di palo per sistemare pali verticali e obliqui (fig. 27); sul fon-do

di queste buche, come base d’appoggio di pali a terminazione piatta - più

adatti a resistere col maggior spessore all’umidità del terreno -, c’è una pietra

piatta, il più delle volte scistosa come quelle degli angoli dell’edificio del set-tore

V; in un caso si tratta di una delle piccole macine trovate nel settore IV,

in pietra proveniente dalla zona del Predil, un centinaio di chilometri più a

nord, rilievo noto per le miniere di ferro sfruttate fin dall’età protostorica.

L’ingresso verso ovest era probabilmente realizzato con un ripiegamento con-vergente

dei muri nord e sud, “a forcipe”, noto anche in altri siti (fig. 28), ed

era difeso da un fossato artificiale ancora ben riconoscibile, che taglia anche

oggi il colle. La tipologia del murus gallicus, diffusa nell’Europa celtica, e de-scritta

dettagliatamente da Cesare (De bello Gallico VII, 23) a proposito del-l’assedio

di Avaricum, è per il momento l’unico esempio individuato nel ver-sante

alpino italiano.

Le macine come le cote in granito per affilare lame, grandi scorie di la-vorazione

ferrose e colature di bronzo rinvenute in questo settore IV, fanno

pensare ad impianti produttivi, anche legati alla lavorazione dei metalli, in

questa parte dell’insediamento. Essi sarebbero posti a nord, in un versante

aperto e ventilato, come è necessario e come si ritrova costantemente nella

collocazione delle fornaci antiche.

Il villaggio in quest’epoca si ampliò ad ovest, all’esterno del castelliere più

antico, verso l’ingresso dell’abitato dove i due muri nord e sud convergeva-no,

probabilmente con un’espansione di carattere commerciale e produttiva

così importante da dover essere difesa dalle nuove opere di fortificazione.

L’insediamento pare rientrare tra i siti fortificati stabilmente abitati, di di-24

mensioni più ridotte e spesso più antichi dei grandi oppida, corrispondenti

probabilmente a quelli che Cesare (De bello Gallico II, 29; III, 1) e altre fon-ti

letterarie coeve definiscono “castella”.

Il problema della celtizzazione del Friuli settentrionale resta comunque

più che mai aperto, anche alla luce delle nuovissime scoperte, in particolare

la necropoli di Paularo ed il santuario di Raveo Monte Sorantri. Il murus gal-licus

di Castelraimondo costituisce, in questo quadro ancora non definito, un

ulteriore elemento a favore della presenza, alla metà del II secolo a.C., di per-sone

di cultura celtica transalpina, forse guerrieri mercenari, portatori di nuo-ve

idee e nuove tecniche edilizie in una società indigena tradizionale già dis-sestata

dalla forza attrattiva della cultura romana ormai ampiamente presen-te

in pianura e sulla costa.

I miglioramenti edilizi nell’insediamento di Castelraimondo sono opera

di popolazioni non romane per tradizioni e cultura, ma sempre più legate al

mondo romano, e sul finire di questa fase esplicitamente aperte ai commerci

con esso, come rivelano anfore, ceramica a vernice nera e ceramica grigia di

produzione padana qui ritrovate. La concomitante presenza di scorie, bloc-chetti

di ematite provenienti dalle miniere del Canal del Ferro e pietre dalla

stessa zona mineraria, sono indizi che dal II secolo a.C. l’espansione del vil-laggio

era legata ai commerci dei minerali alpini, alle loro lavorazioni e so-prattutto

al loro trasporto verso l’area centroveneta: era una tappa lungo una

scorciatoia (la vallata dell’Arzino), o forse un percorso più sicuro, di crinale,

lontano dalle bassure pericolose del Tagliamento.

Il potenziamento di Castelraimondo sembra conseguente alla fondazione

della colonia latina di Aquileia (181 a.C.) e all’impulso che questa portò nel-l’economia

non solo dei territori limitrofi, ma anche dell’entroterra alpino. La

grande necessità di materie prime che comportò la costruzione della nuova

città romana, in particolare il legname, ma anche le derrate tipiche di un por-to

commerciale e militare come carni salate, formaggi e lane, pece, tessuti,

cordame, trovarono risposta non tanto nell’immediato retroterra colonizzato

e dunque di uso strettamente agricolo, con colture intensive escludenti pa-scoli

e aree boschive, ma appunto in questa fascia pedemontana e mediocol-linare

dove la tradizionale economia della selva, dell’allevamento e della cac-cia

si integrava con le nuove prospettive del trasporto e del commercio, sen-za

essere ostacolata dall’impiantarsi di un’agricoltura parcellizzata.

2. Un insediamento militare (l’età romana)

La militarizzazione del Friuli avvenne per opera di Giulio Cesare tra il 58

e il 51 a.C. a seguito del saccheggio di Tergeste (Trieste) da parte dei Giapidi

(De bello Gallico I, 10). Vennero così installate a guardia permanente di que-25

sto territorio almeno quattro legioni e furono costruiti diversi centri fortifi-cati:

i castella e gli oppida di Tricesimo, Osoppo e Gemona, nonché la stessa

città di Iulium Carnicum (Zuglio).

Successivamente, durante le campagne danubiane dell’età augustea, que-sta

zona non fu mai completamente smilitarizzata, nonostante la linea delle

Alpi Giulie fosse in quell’epoca un retrofronte abbastanza pacifico. Il con-trollo

militare delle vallate alpine fu mantenuto ed anzi rinforzato per assicu-rare,

oltre al controllo delle vie militari, anche il buon funzionamento del cur-sus

publicus (servizio postale militare) istituito da Augusto per dirigere da

Aquileia le armate in Germania e per reprimere il brigantaggio, pericoloso

per mercanti, viaggiatori e pastori. Le torri di guardia e di segnalazione a vi-sta

collegavano i distaccamenti militari.

In questo quadro generale rientra la torre quadrata del settore IV (figg.

29, 30, 31), costruita tra la fine del I secolo a.C. e l’inizio del I d.C., come in-dica

la datazione dei materiali rinvenuti nelle fondazioni: frammenti di anfo-re,

una fibula di tipo “Aucissa” e monete romane tardorepubblicane. La tor-re,

con i suoi m. 5,90 di lato di cui restano pochi filari di pietre in alzato, ri-vela

l’importanza di Castelraimondo nella gerarchia degli abitati indigeni ro-manizzati

della zona. La tecnica costruttiva di questo nuovo edificio è com-pletamente

differente rispetto all’edilizia locale preromana: spezzoni di pie-tra

locale calcarea, di piccole dimensioni, sono regolarizzati solo nella faccia

esterna del muro e legati da ottima malta; la loro disposizione è a dente ri-spetto

alle due facce - interna ed esterna - della muratura: la punta della pie-tra

grossolanamente piramidale è volta verso l’interno del muro, il cui nucleo

centrale è costituito da pezzame più minuto ed irregolare, gettato a sacco e

legato con malta. L’esterno era intonacato come in altre torri analoghe lungo

il limes (confine dell’impero), e la copertura del tetto era in laterizi. Come in

altre torri alpine romane, alcuni elementi di rinforzo degli angoli e dei con-torni

delle aperture, quali architravi e archivolti, erano in travertino. Lateral-mente,

a nord e a sud, due coppie di pilastri di sostegno (fig. 32), contempo-ranei

alla costruzione della torre, si legano ad essa tramite un’intercapedine

di malta e non con ammorsature nella muratura; probabilmente la loro fun-zione

era anche di raccordo con le mura difensive. La connessione tra la tor-re

e il murus gallicus è evidente, anche se non è stato possibile metterne in lu-ce

il punto di contatto; il nuovo edificio si inseriva a difesa del punto più de-licato

e più appariscente della fortificazione: l’ingresso ovest.

La torre, oltre alla funzione difensiva, di controllo e di segnalazione, as-sumeva

un valore di segno della potenza romana e quindi di deterrente psi-cologico

nei confronti delle popolazioni indigene, non abituate a questo tipo

di costruzioni che rendevano esplicito il fatto che l’impero si era appropriato

del territorio.

26

Le fonti antiche (Velleio 2, 95, 1-3; Cassio Dione 54, 22, 5; Ovidio, Tri-stia,

IV, 2, 37-42; Orazio, Carmina, 4, 14, 10-13; Floro 4, 12, 4 ss. e 2, 22) ri-cordano

come ferocissima la resistenza delle popolazioni alpine alla penetra-zione

dell’armata di P. Silius Nerva nel 16 a.C. e particolarmente duri i prov-vedimenti

presi dai Romani: rastrellamenti, distruzione degli insediamenti

montani fortificati e delle rocche della popolazione locale alpina, deportazio-ne

in massa degli uomini come truppe ausiliarie sul limes germanico. Oltre al-la

Val Trompia, la Val Camonica, la Valtellina, furono interessate a questi av-venimenti

anche le valli minori dell’alto Friuli, attraverso le quali erano pe-netrati

in Istria i Pannonici e i Norici che il generale Nerva ricacciò indietro,

nell’ambito delle sue operazioni alpine.

Nel settore V, in questa 3 a fase, il grande edificio subì il rifacimento del

tetto in laterizi, tegole ed embrici, e altre migliorìe nel muro ovest e nella pa-vimentazione

- sia a scaglie in un battuto di malta sia in sola malta -, che com-portarono

il disfacimento del focolare dell’ambiente settentrionale, ora divi-so

da un elemento ligneo, con la relativa dispersione dei resti ossei infantili,

da quest’epoca non più seppelliti all’interno degli edifici del villaggio. I cam-biamenti

rivelano la cultura edilizia romana, fondata sull’uso di un eccellen-te

legante.

Ora l’edificio è confrontabile con le costruzioni private di tutta la Cisal-pina

(cioè l’Italia settentrionale entro la cerchia alpina) ed in particolare con

quelle di Iulium Carnicum (Zuglio), costituite da ambienti di piccole dimen-sioni,

allineati e contigui, rinvenute sotto il lastricato del foro.

Sul balzo a nord della casa, alla fine del I secolo a.C., venne costruita

un’altra torre quadrata di vedetta. Sono rimasti evidenti gli ammorsamenti di

grossi blocchi parallelepipedi e l’approntamento della roccia per ricevere

l’ambiente di forma quadrata. Tutto è stato asportato nel tempo e ulterior-mente

dissestato dalla moderna camera dell’acquedotto che si appoggia al ri-lievo.

Lungo il pendìo sono i resti del crollo della torre, in blocchi parallele-pipedi,

uguali e nella stessa tecnica delle migliorìe del muro ovest della casa,

e quindi contemporanee ad esse. Secondo i geologi quasi tutto l’attuale bal-zo

roccioso a ridosso del quale si trova la casa, è costituito dalla maceria ri-calcificata

di questa torre che doveva essere imponente (fig. 33). La posizio-ne

è dominante su entrambe le vallate dell’Arzino e del Tagliamento, molto

migliore di quella della torre del settore IV.

A questa fase va riferito anche il muro in pezzame di pietra legato con

malta individuato nello scavo 1985 nel settore I, trenta metri più in basso e

più a sud del V. Era forse parte di un edificio o di strutture usate in quel pe-riodo,

come indicano i materiali rinvenuti. Nello stretto terrazzo ancora sot-tostante,

uno scavo clandestino del 1990 ha messo in luce un altro muro ana-logo:

sembra che in questa 3 a fase il versante sud del colle fosse occupato da

27

una serie di costruzioni altimetricamente correlate, ormai irrecuperabili per il

dissesto del pendìo e per i numerosi scavi clandestini (fig. 34).

Continuava ad essere attivo il quartiere artigianale del settore IV, che pro-duceva

anche leghe metalliche tipiche della romanità. Potrebbero essere fab-bricate

localmente le numerose punte di lancia e di freccia trovate qui, o le

due piccole matrici in pietra per ghiande missili (proiettili) metalliche, rinve-nute

al settore V. Si nota la comparsa di vasellame fine da mensa, ceramica

comune e a pareti sottili, prodotta nell’area padana, sempre nel settore V

(figg. 35, 36, 37, 38, 39).

Si manifesta una differenziazione tra i due grandi settori di scavo: il IV era

più accentuatamente artigianale e di rango inferiore rispetto al V, con una

percentuale di anfore, frammentarie, decisamente notevole, dalla seconda

metà del I a.C.: l’approvvigionamento di derrate alimentari, contenute e tra-sportate

in questi recipienti, e il numero di oggetti d’uso era sensibilmente

aumentato. La quantità di resti anforari nell’arco di tempo compreso tra la

metà del II secolo a.C. e la metà del II d.C. (oltre 100 contenitori) è insolita

negli insediamenti d’altura alpini, tanto da far pensare ad un centro di com-mercio

e di smistamento piuttosto importante: il materiale proveniva dai

grandi centri urbani della pianura romanizzata; non è possibile sapere se si

trattasse di uno scambio con prodotti dell’economia tradizionale (ancora me-talli,

lane, formaggi, legname) o se questa migliorata qualità di vita fosse le-gata

alla presenza di personale militare o civile, ma comunque alle dipenden-ze

del potere centrale, abituato ad un altro tenore di vita da non abbandona-re

completamente neppure in questa sede decentrata.

Per un paio di secoli non ci furono sostanziali modifiche nelle strutture

edilizie, eccellentemente mantenute: all’inizio del III secolo d.C. il rafforza-mento

delle fortificazioni e dei punti di controllo esistenti, dopo le prime in-cursioni

dei germanici Quadi e Marcomanni nel 167 d.C., faceva parte della

nuova strategia dell’impero, che non si limitava alla rigida difesa di confine e

a quella arretrata che intercettava il nemico nel territorio imperiale, ma esten-deva

un più stretto regime di controllo anche alle retrovie, agli assi viari val-livi

ed in particolare all’area alpina orientale.

Intorno al 275 d.C., crollarono i tetti degli edifici nei settori IV e V: l’even-to,

un sisma o un violento fatto militare, è datato in tutte le strutture dal ritro-vamento

di monete di quegli anni, come quelle dell’imperatore Probo (276-282

d.C.; si veda la fig. 40) o di Floriano (275 d.C.), negli strati di crollo. La cata-strofe

non fu inattesa: le abitazioni erano vuote degli occupanti, ma non abban-donate;

vasetti di ceramica, soprattutto grezza, in entrambi i settori di scavo so-no

stati trovati lungo il perimetro degli ambienti frantumati e perfettamente ri-componibili,

caduti da mensole sospese alle pareti o collocati lungo i muri.

28

L’importanza strategica del sito è dimostrata dagli immediati restauri e ri-costruzioni

delle strutture, appartenenti alla 4 a fase di vita dell’insediamento.

Nel settore V (figg. 41, 42, 43), il grande edificio fu ampliato nella parte

nord da nuovi muri aderenti al balzo roccioso e non più distaccati pericolosa-mente

da questo. Sono in blocchetti di pietra regolarizzati solo sulla faccia

esterna, disposti sui margini esterno ed interno del muro riempito poi con pez-zame

lapideo secondo la tecnica in uso nell’arco alpino romano, ma utilizzan-do

abbondante malta di ottima qualità, arricchita da grossi grumi di laterizio

grossolanamente macinato (caratteristica edilizia che sembra comparire fuori

dall’Italia nel III secolo e poi diffondersi anche nella pianura padana). Il crollo

del precedente edificio fu utilizzato come sottofondazione pavimentale che mi-gliorò

la qualità dell’abitazione, isolandola dall’umidità del terreno, e permise

di unificare i due grandi ambienti settentrionali, alzando il piano di calpestìo e

cancellando la base del muro divisorio. Le pareti furono intonacate, come te-stimoniano

numerosi frammenti, talora anche ricurvi, come quelli in prossimità

di porte o finestre. Il coperto era sempre in laterizi: tegole ed embrici.

La torre del settore IV venne ripristinata nella sua altezza. La casetta di

questo settore fu restaurata nell’angolo sud-est, sempre senza uso di leganti;

la copertura era sempre in materiale deperibile, forse paglia, fermata da scan-dole

di arenaria.

I materiali rinvenuti - una notevole quantità di armi, fibbie dell’abbiglia-mento

militare - indicano il carattere ormai completamente militare del sito.

Alcuni pezzi, tra cui un tribulus (strumento con raggi acuminati da gettare

nel terreno per ostacolare l’avanzata della cavalleria), rinvenuto nei pressi

della casa del settore IV, potrebbero esser stati fabbricati in loco (figg. 44-51).

Alla fine del IV secolo ci fu un generale spostamento della popolazione

civile sulle alture, con una nuova utilizzazione di strutture precedenti di ca-rattere

prevalentemente militare.

La notizia riferita da Agostino (Civ. V, 26) che dopo la battaglia del fiu-me

Frigido (394 d.C.) con la quale l’imperatore Teodosio I vinse i ribelli pa-gani

guidati dal franco Arbogaste, in alcune fortezze alpine statue di Giove

furono buttate dalle alture, si lega suggestivamente all’antichissima leggenda

secondo cui un vitello d’oro sarebbe stato gettato dalla cima del colle di Ca-stelraimondo

nell’Arzino.

L’assedio e la presa di Aquileia da parte del visigoto Alarico nel 401 e

quindi la sostituzione da parte dei Romani dell’asse di comunicazione Aqui-leia-

Milano con quello Milano-Ravenna, tagliarono fuori il Friuli dalle strut-ture

portanti dell’impero, contribuendo all’instaurarsi di nuovi modelli inse-diativi

arroccati sulle alture. I refugia ben noti in area alpina, erano ampi re-cinti

fortificati, in grado di accogliere popolazione e bestiame, cisterne, de-positi,

abitazioni attorno all’edificio di culto cristiano. I refugia riconosciuti

29

in area austriaca, svizzera e slovena, sono caratterizzati però da un’occupa-zione

discontinua e da una tecnica di costruzione sommaria, dettata dalla ne-cessità

di erigere in fretta una protezione contro un pericolo imminente; solo

più tardi, dal VI secolo, avranno torri e postazioni strategicamente studiate,

con l’insediarsi all’interno del refugium di un’autorità religiosa e civile insie-me

che coordinerà la comunità. Castelraimondo comunque, per le caratteri-stiche

morfologiche del colle, non si prestava a dar rifugio a una popolazione

numerosa con armenti, magazzini e depositi: anche sotto questo aspetto, la

sua natura militare sembra confermata; inoltre le grandi ville dell’alta pianu-ra

continuano ad essere abitate per tutto il IV secolo. I soldati potevano es-sere

milizie territoriali in funzione locale o truppe ausiliarie della base di Con-cordia

o di Aquileia.

La fortezza restò militarmente attiva per tutto il IV secolo, nell’ambito

dell’organizzazione difensiva romana basata su un duplice sistema di fortifi-cazioni:

uno sul limes renano-danubiano e un secondo nella regione alpina.

La zona difensiva nord-orientale divenne di straordinaria importanza fra IV

e V secolo: nel territorio di Forum Iulii (Cividale) dalla seconda metà del III

secolo e soprattutto dall’imperatore Diocleziano (284-305 d.C.) in poi, era in-serito

il comando, sempre più cresciuto d’importanza, a protezione dell’in-gresso

in Italia da nord-est.

Intorno al 430 d.C. un evento bellico di grande violenza distrusse l’insedia-mento

di Castelraimondo: nel settore V un incendio devastò l’edificio ad ecce-zione

dell’angolo nord-est; con il fuoco e il successivo abbandono le pietre cal-caree

della torre crollata si ricompattarono, confondendosi con la roccia natu-rale.

Nel settore IV furono accanitamente abbattute la torre e le altre case.

Si concluse con questa furia distruttiva, che dimostra l’importanza strate-gica

della postazione vinta, l’ultima fase di vita romana del colle.

3. Il declino dell’insediamento (l’età post-romana)

Dopo la distruzione della metà del V secolo d.C., anche Castelraimondo

fu abbandonato per alcuni decenni, in concomitanza con la distruzione di

Emona (Lubiana), di Iulium Carnicum, degli edifici romani di Invillino, con

la gravissima crisi di Aquileia e con l’abbandono delle ville rustiche dell’alta

pianura friulana: erano gli anni del progressivo disfacimento dell’Impero

d’Occidente (la caduta, come si è detto, è del 476 d.C.). In un quadro di ir-reversibile

dissesto, si aveva la rapida trasformazione degli schemi del popo-lamento

romano, rimasti sostanzialmente inalterati per quattro secoli. Le cau-se,

molteplici e da lungo tempo presenti nel sistema di potere dell’impero,

convergendo tutte insieme, determinarono questa crisi.

30

Le strutture del settore V, spogliate delle pietre sciolte e dell’intonaco da

trasformare in calce, furono rioccupate nella parte settentrionale più protet-ta,

sfruttando i muri ancora in piedi (fig. 52); la copertura era eterogenea, for-mata

da laterizi di recupero e strame. Furono costruiti annessi rustici in legno

e palizzate. Animali e uomini convivevano ora negli stessi spazi, e ciò pro-dusse

uno strato archeologico di terreno nerissimo (fig. 53) - il “dark earth”

tipico dell’età altomedioevale anche in ambito urbano -, ricco di reperti ce-ramici

e scarti di pasto, dovuto alla difficoltà di controllo dei fattori ambien-tali

e dello smaltimento dei rifiuti, che rivela un netto scadimento nella qua-lità

di vita dell’insediamento.

Il settore IV pare in questa 5 a fase abbandonato, anche se è complessa e

non precisabile la datazione della ceramica grezza post-romana che resta a

lungo identica nel tempo e che costituisce praticamente la maggior parte di

materiale rinvenuto in questi strati.

Nessun reperto ceramico o metallico è riferibile a culture non latine, cioè

ai Germani o ai Longobardi che irruppero nel territorio e che sembra fosse-ro

attestati nella vicina Anduins. L’attacco longobardo diretto alla fortezza di

Forum Iulii e non ad altri centri, dimostra che quella era non solo la sede

amministrativa dell’intera zona, ma l’anello principale della catena di prote-zione

dell’Italia del nord. Sulle alture e nella pianura di questa zona militare

erano disposti centinaia di castelli e fortini: ce lo tramandano le fonti dell’e-poca,

come Venanzio Fortunato che in un passo della Vita S. Martini (4, 655-

656) descrive l’itinerario ancora in uso nel VI secolo lungo il Tagliamento e

la strada pedemontana verso il Veneto, controllata da alcuni castella tra cui

c’era anche Castelraimondo: il termine castellum indica che l’aspetto arroc-cato

e fortificato dichiarava ancora nel VI secolo la natura militare dell’inse-diamento

che il nostro aveva avuto in passato, ma ora non più. Sembra più

probabile si trattasse di un refugium, con abitazioni in legno; di edifici reli-giosi

per ora non c’è traccia. Unico elemento religioso cristiano, ascrivibile a

questa fase o alla successiva, è la presenza di una buca di palo alla sommità

del rudere della torre del V, nel punto più alto del colle: su una della pietre

che contornano come di consueto la buca, è profondamente incisa una croce

con estremità apicate; non è escluso, ma è impossibile accertarlo, che nella

buca fosse infissa una croce di legno.

L’insediamento di Castelraimondo, rifugio di pastori e di poverissima

gente, proseguì fino alla fine del VII secolo d.C., quando un terremoto ab-batté

i residui muri del settore V, causando un nuovo lungo abbandono che

chiuse la 5 a fase abitativa.

Sul suolo formato da un secolare uso prativo, probabilmente nel IX se-colo,

in un periodo non precisabile ulteriormente, fu costruito un nuovo

complesso nel settore V. Era integralmente in legno (figg. 54, 55). Dell’am-31

biente più grande, l’unico riconoscibile, si leggono in negativo ancora oggi le

impronte di appoggio delle strutture, sulle pietre del crollo della torre ai pie-di

del balzo roccioso. Una parte della struttura era certo un fienile, come te-stimoniano

pollini di erbe fiorite individuati dalle analisi archeobotaniche, in

assenza di qualunque testimonianza di strutture.

Tra la fine del IX e l’inizio del X secolo, anche il settore IV offrì un rifu-gio

temporaneo o una modestissima abitazione nei ruderi della torre ancora

in piedi.

Il periodo corrisponde ad una ripresa economica e demografica del Friu-li,

legata al miglioramento climatico, nonostante le terribili incursioni degli

Ungari (fig. 56).

In queste ultime fasi, in cui il materiale archeologico quando non è cera-mica

grezza, pressoché immutabile nel tempo, è però rimescolato e prove-niente

dagli strati inferiori, sono possibili le datazioni spesso grazie alle ana-lisi

al carbonio-14 (si veda il paragrafo sullo studio dei materiali).

E’ per queste analisi, che datano alcuni fuochi tra l’885 e il 950, che nei

ruderi della torre del IV si può ipotizzare un rifugio periodico o occasionale

da parte probabilmente di pastori o viandanti.

L’abbattimento per cause naturali od umane del muro di fortificazione sul

ciglio nord, che conteneva anche il terrapieno artificiale retrostante, causò lo

smottamento e accelerò il già accentuato dilavamento che trasformò l’aspet-to

del pianoro, spargendo pietre degli edifici antichi su tutto il pendìo nord

del settore IV.

4. L’abbandono, il castello e la chiesa (l’età medioevale e rinascimentale)

Nei secoli seguenti la sommità del colle fu destinata ad un uso esclusiva-mente

agricolo e prativo. Il toponimo locale Pustòta, cioè luogo coltivato e

poi abbandonato, che designa il settore V, testimonia questo uso, di cui re-stano

tracce forse tardo-rinascimentali - come indicano alcuni frammenti ce-ramici

rinvenuti - nelle fosse per viti o alberi da frutto che comportarono la

spoliazione di grandi pietre da reimpiegare.

Sul costone più occidentale, nei saggi dei settori di scavo II e III, aperti

in seguito agli interventi clandestini, sono stati recuperati materiali ceramici

e metallici riferibili ai secoli XIII e XIV, mescolati a quelli delle epoche pre-cedenti.

Le murature rinvenute e un pozzo sono di età diverse. Dal momen-to

che nei settori IV e V, indagati sistematicamente, non sono stati pratica-mente

rinvenuti oggetti riferibili al Medio Evo, probabilmente il castello me-dioevale,

teatro di fosche vicende nelle lotte tra il Patriarcato di Aquileia e il

Ducato di Gorizia, e documentato unicamente dalle antiche cronache rac-32

colte dal Biasutti, era situato in questa parte del colle. Da collocarsi tra l’an-no

Mille e la fine del XIII secolo, a mezza costa, in un’occupazione ex novo

di una parte del colle non ingombra di ruderi precedenti, forse era a piccoli

nuclei di case, come sostiene Biasutti sulla scorta della sua documentazione,

e non era stato voluto come elemento di aggregazione e riorganizzazione del

territorio, ma si qualificò come un intervento politico e di potere molto spe-cifico;

per questo, una volta modificatasi la situazione politica che lo aveva

determinato, il castello non ebbe prosecuzione insediativa. Le cronache par-lano

dell’ultima, violenta e radicale distruzione nel 1348, e i pochi resti, scon-volti

dagli scavi clandestini, sono illeggibili.

Ai piedi della collina, in località Sintignella (settore VI), a 300 metri a est

del quartiere abitativo romano, sorse nel XIII secolo la chiesetta di S. Agne-se,

demolita intorno al 1609. Orientata ad est, era ad unica navata, con pian-ta

rettangolare ed abside quasi quadrata, costruita in pietre squadrate in pic-colo

apparecchio, tecnica tipicamente medioevale (fig. 57). E’ stata indagata

dagli scavi del 1988 (fig. 58). E’ apparsa completamente depredata di tutti i

materiali edilizi asportabili, pavimenti e sottofondazioni comprese, secondo

una prassi diffusa nei secoli XVII, XVIII e XIX in questi luoghi e rivelatrice

di grandissima povertà.

Il poco materiale rinvenuto nello scavo, in prevalenza frammenti laterizi,

ceramica grezza e comune, confermano la datazione al XIII secolo dell’edifi-cio

sacro, che non pare connesso al castello medioevale, molto distante ad

ovest, ma sembra piuttosto legato allo sviluppo degli inferiori borghi di For-garia,

che caratterizzerà l’età moderna, determinando l’abbandono definitivo

del colle.

33

 

RIEPILOGO DELLE FASI

DI VITA DEL COLLE

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I METODI

E I MATERIALI

75

Cap. IV

LA METODOLOGIA

DELLINDAGINE ARCHEOLOGICA

1. Lo scavo stratigrafico

Lo scavo recupera dal terreno la testimonianza archeologica che non si

potrebbe evidenziare in nessun altro modo.

Sia per l’età preistorica, per la quale è l’unica fonte di informazione, sia

per l’età storica, per la quale è affiancato dalle fonti scritte, il documento ar-cheologico

è indispensabile per la ricostruzione della realtà del passato e in

quanto documento deve essere letto e interpretato correttamente, cioè se-guendo

un metodo scientifico: lo scavo stratigrafico è il metodo di lettura del

documento archeologico.

A differenza di quanto accade per qualunque altro documento, quello ar-cheologico

viene distrutto dallo stesso procedimento di lettura: lo scavo di-strugge

“chirurgicamente” il sito per comprenderne la formazione. In ogni

altra disciplina scientifica è possibile verificare i risultati di un esperimento

preparandone un altro identico, ma dato che non esistono due siti archeolo-gici

identici, non è mai possibile verificare i risultati di uno scavo mediante

un altro scavo.

Lo studio di un sito archeologico attraverso lo scavo è dunque un esperi-mento

irripetibile, irreversibile ed imprevedibile. Se l’archeologo “legge” ma-le

il documento mentre lo distrugge, o se non si preoccupa affatto di “leg-gerlo”,

come accadeva nello sterro puro e semplice dei secoli passati, mirato

alla scoperta del “tesoro” di valore artistico o intrinseco (quello che si chia-ma

oggi scavo arbitrario, cioè una rimozione casuale e non metodica del ter-reno,

asportato per livelli di spessore astrattamente predeterminato), racco-glie

dati sbagliati che alterano completamente l’interpretazione del sito mes-so

in luce, la cui comprensione è irrimediabilmente perduta.

Invece con lo scavo stratigrafico, che è un metodo applicabile a qualun-que

scavo di un sito di qualunque epoca, l’archeologo ricava dati precisi che

qualunque altro studioso può utilizzare per le proprie ricerche e che oppor-tunamente

interpretati possono essere compresi da un più ampio pubblico,

grazie ad una mostra o ad un testo divulgativo sui risultati dello scavo.

Lo scavo stratigrafico si propone di individuare la stratificazione archeo-logica

del sito, cioè l’insieme, in successione, delle singole unità stratigrafiche.

In archeologia l’unità stratigrafica (US) è una realtà fisica positiva (ad

esempio un pavimento) o negativa (ad esempio una fossa) che è il risultato di

un’azione naturale od umana; l’azione che ha portato alla formazione dell’US

può quindi essere stata sia un accumulo sia una sottrazione di materiali, in-tenzionale

o casuale.

Tutte le forme di stratificazione, sia geologiche sia archeologiche, sono il

risultato rispettivamente di erosione/distruzione, movimento/trasporto e de-posito/

accumulo; mentre la stratificazione geologica è dovuta esclusivamen-te

a forze naturali, quella archeologica appare come una risultanza di forze

naturali ed umane, per cui erosione, movimento e deposito si intrecciano ad

azioni di distruzione, trasporto, accumulo o costruzione.

Ogni singola azione dà origine alla formazione di una US (ad esempio un

muro, un pavimento, un accumulo naturale di argilla, una fossa) che viene

numerata secondo l’ordine di individuazione (fig. 59).

La formazione delle unità stratigrafiche che si sono sovrapposte le une

sulle altre, alternando irregolari periodi di azione (che hanno costituito le US)

e di pausa (che hanno costituito le superfici), ha dato luogo alla sequenza

stratigrafica del sito, che è dunque una serie di risultati materiali di azioni, or-dinata

nel tempo relativo (“prima questo, poi quello”), cioè la concatenazio-ne

degli eventi.

Lo scavo stratigrafico è il procedimento con cui le US vengono rimosse,

una alla volta, nell’ordine inverso a quello in cui si sono formate, cioè proce-dendo

dall’alto verso il basso (come criterio generale), e registrando ciascuna

di esse con i dettagli necessari a ricostruire, almeno in teoria, il sito strato per

strato, cioè US per US, completo nei suoi elementi strutturali (gli edifici) e re-perti

mobili (gli oggetti), molto dopo che il processo dello scavo lo ha di-strutto.

In questo scendere metodicamente dall’alto verso il basso non esistono

scorciatoie che non comportino gravi perdite di informazione: ogni unità

stratigrafica deve attendere “in fila” il suo momento di scavo, pena la perdi-ta

delle connessioni tra i vari elementi messi in luce e quindi della loro se-quenza

cronologica, cioè lo sviluppo della stratificazione del sito, che è lo

scopo dello scavo. Solo grazie a questo è possibile comprendere le fasi edili-zie

e la storia del luogo riportato alla luce.

2. Strategie di scavo

Dopo aver scelto il luogo dove operare, grazie anche alle tecniche dia-gnostiche,

l’archeologo può stabilire la strategia di scavo, cioè il modo di ta-76

gliare verticalmente il terreno: la trincea lunga e stretta, il piccolo saggio iso-lato,

il sistema di saggi regolari e quadrangolari (sistema di Wheeler) e la

grande area.

Le trincee sono funzionali nel caso di strutture lineari (fortificazioni, fos-sati,

strade), ma i dati forniti dalla trincea non sono generalizzabili per tutto

il percorso della struttura in questione; il vantaggio di questa forma di scavo

è costituito dal risparmio di tempo e di uomini, anche se a scapito dell’infor-mazione:

sono questi i motivi che indussero gli scavatori ad applicare questo

metodo nel settore I a Castelraimondo durante la campagna del 1985, per ve-rificare

velocemente se indagare più approfonditamente in quel punto.

I piccoli saggi possono dare utili indicazioni sulla potenzialità stratigrafi-ca

di un insediamento e sulla profondità della sua stratificazione: situati se-condo

una precisa strategia possono rispondere a problemi topografici fon-damentali,

sia riguardo ad una città, sia riguardo ad un monumento; in linea

di massima però danno indicazioni molto parziali, inducono ad erronee ge-neralizzazioni

ed “inquinano” con la loro forma a pozzo i contesti archeolo-gici.

Possono essere aperti in un vasto insediamento in vista di uno scavo

estensivo successivo.

Il metodo di Wheeler di moltiplicare sistematicamente i saggi archeologi-ci

separandoli con testimoni, cioè con strisce di terreno “risparmiato” dallo

scavo, metodo che è stato una tappa importante per la ricerca archeologica di

questo secolo, è ora abbandonato a causa dei suoi limiti, tra i quali i princi-pali

sono l’ingombro e l’impedimento di una visione di insieme dello scavo

dovuti ai “risparmi” di terreno.

Lo scavo per grandi aree o estensivo è senz’altro il modo di operare più

consigliabile perché, consentendo l’ampia visione del sito indagato, permette

di cogliere i sistemi più complessi di relazioni tra unità stratigrafiche; l’atten-zione

si sposta da ciò che si vede in parete (cioè in sezione) come accade nel-le

già esaminate strategie, a ciò che si mette in luce dentro l’area di scavo (cioè

in pianta), sintetizzando le due visioni.

Dopo la delimitazione dell’area da indagare, nello scavo stratigrafico si

procede con l’impostazione della quadrettatura, cioè il sistema di coordinate

che permette di individuare qualunque punto all’interno dello scavo senza

possibilità di errore.

Lo scavo stratigrafico si differenzia dallo sterro proprio perché intende ri-costruire

un vasto e complesso sistema di rapporti, anziché soffermarsi a con-siderare

i singoli rinvenimenti in sé. Per quanto riguarda i reperti contenuti

negli strati, è ovviamente fondamentale la provenienza dalla loro US di ap-partenenza

che deve sempre apparire sui sacchetti nei quali vengono riposti,

insieme con l’indicazione del quadrato, della data e del sito archeologico.

Gli strumenti fondamentali usati per la pratica dello scavo, oltre alla

77

trowel (cazzuola), sono il pennello, la spazzola e la scopetta, lo strumento a

gancio, la paletta da carbone, il secchio, la piccozza o malepeggio, il piccone,

la pala triangolare e rettangolare e la carriola; è normalmente impiegata però

dall’archeologo un’infinità di altri strumenti, talora anche improvvisati.

La strategia di scavo adottata a Castelraimondo nelle campagne dal 1988

al 1992, è stata necessariamente flessibile: si è scelto di partire dai saggi della

campagna 1985, che ad eccezione del settore I erano forzatamente vincolati

alla realtà preesistente la ricerca scientifica, cioè le fosse aperte dai clandesti-ni,

per sviluppare lo scavo estensivo sulle grandi aree dei settori IV e V che

avevano rivelato strutture significative.

L’équipe di lavoro era composta, oltre che da direttore di scavo, archeo-logi

e studenti dell’Istituto di Archeologia dell’Università di Bologna, anche

da studiosi degli Istituti di Storia e Archeologia delle Università di Udine, di

Venezia, di Atene e del Departement of Urban Archaeology del Museum of

London. Complessivamente hanno partecipato una settantina di persone di-vise

in più turni, circa una trentina per turno, oltre ai capi-settore, fissi; i com-ponenti

la missione erano infatti divisi in squadre che operavano in altrettan-ti

settori, affidati ad un responsabile che guidava la ricerca dall’inizio alla fi-ne,

costituita, come sempre in uno scavo, dal raggiungimento del terreno ver-gine

(non toccato dall’opera dell’uomo). Guidava la missione archeologica, il

direttore dott.ssa Sara Santoro dell’ateneo bolognese.

La presenza nello scavo di Castelraimondo di studiosi formatisi a scuole

archeologiche diverse è stata ritenuta importante, nella convinzione che co-stituisse

un’eccellente occasione di confronto e di scambio di idee e metodo-logie,

come infatti è accaduto.

3. Il computer sullo scavo

La documentazione, sia scritta sia grafica, procede contemporaneamente

allo scavo.

Nello studio dei materiali di Castelraimondo, relativamente alla raccolta

e alla gestione dei dati, ha avuto un ruolo particolare l’informatica. Il pro-gramma

di gestione computerizzata dei dati di scavo, ALADINO, realizzato

in collaborazione con il Centro di Documentazione dell’Istituto dei Beni Cul-turali

della Regione Emilia-Romagna, fu collaudato sullo scavo di Castelrai-mondo;

è un data base dotato di specifiche caratteristiche di facilità di acces-so

e di flessibilità di utilizzazione, indispensabili per utenti del tutto privi di

una cultura informatica. L’utilizzazione del data base consente di tenere con-tinuamente

sotto controllo le procedure di scavo e l’inventariazione degli og-getti

rinvenuti, imponendo procedure e linguaggio standardizzato.

78

Inoltre l’utilizzazione dello strumento informatico nella gestione dei dati

di scavo è utile per una valutazione quantitativa dei dati, anche se questi so-no

numerosissimi.

Oggi l’uso di data base informatizzati e di C.A.D. (Computer Aided De-sign)

è ormai generalizzato e non costituisce più una novità né una speri-mentazione

d’avanguardia come è stato invece nell’indagine di Castelrai-mondo

dal 1988.

79

Cap. V

I MATERIALI

I materiali scavati a Castelraimondo durante le campagne estive, veniva-no

studiati nel corso dell’inverno, in una fitta rete di collaborazioni interdi-sciplinari

con geologi, antropologi, archeobotanici, archeometristi, fisici e

chimici, grazie all’interesse scientifico di questo particolare caso archeologi-co.

Lo studio dei materiali comporta sempre una procedura codificata che

inizia dall’inventariazione con numeri progressivi forniti dalla Soprintenden-za

preposta alla tutela del territorio in cui ha avuto luogo lo scavo. Vengono

realizzate poi fotografie e disegni per l’analisi macroscopica, sostanzialmente

morfologica (cioè della forma): ogni reperto, in base alle caratteristiche che

in genere variano nelle diverse epoche, viene inserito nelle tipologie della

propria classe di materiali per ottenere un inquadramento cronologico utile

alla conferma dei dati di scavo; l’oggetto, di cui al momento del rinvenimen-to

vengono segnati l’US di appartenenza e il punto di provenienza, diventa

un indispensabile elemento chiarificatore per la datazione delle unità strati-grafiche

e quindi in generale delle fasi di vita del sito.

Oltre allo studio morfologico applicato a occhio nudo, si attua quello mi-croscopico

per “entrare” nella composizione del reperto. La complessità di

questi argomenti strettamente tecnici ne impedisce la trattazione in questa se-de.

Basti però sapere che non vengono effettuate solo le analisi da parte del-l’archeologo

per esaminare le componenti, ad esempio di un frammento ce-ramico

- come è avvenuto per ognuno dei dodicimila di Castelraimondo -, ma

gli esami vengono compiuti anche da altri tecnici, collaboratori dell’attività

archeologica.

Così si hanno le analisi eseguite dagli archeometristi, dai fisici e dai chi-mici.

Per individuare le componenti della ceramica si utilizzano le analisi al

microscopio su sezione sottile e quelle al microscopio a scansione elettronica

che permette determinazioni chimiche anche su piccolissima scala. Per indi-viduare

le caratteristiche sia dei metalli sia della ceramica si usano le diffrat-tometrie

a raggi X e le spettrometrie.

Per datare i reperti di natura organica, cioè animale o vegetale, come ad

esempio i carboni di un incendio, uno dei metodi più importanti è quello del

81

radiocarbonio o carbonio-14 ( 14 C), fondato sulla radioattività; per il legno vie-ne

applicata anche la dendrocronologia, basata sulla lettura degli anelli di ac-crescimento

del fusto di un albero. Per reperti inorganici di qualsiasi natura,

cioè composti di minerali, si usa spesso la fluorescenza a raggi X.

Per lo studio del suolo e delle pietre l’archeologo ricorre alla competen-za

del geologo, per i reperti ossei a quella dell’antropologo e dello zoologo,

per lo studio dei resti vegetali presenti sullo scavo, dagli strati preistorici sino

al XIX secolo, si ricorre all’archeobotanica.

Persino per l’esame scientifico di reperti archeologici che però hanno

precise peculiarità, le monete o le epigrafi, si ricorre agli specialisti, come i

numismatici e gli epigrafisti.

Lo studio che precede, accompagna e segue lo scavo archeologico è dun-que

eseguito non solo dalla figura più evocativa e forse romantica nell’imma-ginario

collettivo, l’archeologo, ma da una équipe di scienziati che operano in-sieme.

Per questo possiamo dire che l’archeologia è una scienza davvero in-terdisciplinare.

Tra le classi di materiali rinvenuti a Castelraimondo la ceramica grezza è

indiscutibilmente quella maggiormente rappresentata (figg. 60, 61). Costitui-sce

il 75 % dei reperti ceramici dello scavo, come di tutti quelli di area alpi-na.

Si tratta di un materiale fino a qualche anno fa poco considerato, di diffi-cile

studio, a causa della sua minuta frammentazione, della continuità nelle

forme dei recipienti e nei modi di produzione. Questi restarono sempre di ti-po

protostorico, cioè con forni a catasta; si tratta di una produzione preva-lentemente

domestica, con poche forme sempre ripetute in innumerevoli va-rianti

derivanti dalla tradizione familiare. Si è costituito così, proprio in se-guito

allo scavo di Castelraimondo, un gruppo di ricerca internazionale di

studiosi italiani, austriaci, sloveni e francesi che, riscontrando unanimemente

la difficoltà di fissare una tipologia in base alle caratteristiche morfologiche e

una cronologia fondata su questa, ha cercato una metodologia d’indagine ar-cheologica

attraverso l’analisi archeometrica (fig. 62). Così su campionature

mirate appartenenti a diversi siti, sono state studiate le materie prime che

compongono questo tipo di ceramica, cercando di fare luce sulla sua tecno-logia

produttiva, sulla sua funzione e sul suo commercio. Attraverso il chiari-mento

del rapporto tra forma, funzione ed impasto della ceramica grezza, og-getto

di vari convegni, si mira oggi a realizzare un quadro produttivo e clas-sificatorio,

articolato regionalmente e cronologicamente accertato.

A Castelraimondo sono stati rinvenuti frammenti sia di forme chiuse, cioè

olle, ollette, bicchieri, sia di forme aperte, teglie, terrine e ciotole (la ricostru-zione

dei tipi di recipienti partendo dai frammenti è stata realizzata grazie al

computer), negli strati databili a tutti i periodi di vita del colle, a conferma

della lunga vita poco soggetta a variazioni di questo tipo di prodotto. Gli im-82

pasti, appunto grezzi con grossi inclusi, sono costituiti dalla diversa combi-nazione

di argilla, calcare macinato locale e sabbia di fiume con i suoi vari

componenti. La decorazione, quando c’è, è molto povera: a linee parallele in-cise

con un pettine o uno scopetto, a linee irregolari, oppure a stuoia, cioè

con linee verticali e orizzontali intersecate, infine a cordone in rilievo, talora

con incisioni a pettine o a stecca.

Tra la ceramica comune, le anfore recuperate a Castelraimondo, anch’es-se

in stato estremamente frammentario, sono più di un centinaio e per la mag-gior

parte databili tra la fine del II secolo a.C. e gli inizi del II d.C.. I conte-nitori

da trasporto rivelano i commerci di un insediamento grazie alla loro

provenienza identificabile dalla tipologia. Nel nostro sito sono state rinvenu-te

prevalentemente anfore vinarie dell’età repubblicana di produzione adria-tica

e più genericamente nord-italica nei tipi Lamboglia 2 (fig. 35) e Dressel

6A. Soprattutto il primo è il contenitore più diffuso nell’Italia settentrionale

tra la fine del II secolo a.C. e gli ultimi decenni del I a.C.. Non mancano però

esemplari dell’anfora Dressel 2-4, vinaria anch’essa, dalla caratteristica ansa a

doppio bastoncello, di produzione prevalentemente tirrenica ma anche, in

minor misura, nord-italica e adriatica. I contenitori oleari sono pochi e di

produzione istriana. Qualche esemplare proviene dalla penisola iberica, for-se

per il trasporto di vino e di salsa di pesce, cibo molto gradito e diffuso in

età romana, mentre un’anfora è di tipo palestinese, più tarda.

La ceramica fine da mensa è presente in un ridotto numero di frammen-ti

di ceramiche a vernice nera (fig. 38), a pareti sottili, di terra sigillata nord-italica,

terra sigillata chiara africana D, databili dalla fine del I secolo a.C. al

V d.C., per tutto l’arco della romanità. I rinvenimenti di fine da mensa, mol-to

più numerosi nel settore V, hanno avvalorato l’ipotesi già avanzata sulla ba-se

delle strutture messe in luce, che questo ospitasse un quartiere residenzia-le

di rango più elevato.

Anche il vetro, materiale ancora più prezioso, poco diffuso in queste ter-re

di soldati e difficilmente sopravvissuto ai millenni per la sua fragilità, è te-stimoniato

da pochi frammenti riconducibili a circa una trentina di oggetti.

Alcuni rivelano legami con l’area renana, l’attuale Germania (fig. 45). Si trat-ta

soprattutto di forme aperte e di qualche perla sia in vetro sia in pasta vi-trea,

databili per lo più al III e IV secolo d.C..

Tra i metalli abbondano ovviamente le armi che denotano il carattere mi-litare

del sito.

L’identificazione di una tipologia di manufatti e la sua classificazione su

base etnica (ad esempio romana o germanica) appaiono problematiche per-83

ché la circolazione degli oggetti era particolarmente favorita nelle zone di

frontiera, tanto più se interessate da conflitti tra società guerriere contrappo-ste.

I reperti, che nella quasi totalità appartengono all’armamento leggero,

non implicano per la loro produzione la presenza di un centro esterno dove

lavorasse personale specializzato, magari operante su scala regionale, secon-do

modelli standardizzati; indicano piuttosto la possibilità di una produzio-ne

in loco, cui dovevano provvedere gli artigiani della comunità.

E’ difficile distinguere l’armamento dei vari periodi dell’insediamento,

mancando tipologie caratteristiche delle varie fasi, come ad esempio per le

età romana ed altomedioevale, le punte di freccia a tre alette o il gladio. Inol-tre

per quanto riguarda alcuni reperti quali le cuspidi di freccia, a partire dal-l’età

tardoantica comparvero tipologie che perdurarono attraverso i secoli,

tanto da rendere gli esemplari difficilmente distinguibili da quelli medioeva-li.

Considerando infine la sporadicità di molti reperti, provenienti dai saggi

clandestini o da strati contaminati da interventi abusivi, il dato di scavo non

ha potuto essere conclusivo nella loro collocazione cronologica.

Le armi da difesa rinvenute sono in numero esiguo rispetto a quelle da of-fesa.

Interessante è un frammento di cotta di maglia in ferro proveniente dal-l’area

del castello medioevale (fig. 51, M 106); essendo però un reperto decon-testualizzato

in quanto frutto di scavi clandestini, e mostrando un tipo di tessi-tura

ad anelli metallici intrecciati immutato dal tardo periodo La Tène (II- I se-colo

a.C.) ai primi secoli del Medio Evo, potrebbe anche essere identificabile

come lorica hamata (una particolare corazza in dotazione ai soldati romani).

Passando alle armi da offesa, si nota nettissima la prevalenza delle armi da

lancio. Infatti, tralasciando i coltelli - difficile da stabilire se strumenti dome-stici

o di lavoro oppure armi -, sono stati rinvenuti esclusivamente cuspidi di

freccia da arco, proiettili metallici da macchina da getto, puntali e piedi di lan-cia

o giavellotto (fig. 51). E’ possibile distinguere le punte dei proiettili d’arti-glieria

da quelle di altre armi, ad esempio lancia o giavellotti, solo su base ba-listica,

ponderale o formale e non sempre con sicurezza, tenendo conto che

anche in età romana esistevano propulsori a braccio per scagliare giavellotti

dalla punta piccola e massiccia. Spesso è difficoltoso attribuire un proiettile ad

una macchina da getto o ad una più semplice balestra, cosa che comporta evi-denti

implicazioni cronologiche; negli scrittori antichi di età alto- o medio-im-periale

non esistono menzioni dell’uso della balestra, le cui frecce, dalle carat-teristiche

alette, sono state però trovate in castra (accampamenti) legionari.

Si registra la presenza anche di armi da lancio non in metallo: pietre da

lancio per macchine d’assedio e ghiande missili (per fionda o frombola) dal-la

caratteristica forma ovoide in pietra e in argilla (fig. 51, P 15 e C 9000); l’u-so

della fionda fu praticamente universale ed in Italia è attestato fin dal Neo-litico:

la pietra, il materiale più facilmente reperibile in natura, rimase il più

diffuso per i proiettili attraverso i secoli, mentre per ottenere una forma più

84

regolare si ricorreva alla produzione artificiale, in argilla come nel caso di Ca-stelraimondo

(attribuibile alla 4 a fase dell’insediamento, al V-VI secolo d.C.),

raro per l’area padana e subalpina, od anche in piombo; la pietra e il piom-bo,

con maggiore capacità di penetrazione erano destinati ai proiettili per la

guerra, mentre forse l’argilla a quelli da caccia. Nel nostro sito sono state rin-venute

anche almeno due matrici di pietra per fabbricare questi proiettili, co-lando

il metallo nell’apposito incavo.

Una segnalazione a sé merita il tribulus (murice), strumento ferreo a quat-tro

punte lanciato sul terreno davanti ai cavalli per danneggiarne gli zoccoli

(fig. 50). Come sappiamo da Vegezio (Epitoma rei militaris III, 24), che scri-ve

nel IV secolo d.C., talora veniva appiccato il fuoco al murice prima del lan-cio.

Dionigi di Alicarnasso (XX, 1) ci informa che venne impiegato anche

contro gli elefanti di Pirro, sui quali era gettato da frombolieri posti su carri.

A Castelraimondo, sui cui pendii era improbabile un attacco di cavalleria, i

tribuli venivano forse prodotti, come indica il rinvenimento di questo esem-plare

tardoantico nel settore artigianale IV.

L’uso pressoché esclusivo di artiglierie o di armi a lunga gittata, costante

nel tempo, coincide con le modalità di combattimento tipiche delle opera-zioni

attorno ad una fortificazione protetta da ripidi pendii naturali: con que-ste

armi si evitava quasi sempre il corpo a corpo; la strategia è consigliata an-che

nell’opera a carattere militare di Vegezio (Epitoma rei militaris IV, 10) per

la difesa di questo tipo di sito.

Alcune delle sedici fibule (oltre ad otto frammenti vari) rinvenute a Ca-stelraimondo,

contribuiscono a caratterizzare il sito come insediamento mili-tare

in quanto tipiche dell’abbigliamento maschile e pesante, e in particolare

di quello dei soldati, come le rotonde “Ringfibeln”.

Le tipologie delle fibule di Castelraimondo coprono un arco temporale

molto ampio, dall’inizio del II secolo a.C. fino al V d.C., testimoniando la

continuità di insediamento da parte di genti celtiche, o celtizzate, e di popo-lazione

romana. Parecchie fibule, soprattutto quelle più antiche, sono rinve-nimenti

clandestini decontestualizzati, catalogati come “sporadici”, quindi

databili solo in base alla tipologia e non alla unità stratigrafica.

Le più antiche, bronzee, sono di tipo celtico: attribuibili al periodo me-dio

La Tène (fig. 21), comparvero in Europa centrale tra la fine del III seco-lo

e l’inizio del II a.C. e perdurarono fino alla metà del I a.C.; gli esemplari di

Castelraimondo dovrebbero collocarsi all’inizio del II secolo a.C..

Quelle cronologicamente successive, probabilmente del I secolo a.C., so-no

sempre di tipo celtico, in ferro, del tardo La Tène.

Sono state rinvenute anche fibule romane di schema La Tène, cioè che ri-calcavano

una tradizione artigianale celtica con una produzione in larga sca-la

tipica del mondo romano. Si tratta di una tipo “Aucissa” probabilmente ri-85

feribile alla fine del I secolo a.C., e una “de Jezerine”, tipo molto diffuso in

tutta Europa dalla penisola iberica al Danubio, forse nato nell’Italia nord-orientale

tra il 40 e il 30 a.C., con un incremento di produzione e diffusione

negli ultimi anni dello stesso secolo. L’ultima del gruppo è una “kräftig profi-lierte

fibel”, tipo prodotto inizialmente in Pannonia o nella regione alpina

orientale, diffusosi in tutta l’Europa nord-orientale con la romanizzazione, fi-no

a surclassare sul mercato dal I al III secolo d.C. le “Aucissa”.

Le già citate “Ringfibeln” per la loro forma rotonda si differenziano in

modo evidente dalle altre (fig. 47), anche nel principio di utilizzo che preve-deva

lo scorrimento dell’anello (che costituisce la fibula) per ottenerne la

chiusura (fig. 48); il tipo maggiormente diffuso in Europa centro-orientale è

tardoantico, databile al IV e V secolo d.C., confermato a Castelraimondo dal-la

datazione dello strato di provenienza.

Sempre tardoantiche sono le due fibule bronzee di tipo “Gurina” presso-ché

intatte, una decorata a piccoli cerchi concentrici (fig. 46), l’altra con glo-bi

massicci (fig. 49); il tipo, utilizzato per fermare mantelli pesanti, secondo

alcuni studiosi potrebbe avere avuto una destinazione femminile, corrispetti-vo

di un altro, usato invece dai soldati per il loro abbigliamento invernale. In

Friuli, dove la concentrazione di esemplari è particolare, dovevano esistere

parecchi laboratori che iniziarono la produzione di questo accessorio dopo il

260 d.C.. Gli esemplari di Castelraimondo datati anche dalla presenza nello

stesso strato di monete, erano certo in uso dalla metà del IV fino ai primi

trent’anni del V secolo d.C..

Non mancano, anche se scarsissimi, ornamenti femminili come orecchini

e bracciali. I primi sono costituiti da due esemplari frammentari: uno, celtico,

del tipo trovato anche a Montebello Vicentino, costituito da un filo di bronzo

ripiegato a cappio decorato da globetti tubolari disposti a croce, è del IV se-colo

a.C., e appartiene alla 1 a fase di vita dell’insediamento che, come si è det-to

sopra (Cap. III, Par. 1), contribuisce a datare (fig. 18); l’altro, ad anello ar-genteo

con perla vitrea verdeazzurra, è probabilmente tardoantico (fig. 44).

I due bracciali, in stato di conservazione molto diverso, sono l’uno celtico

e l’altro di età romana. Il primo, frammentario, è composto da due fili di bron-zo

intrecciati e manca purtroppo della chiusura, molto utile per la datazione;

trova numerosi confronti nel mondo celtico tra cui quello di un corredo tom-bale

di Dürrnberg presso Hallein (Salisburgo), risalente al III secolo a.C.. L’al-tro,

intatto, è rigido, a cerchio aperto con ingrossamenti globulari alle estremità

(fig. 37); è del tutto analogo ad altri trovati in Veneto in tombe di età romana.

Le monete, presenti a Castelraimondo in quantitativi non particolarmen-te

consistenti, suggeriscono tuttavia alcune osservazioni sulla durata dell’oc-cupazione

del sito e sulle sue vicende storiche.

86

Il piccolo esemplare di moneta celtica in argento, decorato sul rovescio

da una croce (fig. 20), documenta i rapporti con il potente regno transalpino

del Norico, mentre la dracma venetica databile alla metà del II a.C., sempre

in argento, con impressi la testa di Artemide sul diritto e il leone sul rovescio

(fig. 19), conferma il collegamento con il territorio veneto che emerge anche

in altre classi di materiali, oltre che nelle tecniche edilizie.

Tra le monete repubblicane, la consunzione di alcuni esemplari fa pensa-re

che fossero rimasti in circolazione perticolarmente a lungo, fino all’inizio

dell’impero, forse per carenza di produzione di nuove monete.

La documentazione dell’inizio dell’età imperiale (Ottaviano Augusto è il

primo sovrano dal 27 a.C. al 14 d.C.) è molto ridotta e discontinua, soprat-tutto

a confronto con altre aree dell’Italia settentrionale.

Le monete del medio impero, cioè di Traiano (zecca di Roma, 103-111

d.C.), Adriano (zecca e datazione non identificabili; fu imperatore da 117 al

138 d.C.) e Marco Aurelio (zecca di Roma, 145-146 d.C.), suggeriscono un

fenomeno di rallentamento nel ricambio del circolante, corrispondente e coe-vo

a quello di altri territori italiani, ma soprattutto gallici. Il denario di Seve-ro

Alessandro (zecca di Antiochia, 223 d.C.), non è da considerare acciden-talmente

smarrito come di solito accade per la maggior parte dei rinvenimenti

numismatici di uno scavo, bensì volutamente scartato perché riconosciuto su-berato,

cioè costituito da un’anima di metallo vile solo ricoperta da una la-mina

argentea, e quindi moneta non realmente corrispondente al valore che

indicava. Questo induce a riflettere sulle circostanze che fanno sopravvivere

il materiale numismatico attraverso lo scavo: la maggior parte dei pezzi di al-to

valore intrinseco veniva conservata accuratamente e smarrita più difficil-mente

delle monete di scarso valore, più facilmente soggette ai passaggi di

mano per le numerose transazioni di piccola e media entità.

Il numero modesto di monete fino alla metà del III secolo d.C. fa pensa-re

non tanto ad una scarsa presenza di monete nella zona, quanto piuttosto a

poche occasioni di smarrimento, quali eventi drammatici o frequenti transa-zioni

commerciali.

Dalla seconda metà del III d.C. i reperti numismatici aumentano: la si-tuazione

era cambiata. Componenti determinanti furono in quegli anni le vi-cende

militari e le invasioni che provocarono passaggi di eserciti, elementi

diffusori di moneta per eccellenza nel mondo antico (i soldati erano pagati in

moneta), nonché la tendenza alla concentrazione dell’insediamento in località

giudicate più sicure.

Alcune caratteristiche nella distribuzione cronologica dei pezzi soprav-vissuti

sembrano derivare da situazioni contingenti: un avvenimento facilitò

lo smarrimento o l’abbandono improvviso di monete dopo le emissioni del

periodo 270-276 d.C. (supponiamo si tratti della distruzione di cui si parla al

Cap. III, Par. 2), come testimoniano gli esemplari di Floriano (zecca di Roma

87

o di Ticinum, 275-276 d.C.) e di Probo (diverse monete dalle zecche di Ro-ma,

di Ticinum e di Siscia, emesse tra il 276 e il 282 d.C., fig. 40), non comu-ni

in altri siti dell’Italia settentrionale.

La documentazione relativa al IV secolo corrisponde a quella di altri siti

dell’arco alpino orientale, sia nell’assenza di pezzi di valore tesaurizzati dopo

la riforma del sistema monetale voluta da Diocleziano (imperatore dal 284 al

305 d.C.), sia nella concentrazione di esemplari di Costanzo II (imp. dal 337

al 361 d.C.), dovuta alla lunga sopravvivenza delle sue monete, registrata an-che

altrove.

Gli esemplari monetali prodotti nel periodo 408-423 d.C. forniscono l’ul-timo

dato cronologico certo, ma non è da escludere una loro circolazione per

tutto il corso del V secolo.

Il quadro dei centri di emissione, cioè delle zecche - oltre alle italiane

quella di Siscia, in Pannonia -, rientra in quello alpino e generalmente nord-italico,

nel quale però, a differenza di Castelraimondo, le zecche della Gallia

rivestono un ruolo importante. La presenza di due zecche orientali, Antio-chia

e Nicomedia, attesta la mobilità dei materiali. Nell’ultimo periodo, inve-ce,

l’area di provenienza si restringe, in corrispondenza con le vicende stori-che

che segnarono la riduzione dei centri di produzione di moneta di basso

valore nella parte occidentale dell’impero a Roma, Aquileia e Siscia, e una

minor diffusione di specie orientali.

Un caso a parte nello studio dei materiali di Castelraimondo è costituito

dalle ossa.

L’approccio dell’antropologo non è stato quello tradizionale proprio di

molti studi archeozoologici volti a riconoscere le specie presenti e il loro sta-to

di crescita, oppure a ricostruire l’habitat e l’alimentazione antica. L’obiet-tivo

è stato invece quello antropologico-culturale: riconoscere e ricostruire ri-ti

ed usi, come ad esempio i modi di macellazione.

E’ emersa in questo studio l’importanza dei resti scheletrici dei bambini

rinvenuti a Castelraimondo, di cui si è già parlato trattando la 1 a fase edilizia

del settore V (si veda il Cap. III, Par. 1, fig. 16): 11 individui morti in età pe-rinatale,

(cioè negli ultimi due mesi di gestazione e/o alla nascita), in alcuni

casi probabilmente per la pratica abortiva chirurgica dell’embriotomia.

Le fratturazioni delle ossa animali (soprattutto di maiale, poi di pecora,

di bue, di cervo, di orso e, tra i volatili, di gallina), secondo l’antropologo so-no

eccessive, anomale, antieconomiche e incongruenti per una normale pra-tica

di macellazione; talora i frammenti risultano successivamente rilavorati.

Sembra piuttosto che si tratti di macellazioni di tipo sacrificale compiute du-rante

cerimonie funebri o altre manifestazioni di carattere religioso o magico,

non escluse quelle di tipo iniziatico e divinatorio.

Questo elemento è stato accostato ai dati archeologici: le sepolture infan-88

tili nei pressi del grande focolare ovoidale - luogo simbolo della famiglia -, la

presenza del rito di fondazione dei cerchi di pietra (si rimanda ancora una

volta al Cap. III, Par. 1), il rinvenimento del frullo, lo strumento della sfera

magico-rituale, nonché altre caratteristiche architettoniche che anticamente

“segnalavano” questi elementi nell’edificio del settore V in età protostorica,

hanno suggerito all’antropologo l’ipotesi di una fratturazione osteomantica

nell’ambito di rituali magico-religiosi delle culture celtica, venetica e retica.

La suggestiva idea, lanciata con audacia, era ancora da verificare da par-te

dello studioso, prematuramente scomparso. Per il momento resta tra i se-greti

del colle.

Un reale affascinante elemento magico-rituale è senz’altro l’iynx (frullo o

rombo, fig. 15), le cui perforazioni furono eseguite probabilmente con la

punta di un piccolo coltello, allo stato fresco dell’osso, un metatarso ovino.

Una funicella doveva passare attraverso una delle due coppie di fori, rien-trando

nel verso opposto e restando libera in egual misura ai lati. Tirando e

rilasciando le estremità della corda, l’osso ruotava come un volano, provo-cando

un suono. Le tipologie di questo strumento erano variabili e diffuse in

tutti i continenti. L’utilizzazione, più spesso sacrale, era in rapporto con ceri-monie

di iniziazione o funerarie, riti di fertilità, celebrazioni cultuali di tipo

misterico. In Europa è ancora diffuso come giocattolo per l’infanzia, destina-zione

frequente nella storia delle religioni.

89

IL FUTURO

DEL COLLE

Cap. VI

CONSERVARE CASTELRAIMONDO:

IL PARCO ARCHEOLOGICO

La tutela e la valorizzazione dei siti archeologici sono un obiettivo recen-te

della scienza archeologica, in netta contrapposizione alla concezione “an-tiquaria”

del passato che nei campi di scavo vedeva dapprima il teatro di ve-ri

e propri sterri alla ricerca di tesori nascosti, ed in seguito le pure fonti di

recupero di oggetti antichi da porre nei musei.

Risulta emblematico di questo cambiamento di prospettiva il caso del-le

due Pompei: la città dei vecchi scavi con i suoi ruderi abbandonati e i

suoi resti pittorici, sia pure eccezionali ma sempre frammenti deconte-stualizzati

e tesaurizzati nel Museo Nazionale di Napoli, è inesorabilmen-te

contrapposta alla città degli scavi attuali che da Via dell’Abbondanza ha

cominciato a rivivere con tutte le sue decorazioni e i suoi arredi entro le ri-pristinate

architetture.

E’ da tempo iniziata dunque una qualificazione “museale” delle aree di

scavo, nell’ottica di una reciproca integrazione tra luogo di conservazione e

contesto di rinvenimento degli oggetti. Oggi si pretende che le metodologie

della ricerca archeologica si completino tra loro, in funzione della sistema-zione

conservativa dei siti scavati e dei reperti mobili. La tutela valorizzatrice

del patrimonio archeologico prevede i “musei all’aperto” per le strutture ar-chitettoniche

(che mantengano in situ se possibile gli elementi decorativi), in

stretta connessione con i “musei al chiuso” per i reperti mobili, che nella si-tuazione

ideale per la contestualizzazione dell’oggetto dovrebbero essere col-locati

vicino alle aree scavate (purtroppo strutture rarissime a causa dei costi

di gestione quasi sempre proibitivi); in alternativa, i musei locali che riuni-scono

i materiali rinvenuti nelle aree archeologiche circostanti, permettono

che il manufatto resti ancorato almeno al proprio territorio.

Conservazione del sito archeologico significa dunque intervenire sui mec-canismi

che secondo le leggi naturali tendono inesorabilmente a ricondurre a

materie prime i prodotti dell’attività umana. È pertanto indispensabile sosti-tuire

il principio della conservazione preventiva all’azione posteriore al dan-no,

cioè il restauro. La tutela delle strutture archeologiche, come quella dei

materiali messi in luce, deve iniziare fin dal primo momento di programma-93

94

zione dello scavo, per mettere in salvo la maggior quantità possibile di dati e

per conservare e rendere tutti i rinvenimenti fruibili al pubblico anche in fu-turo.

Il momento dello scavo può essere disastroso per i resti archeologici. Ap-pena

vengono messi in luce, i reperti subiscono uno choc inevitabile dovuto

sia al brusco cambiamento della temperatura ambientale, della relativa umi-dità

e dell’esposizione alla luce e all’ossigeno, sia all’improvvisa mancanza del

sostegno del terreno che li avvolgeva. Lasciando i reperti abbandondati in un

equilibrio instabile con l’ambiente circostante, si accelera l’inarrestabile pro-cesso

di deterioramento. È compito dell’équipe di lavoro minimizzare gli

stress ambientali subiti dalle strutture durante l’esposizione all’aria aperta e

dai reperti mobili durante l’imballaggio e il trasporto in deposito.

Determinante è l’intervento dell’archeologo nella prima protezione delle

strutture in elevato che affiorano durante i lavori di scavo. Se le murature con

legante non comportano particolari problemi, tranne in caso di scavi di alza-ti

molto imponenti, i muri a secco come quelli di Castelraimondo risultano

più delicati: la mancanza improvvisa del sostegno del terreno deve essere

compensata dall’azione di contenimento data da assi di legno o da reticoli di

pali puntellati, come è avvenuto nella casetta del settore IV.

Per i reperti mobili si provvede ad un trattamento di “pronto interven-to”,

cioè pulitura e provvisorio consolidamento, solo in caso di effettiva ne-cessità,

demandando il compito al restauratore per un successivo lavoro in

laboratorio.

Allestimento di sistemi di drenaggio e argini per facilitare il deflusso del-l’acqua

in eccesso, innalzamento di tettoie temporanee su settori particolar-mente

delicati, opportuna collocazione del terreno di riporto e dei detriti, re-cinzione

dell’area per tenere lontano i visitatori non autorizzati, sono ele-mentari

provvedimenti comunementi adottati nel cantiere, vòlti anche alla

conservazione del sito.

Per la protezione dello scavo tra una campagna e l’altra (spesso come a

Castelraimondo estive e quindi a scansione annuale) si adottano vari provve-dimenti

a seconda della situazione contingente: recinzione definitiva del sito,

reinterro dell’intera area o di tagli selezionati, consolidamento e copertura

rinforzata dei muri, copertura generale del cantiere con fogli protettivi di ma-teriali

naturali o sintetici (preferibilmente scuri per evitare la nascita di ve-getazione

le cui radici potrebbero danneggiare gli strati).

Se le misure adottate per la protezione interstagionale del sito possono in-fluire

sulla sua conservazione, ovviamente ancora maggiori sono le conse-guenze

determinate dalle soluzioni scelte per la tutela permanente dell’area

archeologica, con la creazione del parco.

Non tutti i siti vengono conservati, terminato lo scavo: alcuni sono di-

strutti per costruire edifici moderni, altri vengono consolidati ed interrati.

Nessun’area archeologica deve comunque essere abbandonata all’inevitabile

distruzione da parte di agenti umani o naturali che purtroppo sono un co-stante

pericolo anche per i siti oggetto di tutela: acque percolanti, umidità,

smog cittadino e inquinamento atmosferico in un sito urbano, oppure ani-mali

selvatici, smottamenti, dissesti per penetrazioni di radici in uno extraur-bano,

concorrono a provocare un continuo degrado qualunque sia la solu-zione

di tutela adottata per l’area.

Pulitura, consolidamento, protezione e custodia del sito rientrano obbli-gatoriamente

in qualunque programma di tutela. Tra le molteplici soluzioni,

frutto della collaborazione dei differenti specialisti, è opportuno operare scel-te

che rispondano alle singole situazioni e non a rigide idee precostituite.

Per preservare le parti antiche nelle murature con leganti, dopo averle

consolidate, normalmente si alzano le strutture di alcuni corsi nel medesimo

materiale (talora di colore diverso), lasciando uno stacco che segnali inequi-vocabilmente

l’intervento moderno; l’ultima fila è di solito di elementi atti ad

impedire infiltrazioni d’acqua, ad esempio pietra. Soprattutto all’estero, nel-l’Europa

centrale in particolare, in ambito extraurbano è predominante il gu-sto

di coronare le strutture murarie - chiuse superiormente da una soletta di

cemento - con uno strato erboso che conferisce un aspetto di giardino o par-co

all’area archeologica e al tempo stesso protegge dai danni del freddo la su-perficie.

I muri a secco come quelli di Castelraimondo sono ovviamente le strut-ture

più delicate da conservare e vengono in genere consolidati con legante

che deve risultare il meno invadente possibile, per non alterare la percezione

della costituzione originaria; ciò è possibile non tanto siringando il materiale

fra i conci, quanto piuttosto spalmandolo tra l’uno e l’altro, operazione però

molto costosa in termini di tempo e manodopera. Sono da preferire nella

composizione del legante, materiali locali che non alterino esteticamente la

struttura. Di recente si sta diffondendo l’impiego di resine epossidiche che

consolidino direttamente il terreno.

Anche se non rientra nel nostro caso, è necessario spiegare che le deco-razioni

architettoniche ed in particolare i mosaici, che in passato venivano de-contestualizzati

con il trasferimento nei musei dove se ne percepiva esclusi-vamente

la funzione ornamentale, oggi sono lasciati se possibile in situ, come

si è detto, per assicurare l’integrità all’area archeologica. Questa nuova ottica

conservativa pone maggiormente l’accento sul problema delle coperture mo-derne

degli edifici (fig. 63). Queste, che possono essere piane oppure allusi-ve

alla volumetria originaria degli ambienti, in materiale trasparente oppure

no, unitarie o articolate, è necessario che non siano invadenti per le muratu-re

antiche. In passato erano strutture prevalentemente pesanti, con pali me-tallici

o pilastri cementizi spesso infissi o poggianti sui muri antichi; oggi si

95

preferiscono tensostrutture, meglio se modulari perché adattabili a superfici

con qualunque perimetro, rette da leggerissimi supporti posti al di fuori del-l’area

edificata. E’ questo il caso del progetto di Castelraimondo, dove però

le coperture saranno simili a quelle antiche, anche nei materiali, perché si in-tegrino

con l’ambiente (fig. 64).

Ovviamente il trattamento conservativo dell’area archeologica, cioè pu-litura

e interventi di mantenimento, deve essere continuo. La manutenzio-ne

è continuamente attiva nelle zone scelte per la presentazione e l’esposi-zione

permanente al pubblico, i cosiddetti “parchi archeologici”; questi co-stituiscono

l’assetto giuridico-amministrativo di un insieme territoriale for-temente

caratterizzato da emergenze archeologiche, nel quale le finalità glo-bali

e specifiche come la salvaguardia e lo sviluppo degli elementi storico-artistici,

naturali ed umani siano promosse e disciplinate attraverso un re-gime

di vincoli ed incentivi. La protezione totale è infatti incompatibile con

l’uso totale. Definita la perimetrazione del territorio interessato, di regola si

delinea una differenziazione tra parco vero e proprio e sub-parco, il terri-torio

a ridosso delle aree di grande interesse storico, per il quale non si ri-tengono

però necessarie né una rigida programmazione né una stretta nor-mativa

per garantirne tutela e gestione. Si programmano a questo punto i

principali interventi da eseguire per realizzare il parco: zonizzazione del

territorio; individuazione dei vincoli, degli incentivi e della normativa di tu-tela;

definizione degli itinerari archeologici e relativi centri di lettura; iden-tificazione

degli itinerari di particolare interesse ambientale; organizzazio-ne

della viabilità interna e periferica e, ove necessario, dei sistemi agrario,

produttivo e residenziale; individuazione e localizzazione delle attrezzature

di servizio; direttive in materia di recupero dei manufatti esistenti; inter-venti

tesi al riequilibrio paesaggistico.

Particolare attenzione deve essere rivolta alla fruizione dell’area archeo-logica

da parte del pubblico. Nel caso di strutture complesse ed articolate, i

problemi di comprensione per il visitatore medio spesso sono tali da impedi-re

un corretto apprezzamento di tutte le valenze culturali contenute nel mo-numento.

È compito di chi opera nel settore dei Beni Culturali rendere ma-nifesta

ed accessibile la maggior parte delle potenzialità nascoste, mettendo

l’osservatore nella condizione di poter ricevere sull’area da visitare informa-zioni

in maggior o minor quantità, a seconda delle esigenze. Percorsi di visi-ta

segnalati da pannelli didascalici, magari con diversi livelli di lettura per il

visitatore più attento o per quello più frettoloso, consentono il sistema

d’informazione più efficace.

A Castelraimondo il progettato parco archeologico, in corso d’attuazio-ne,

prevede un unico percorso circolare nel bosco, con zone di sosta dove il

visitatore possa fermarsi per apprezzare pienamente il sito e pannelli esplica-tivi

delle varie fasi di vita del colle. Le strutture antiche saranno dotate di co-96

perture, come si è detto, che le proteggano dopo essere state restaurate. L’e-sposizione

permanente dei reperti, allestita nel contiguo paese in concomi-tanza

con l’inizio dei lavori, integra il parco, nell’ottica di una completa con-servazione

del sito.

Il parco archeologico, tutelando i segreti in parte svelati del colle, li tra-smetterà

definitivamente dal passato al futuro.

97

DIE GEHEIMNISSE

VON

CASTELRAIMONDO

101

DIE GEHEIMNISSE VON CASTELRAIMNDO

Die Wunder der Hügel

Der Hügel von Castelraimondo (italienische Übersetzung des lokalen Ortsnamens

Zuc ‘Scjaramont) beherrscht die Mündung des Flusses Arzino in den Tagliamento,

gegenüber dem Felsen von Ragogna.

Die erhöhte, strategische Position erlaubte es in der Antike wie heute, einen sehr

weiten Horizont der friaulischen Ebene, von Osoppo bis zum Meer bei Aquileia sowie

den letzten Abschnitt des engen Tales des Arzino zu kontrollieren, das durch Karnien zu

den Alpenpässen aufsteigt, die in das heutigen Österreich, dem römische Noricum

führen.

Darin liegt wahrscheinlich die lange Siedlungskontinuität am Hügel begründet, der

wenigstens vom 4. Jahrhundert vor Christus bis zum 10. Jahrhundert nach Christus

sowie im Spätmittelalter vom Ende des 13. Jhdts. bis zur Hälfte des 14. Jahrhunderts

besiedelt war.

Bereits aus dem 19. Jahrhundert gibt es Hinweise auf archäologische Funde auf dem

Hügel, fast alle nicht überprüfbar, jedoch genau beschrieben und dokumentiert von

Monsignore Biasutti in seinem gelehrten Werk über Forgaria: Griechische und römische

Silbermünzen, Aschenurnen, “Steinkugeln, Lanzen- und Pfeilspitzen, Messer, Knochen

großer Menschen”, von denen schriftliche Quellen aus dem 19. Jahrhundert, die uns

nicht erhalten geblieben sind und mündliche Tüberlieferung erzählen. Einige

Entdeckungen hingegen wie jene vor 50 Jahren noch sichtbaren Stukturen scheinen mit

jenen übereinzustimmen, die durch neuere Grabungen ans Licht gebracht wurden: der

“Brunnen” von Planc de la Fontana könnte der Turm des Sektors IV sein und die Ruinen

am Fuße des Hügels auf der Pustota könnten die römischen Mauern des Gebäudes im

Sektor V sein. Das von diesen Funden ausgelöste große Interesse war teils im

Nationalismus des 19. Jahrhunderts begründet, der durch Bezugnahme auf die Römerzeit

die Zugehörigkeit Friauls zu Italien unterstreichen wollte und teils in der Resonanz auf

die mit der Antike in Verbindung stehenden neu entstandenen wissenschaftlichen

Disziplinen.

In jüngerer Zeit wurde das Interesse an der antiken Geschichte Forgarias durch die

Veröffentlichung des Werkes von Biasutti neu geweckt. Der Verlust des traditionellen

Ortsbildes durch das zerstörerische Erdbeben von 1976 hat ebenso die Suche nach den

eigenen Wurzeln angeregt. Die Neugierde hinsichtlich der Antike und faszinierender

Legenden, wie jene des goldenen Kalbes, das unter einem Baum auf dem Hügel

begraben worden sein soll oder in den Arzino geworfen, hat einige Einheimische zu

heimlichen Grabungen angeregt die Konstruktionen und Materialien zum Vorschein

gebracht haben: Die ersteren wurden dadurch an der Oberfläche und in ihrer Struktur

beschädigt, die zweiten wurden zum Teil rückerstattet aber aus ihrem Kontext gerissen,

mit ungewissen unverlässlichen und widersprüchlichen Hinweisen auf ihre Herkunft.

Zahlreiche Möglichkeiten und Kenntnisse sind auf diesem Wege verloren gegangen.

Die Entdeckungen, die ihren Niederschlag in der lokalen Presse fanden, haben

jedoch die Aufmerksamkeit der friaulischen Sektion des Italiensichen Institutes für

Burgen und des Institutes für Geschichte der Universität Udine geweckt, die die ersten

Grabungen durchgeführt haben. Die systematische Erforschung wurde dann dem

Institut für Archäologie der Universität Bologna anvertraut.

Vorrömische Zeit

Nach einer Zeit sporadischer Frequenz wahrscheinlich während des Neolithikums,

entsteht im 4. Jahrhundert v. Chr. eine befestigte Siedlung in der späten Eisenzeit, die den

Transport der Waffen und Materialien aus Eisen kontrollierten, die von den Alpen in das

Gebiet der oberen Adria gebracht wurden; einige eisenverarbeitenden Tätigkeiten er-folgten

innerhalb der Ansiedlung.

Die Charakteristik entspricht jener der befestigten Lager und Ansiedlungen der

vorrömischen Zeit, wie sie auf beiden Seiten des Ostalpenbogens ans Licht gebracht wur-den.

Wir finden sowohl die Mauern (sogenannte Grundmauer aus unbehauten Steinen

unterschiedlicher Größe, und ohne Verwendung von Mörtel; die Mauern verliefen mehr

oder weniger kreisförmig um den höchsten Teil der Erhebung), als auch künstlich ange-legte

Terrassen mit Mauern in Trockenbauweise.

Die Wohnungen sind halb in der Erde versenkt, die in dieser Art auch im Alpenvor-land

in der Gegen von Verona und Vicenza sowie im Bereich des frühen Veneto und

Rätiens auftauchen: In den Felsen gehauen, mit rechteckigem oder quadratischem Grun-driß,

mit einem Korridor als Zugang. Sie weisen Trockenmauern auf, die von einigen

großen Steinen als Fundament erstellt wurden, auf das die mit einem Holzdach versehe-nen

Seitenwände aufbauten.

Die Dächer dürften mit pflanzlichem Material (Stroh oder Zweigen) gedeckt gewe-sen

sein. Es handelte sich durchwegs um Einfamilienhäuser.

Das Gebäude im Sektor V, Nord-Süd ausgerichtet mit drei Wohnräumen, erweckt

besonderes Interesse aufgrund seiner ungewohnten Größe und wegen der Reste eines

Gründungsritus, der unter einem Fußboden gefunden wurde: Zwei tangierende Kreise

aus Steinen, die auf einer genau Ost-West ausgerichteten Linie angeordnet, befinden sich

innerhalb eines zweiten größeren Kreises auf gleichem Niveau. Darin wurde ein Gegen-stand

aus dem mystischen rituellen Bereich gefunden: Ein bearbeiteter Schafsknochen

mit zwei Löchern; wahrscheinlich handelt es sich um ein Musikinstrument (Rassel, Win-dorgel

oder ein Gerät zum Auffinden von Geistern). Ein Haus in dieser besonderen Aus-führung

gehörte wahrscheinlich einer für die kleine Gemeinde besonders wichtigen Per-son,

dem Oberhaupt oder dem Schamanen, wenn auch die Verwendung als Kultstätte

nicht gänzlich ausgeschlossen werden kann. Skelettreste von Föten und Neugeborenen

wurden unter der eiförmigen Feuerstelle im nördlichen Bereich gefunden, die vermutlich

in vorrömischer Zeit entsprechend dem im Alpenraum üblichen Ritus bestattet worden

waren.

Ein weiteres Haus, kleiner aber von der gleichen Art, wurde im Sektor IV gefunden,

ein Bereich der auf Basis des Fundmaterials Standort handwerklicher und produktiver

Tätigkeiten war.

Zwischen dem 2. und dem 1. Jahrhundert v. Chr. wurde die Anlage mit neuen Befe-102

stigungswerken keltischer Form ausgestattet: eine starke murus gallicus die auf einer Län-ge

von rund 20 m im Sektor IV freigelegt wurde, die sich jedoch nur auf eine Höhe von

30 cm erhalten hat, was dem Niveau der Grundmauern entspricht. Sie ist aus einem äuße-ren

Teil aus kleinen und großen Steinen ein Trockenbauweise errichtet, ausgefüllt mit Er-de

und Steinen und einer inneren Struktur in Holz errichtet, die mit den natürlichen

Geländevorsprüngen verbunden ist. In der Holzstruktur blieben zahlreiche Löcher in die

senkrecht Pfeiler eingebunden waren. Diese im keltischen Europa für Mauern verbreite-te

Bauweise ist im Detail in Caesar De bello Gallico (VII, 23) anläßlich der Belagerung

von Avaricum beschrieben worden und ist derzeit das einzige Beispiel, das im italieni-schen

Alpenbereich gefunden wurde.

Im 2. Jahrhundert v. Chr. war die Entwicklung der Siedlung an den Handel mit Mi-neralien

im Alpenraum gebunden, an deren Verarbeitung und vor allem an deren Trans-port

in Richtung der zentralen Bereiche des Veneto gebunden, wobei das Tal des Arzino

eine Abkürzung darstellte oder vielleicht einen sichereren Weg weitab von den gefährli-chen

Niederungen des Tagliamento.

Der Ausbau des Castelraimondo erscheint als Folge der Gründung der römischen

Kolonie von Aquileia (181 v. Chr.) und an des damit verbundenen Impulses für die Wirt-schaft

nicht nur für die angrenzenden Gebiete, sondern auch für die inneralpinen Berei-che.

Aus diesen Gründen entstanden neue Verteidigungswerke und die Verbesserung der

Bauwerke innerhalb der Ansiedlung von Castelraimondo, als Werk von Völkern, die von

Tradition und Kultur nicht römisch waren aber immer stärker an die römische Welt ge-bunden

wurden und am Ende dieser Periodo ausgesprochen offen dem Handel mit den

Römern gegenüberstanden, wie Amphoren, schwarze Sigillata und graue Keramik aus

der Poebene.

Römische Zeit

Die Militarisierung Friauls erfolgt durch Julius Caesar zwischen 58 und 51 v. Chr.

nach der Plünderung von Tergeste (Triest) durch die Gepiden (De bello Gallico I, 10).

Zum Zwecke der ständigen Überwachung wurden in dieses Gebiet wenigsten vier Le-gionen

verlegt und es erfolgte die Errichtung von mehreren befestigten Zentren: Die Ka-stelle

und Siedlungen von Tricesimo, Osoppo und Gemona sowie die Stadt Iulium Car-nicum

(Zuglio).

In weiterer Folge, während der Kämpfe an der Donau zur Zeit des Augustus wurde

dieses Gebiet nie zur Gänze entmilitarisiert, trotz des Umstandes, daß die Julischen Al-pen

in jener Epoche ein ziemlich friedliches Gebiet darstellten. Die militärische Kontrol-le

der Alpentäler wurde deshalb beibehalten bzw. verstärkt, um neben der Kontrolle der

Heerstraßen auch ein gutes Funktionieren des cursus publicus (militärischer Postdienst),

der von Augustus eingeführt wurde, um die Heere in Germanien von Aquileia aus len-ken

zu können und um dem Unwesen der Wegelagerer Einhalt gebieten zu können, die

für Reisende, Händler, und Hirten eine Gefahr darstellten. Die Wachtürme und Signal-türme

stellten Sichtverbindung zwischen den militärischen Abteilungen her.

In diesen allgemeinen Kontext fügt sich der quadratische Turm des Sektors IV ein,

der zwischen dem Ende des 1. Jhdts. v. Chr. und dem Beginn des 1. Jhdts. n. Chr. er-richtet

wurde. Dadurch wird die Bedeutung Castelraimondos in der Hierarchie der ro-manisierten

einheimischen Ortschaften ersichtlich. Die Bautechnik der neuen Befesti-103

gung unterscheidet sich grundsätzlich von der vorrömischen lokalen Bauweise durch den

Gebrauch eines hervorragenden Mörtels, die Außenwände waren verputzt - wie bei an-deren

vergleichbaren Türmen entlang des limes (Grenze) des Reiches - und die Dächer

mit Ziegel gedeckt.

Der Turm hatte neben seiner Funktion hinsichtlich Verteidigung, Kontrolle und Sig-nalstelle

auch einen erheblichen Wert als Zeichen der römischen Macht und daher als

psychologische Abschreckung gegenüber der einheimischen Bevölkerung, die an diese

Art von Bauwerken nicht gewohnt war.

Im Sektor V hat das große Gebäude eine Reihe von baulichen Verbesserungen erfah-ren

- Dach wurde mit Ziegeln gedeckt und andere Veränderungen, die auf römische Bau-weise

hindeuten.

Nördlich des Gebäudes wurde ein weiterer quadratischer Aussichtsturm errichtet, in

einer beherrschenden Position über den Tälern des Arzino und des Tagliamento.

Bis zum Jahr 270 n. Chr., als die Dächer der Gebäude in den Sektoren IV und V ein-stürzten,

gab es keine wesentlichen baulichen Veränderungen in der Struktur und Funk-tion

der Ansiedlung.

Die strategische Bedeutung des Ortes wird durch die sofortigen Maßnahmen hin-sichtlich

Wiederaufbau und Restaurierung der Strukturen verdeutlicht, die in der Phase

4a der Siedlung erfolgten.

Im Sektor V wurde das große Gebäude durch neue Mauern vergrößert, bei deren Er-richtung

Mörtel verwendet worden war. Das Innere des Gebäudes wurde sorgfältig ver-putzt.

Die zutage getretenen Materialien weisen auf einen nunmehr völlig militärischen

Charakter des Ortes hin.

Die Befestigungsanlage blieb während des gesamten IV Jahrhunderts militärisch ak-tiv

und war somit Teil der römischen Verteidigungsanlagen, die auf einem doppelten Be-festigungsring

basierten: Einer am limes an Rhein und Donau, ein zweiter in den alpinen

Regionen.

Um das Jahr 430 n. Chr. zerstörte ein gewaltiges kriegerisches Ereignis die Siedlung:

im Sektor V zerstörte ein Brand das Gebäude, während im Sektor IV alle Häuser und der

Turm gründlich zerstört wurden.

Auf diese Weise ging die letzte Phase römischen Lebens auf dem Hügel zu Ende.

Nachrömische Zeit und Mittelalter

Nach der Zerstörung in der Mitte des 5. Jhdts. n. Chr. wurde auch Castelraimondo

für mehrere Jahrzehnte verlassen. In diese Zeit fällt auch die Zerstörung von Emona

(Ljubljana) und Iulium Carnicum und die schwere Krise von Aquileia sowie das Verlas-sen

den Villen auf der oberen friaulischen Ebene - es waren die Jahre fortschreitenden

Zerfalls des Weströmischen Reiches.

Die Strukturen des Sektors V, befreit von losen Steinen und ohne Verputz, wurden

im nördlichen, geschützteren Bereich wieder benutzt - unter Verwendung noch stehen-der

Mauern, auf die einfache Holzhäuser gebaut wurden.Tiere und Menschen bewohn-ten

jetzt die gleichen Räume, wobei sie eine archäologische Schichte sehr dunkler Erde

produzierten (“dark earth”), die reich an Keramikresten und Speiseresten sind, bedingt

durch die fehlende Kontrolle der Wohnbedingungen und der Abfallbeseitigung. Dies

wird als Hinweis auf einen beträchtlichen Rückgang der Lebensqualität in der Ansied-lung

gedeutet. Keiner der Keramik- oder Metallfunde ist nichtrömischen Kulturen wie

104

Germanen oder Langobarden zuordenbar, die in dieses Gebiet einfielen und die in na-hen

Anduins belegt sind. Die Siedlung von Castelraimondo, Zufluchtstätte für Hirten

und arme Leute bestand weiter bis zum Ende des VII n. Chr. als ein Erdbeben die rest-lichen

Mauern des Sektors V zum Einsturz brachten und ein neues, lange andauerndes

Verlassen der Ansiedlung bewirkte und damit die Phase 5a der Besiedelung abschloß.

Auf dem Boden der über ein Jahrhundert als Weideland benutzt worden war, wurde

im 9. Jhdt. ein neues Gebäude aus Holz errichtet, ein Teil davon war sicherlich ein Heu-stadel

(belegt durch Analysen der archäologischen Botanik von Pollen blühender Pflan-zen).

Zwischen dem Ende des 9. und dem Beginn des 10. Jhdts. wurde der noch stehen-de

Rest des Turmes im Sektor IV als zeitweise Zuflucht oder bescheiden Wohnung ge-nutzt.

In jener Zeit kam es zu einer Erholung in Hinblick auf Wirtschaft und Bevölkerung

in Friaul bedingt durch klimatische Verbesserungen und trotz schrecklicher Einfälle der

Ungarn.

In den folgenden Jahrhunderten wurde der Gipfel des Hügels ausschließlich land-wirtschaftlich

als Weideland genutzt.

Im westlichsten Hügel wurde in den Sektoren II und III in den nach den Raubgra-bungen

erfolgten wissenschaftlichen Grabungen Keramik- und Metallfunde entdeckt, die

dem 13. und 14. Jhdt. zuzuordnen sind und teilweise mit jenen der vorhergehenden Jahr-hunderte

vermischt waren. Freigelege Mauern und ein Brunnen stammen aus verschie-denen

Epochen.

Wahrscheinlich lag die mittelalterliche Burg, Schauplatz dunkler Geschehnisse im

Kampf zwischen dem Patriarchen von Aquileia und dem Herzog von Görz, und aussch-ließlich

in den von Biasutti gesammelten Chroniken dokumentiert, auf diesem Teil des

Hügels.

Zur gleichen Zeit entstand im 13. Jhdt. am Fuße des Hügels in der Ortschaft Sintig-nella

(Sektor VI) ca. 300 m östlich der römischen Siedlung die kleine Kirche St. Agnes,

die um 1609 zerstört wurde. Nach Osten ausgerichtet, mit einem Schiff, rechteckigem

Grundriß und fast quadratischer Absis, aus behautem Stein erbaut. Das sakrale Bauwerk

war an die Entwicklung der unteren Ortschaften von Forgaria gebunden, die der Neuzeit

zuzuordnen sind - in dieser Zeit erfolgte die endgültige Aufgabe des Hügels als Sied-lungsraum.

Deutsche Übersetzung von Dieter Malle

105

DAS LEBEN

AM HÜGEL

110

111

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

Per la storia degli studi sul colle di Castelraimondo, si veda la trattazione

di V. Lenarduzzi, Il castello di Chiaromonte e la chiesa di S. Agnese in Forga-ria,

Udine 1905.

Un’approfondita e dotta documentazione è raccolta nell’opera monu-mentale

di G. Biasutti, Forgaria - Flagogna - Cornino - S. Rocco, Udine 1977.

Il resoconto delle prime indagini scientifiche sul colle è pubblicato in Il

colle abbandonato di Castelraimondo. Testimoniare il passato con i metodi del

presente, a cura di F. Piuzzi, (Istituto di Storia dell’Università di Udine, Serie

monografica di Storia moderna e contemporanea, n. 134), Udine 1987.

I risultati degli scavi sistematici sul colle sono pubblicati in Castelraimon-do.

Scavi 1988-1990. I- Lo scavo, a cura di S. Santoro Bianchi, (Cataloghi e

monografie archeologiche dei Civici Musei di Udine, 2), Roma 1992; lo stu-dio

dei materiali rinvenuti è in Castelraimondo. Scavi 1988-1990. II- Informa-tica,

archeometria e studio dei materiali, a cura di S. Santoro Bianchi, (Cata-loghi

e monografie archeologiche dei Civici Musei di Udine, 5), Roma 1995.

Per una trattazione dello scavo stratigrafico si veda A. Carandini, Storie

dalla terra. Manuale dello Scavo Archeologico, Torino 1991.

Il più recente manuale su tutte le fasi dell’indagine archeologica, agile

strumento didattico, è Archeologia come metodo. Le fasi della ricerca, a cura

di S. Santoro Bianchi, (Istituto di Storia dell’Arte, Quaderni del Seminario di

Archeologia 1), Parma 1997, che contiene anche indicazioni per la metodo-logia

da seguire nello studio del materiale archeologico.

Per la trattazione della conservazione sullo scavo archeologico, si veda

l’amplissima esemplificazione di musealizzazione di aree archeologiche in Ita-lia,

I siti archeologici. Un problema di musealizzazione all’aperto, Primo Semi-nario

di Studi - Roma febbraio 1988, a cura di B. Amendolea, R. Cazzella, L.

Indrio, Roma 1988. Per contributi recenti, si vedano: I siti archeologici. Un

problema di musealizzazione all’aperto, Secondo Seminario di Studi - Roma

gennaio 1994, a cura di B. Amendolea, Roma 1995; I.B.A.C.N., Archeologia

e ambiente, Atti del Convegno Ferrara Restauro ‘98, Bologna 1999.

Altra bibliografia su Castelraimondo: S. Santoro, Les forteresses romaines

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orientale al tempo di Milano capitale, in Felix temporis reparatio, Milano

1992, pp. 357-367; S. Santoro, La ceramica grezza romana di Castelraimondo:

problemi di metodo e prospettive di ricerca, in Aquileia e l’arco adriatico, Anti-chità

altoadriatiche XXXVI, 1990, pp. 375-404; M. P. Guermandi, S. Santoro

Bianchi, Problemi e metodi di classificazione della ceramica grezza romana di Ca-stelraimondo

(Udine), Rei Cretariae Romanae Fauctorum Acta XXXI- XXXII,

1990 (1992), pp. 557-577; S. Santoro, Indici di rinnovamento e tecniche costrut-tive

“povere” nell’edilizia residenziale romana dell’Italia settentrionale, in La ciu-dad

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Chevallier, Caesarodunum XXVIII, 1994, vol. II, t. 1, pp. 75-93; S. San-toro

Bianchi, Indici di rinnovamento e tecniche costruttive “povere” nell’edilizia

residenziale romana dell’Italia settentrionale, Aquileia Nostra LXV, 1994, pp.

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all’aperto, Secondo Seminario di Studi - Roma gennaio 1994, a cu-ra

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Santoro, Dalla sismologia storica all’archeosismologia, Ocnus, 4, 1996, pp. 253-

264; S. Santoro, Castelraimondo: la labile evidenza di un insediamento tra IX e

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Padova 1998, pp. 17-28; S. Santoro, Castella in tumulis: nuove acquisizioni sui

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1997; S. Santoro (a cura di), Problemi di studio e conservazione degli insedia-menti

minori romani di area alpina, Atti dell’incontro di studio Forgaria 1997,

Bologna 1998.

112

113

INDICE

Presentazioni pag. 5

Premessa » 9

ALLA RICERCA DEGLI ANTICHI ABITATORI

Cap. I La storia degli studi e i precedenti dello scavo »13

Cap. II L’insediamento d’altura nel territorio friulano

tra età pre-romana e Medio Evo »16

Cap. III I risultati dello scavo di Zuc ’Scjaramont -

Castelraimondo »20

1. I primi abitanti del colle (l’età pre-romana) »20

2. Un insediamento militare (l’età romana) »25

3. Il declino dell’insediamento (l’età post-romana) »30

4. L’abbandono, il castello e la chiesa

(l’età medioevale e rinascimentale) »32

Riepilogo delle fasi di vita del colle »35

I METODI E I MATERIALI

Cap. IV La metodologia dell’indagine archeologica »75

1. Lo scavo stratigrafico »75

2. Strategie di scavo »76

3. Il computer sullo scavo »78

Cap. V I materiali »81

IL FUTURO DEL COLLE

Cap. VI Conservare Castelraimondo: il parco archeologico »93

DIE GEHEIMNISSE VON CASTELRAIMONDO »99

DAS LEBEN AM HÜGEL » 107

Bibliografia di riferimento » 111

Finito di stampare

nel mese di settembre 1999

presso la Lithostampa

di Pasian di Prato - Udine

115

116

RIEPILOGO DELLE FASI DI VITA DEL COLLE

I PERIODO: PRE-ROMANO

Fase 1 a

: IV-II secolo a.C.

terrazzamenti, fortifica-zioni

con percorsi di pie-tre,

rito di fondazione,

costruzione dell’edificio

del settore V e del IV

Fase 2 a : II-I secolo a.C.

costruzione del muro di

fortificazione del settore

IV (murus gallicus)

II PERIODO: ROMANO

Fase 3 a : 25 a.C.- 270 d.C.

costruzione della torre

del settore IV e della tor-re

del settore V, ristruttu-razioni

all’edificio V, 1°

crollo delle strutture nel

settore V

117

Riepilogo delle fasi

di vita del Colle

119

Das Leben

am Hügel

121

122