Rosanna Ghetti
I
SEGRETI
COMUNE DI
Si ringraziano
per la cortese disponibilità alla
pubblicazione delle immagini il Dipartimento di Archeologia dell’Università
degli Studi di Bologna e la casa editrice l’Erma di Bretschneider.
Un sentito
grazie alla professoressa Sara Santoro
per i preziosi
consigli.
© Copyright 1999
Comune di
Forgaria del Friuli
“Le cose che
egli [l’archeologo] trova non sono di sua proprietà, da poter trat-tare
come gli
aggrada, o trascurare a suo piacimento. Sono un legato affidato
direttamente dal
passato all’epoca presente. Egli è solo l’intermediario privi-legiato
attraverso le
cui mani ci pervengono; e se, per negligenza, trascura-tezza
od ignoranza,
sminuisce quella somma di conoscenze che si sarebbero
potute ottenere
da loro, sappia di essere colpevole di un crimine archeologi-co
di prima
grandezza. La distruzione di testimonianze è così dolorosamente
facile ed anche
perdutamente irreparabile” (H. Carter - A. C. Mace, La tom-ba
di Tutankhamon,
vol. 1, Londra 1924, p. 124).
Unione Europea
Fondi F.E.R.S.
Repubblica
Italiana
Regione Autonoma
Friuli-Venezia
Giulia
Provincia di
Udine
Comune di
Forgaria nel
Friuli
Lima spa
È con
particolare piacere che l’Amministrazione regionale vede la pubblica-zione
di questo libro
con gli auspici ed il contributo finanziario del Programma
Operativo
INTERREG II Italia/Austria II e non soltanto perché il progetto
ARGE VIRUNUM
all’interno del quale il libro si colloca è un bel progetto di
concreto
interesse transfrontaliero, come è attestato anche dallo sviluppo di una
parte del
progetto in territorio austriaco.
Infatti, mentre
negli altri programmi operativi della seconda generazione
INTERREG, siano
essi transfrontalieri che transnazionali, sono già stati pub-blicati
diversi studi,
ricerche ed Atti con il contributo di tale iniziativa comuni-taria,
è questa la
prima pubblicazione afferente esclusivamente ad un progetto
di cooperazione
tra partner del Friuli-Venezia Giulia e della Carinzia, che quin-di
potrà
contribuire, speriamo insieme ad altre successive iniziative a stampa, ol-tre
che fare
conoscere lo specifico progetto anche a diffondere i più ampi conte-nuti
progettuali del
Programma Operativo ed a rafforzare i vincoli di collabora-zione
tra le comunità
della nostra regione e della vicina Carinzia.
Pare, infine,
doveroso complimentarsi con gli Autori dell’interessante ricer-ca
per il lavoro
svolto e con l’Amministrazione comunale di Forgaria nel Friuli
per la capacità
dimostrata nell’utilizzo puntuale delle risorse che l’Unione eu-ropea,
lo Stato e la
Regione hanno messo a disposizione del progetto ARGE VI-RUNUM,
che certamente
viene oggi a proporsi quale uno dei più interessanti
dell’intero
Programma Operativo INTERREG II Italia/Austria.
dott. Roberto
Antonione
Presidente della
Giunta regionale del Friuli-Venezia Giulia
5
A pochi mesi dal
terremoto del maggio 1976, uscì un importante studio sul-la
storia e sulle
origini di Forgaria e del suo territorio “Forgaria - Flagogna -Cornino
- San Rocco” a
cura di Mons. Guglielmo Biasutti (1904-1985) ricerca-tore
e storico
forgarese.
Dalla lettura di
quel ricchissimo e vasto spaccato della storia e della realtà for-garese
dei secoli
passati, gli Amministratori e i cittadini del Comune di Forgaria ri-scoprirono
ciò che ormai
era sepolto solo nella memoria di pochissimi anziani.
Storie sui
Castelli di Scjaramont e di Flagogna e di castellani in lotta tra lo-ro
e, ancor più
antiche leggende di insediamenti al tempo dei romani.
Le notizie
suscitarono l’interesse anche di alcuni studiosi che si attivarono
per una prima
campagna di scavi nel 1985.
A questa, seguì
una sistematica campagna di scavi condotta dal Diparti-mento
di Archeologia
dell’Università degli Studi di Bologna in collaborazione
con l’Università
degli Studi di Udine.
Le Amministrazioni
che si susseguirono nel tempo, sostennero tali ricerche
e ne nacque una
prima esposizione del materiale rinvenuto sul sito di Castel-raimondo.
L’ampio periodo
coperto dai ritrovamenti, vanno dal IV secolo a.C. al XIV
secolo cui
corrisponde la definitiva distruzione del castello, ha fatto sì che si po-tesse
ipotizzare la
realizzazione di un Parco Archeologico idoneo a dimostrare il
progredire e il
mutare della vita e delle funzioni del sito nel tempo, e con ciò va-lorizzare
un’area
inserendola in un ideale percorso di grande valenza naturali-stica
e
storico-ambientale che si sviluppa nelle Prealpi Carniche, tra il Taglia-mento
e il Livenza.
Il programma
INTERREG II, Italia-Austria, ha permesso di dare concreto
inizio a questo
Parco Archeologico (realizzazione del 1° Lotto) che ha trovato nel-la
collaborazione
tra i Comuni di Forgaria nel Friuli e di Maria Saal in Carinzia,
un forte
strumento per un percorso di reciproca conoscenza e valorizzazione.
L’Amministrazione
e la popolazione di Forgaria si augurano che, prose-guendo
la feconda
collaborazione con gli Istituti Universitari, con la Soprinten-denza
della Regione
Friuli Venezia Giulia e con adeguati supporti finanziari del
Programma
INTERREG III, di prossima definizione, si possa portare a termi-ne
il Progetto del
Parco Archeologico di Castelraimondo che può aiutare “la co-munità”
di Forgaria, da
un lato a riscoprire ed amare le proprie radici, dall’al-tro
a costruire il
mosaico del proprio sviluppo.
Forgaria nel
Friuli, 30 agosto 1999
Il Sindaco
Biasutti p.i.
Guglielmo
7
9
PREMESSA
Il colle di
Castelraimondo (traduzione italiana del toponimo locale Zuc
‘Scjaramont)
domina a Forgaria del Friuli la confluenza del torrente Arzino
nel Tagliamento,
di fronte alla rupe di Ragogna.
La posizione
elevata e strategica consentiva in antico, come oggi, di con-trollare
un amplissimo
orizzonte della pianura friulana, da Osoppo al mare,
nonché il tratto
finale della stretta valle dell’Arzino, percorso abbreviato e
protetto che,
collegato direttamente alla valle del But, sale attraverso la Car-nia
verso i passi
alpini che conducono nell’odierna Austria, il Noricum di età
romana (figg. 1,
2, 3).
E’ probabilmente
dovuta a questi motivi, strategici e di sicurezza, la lun-ghissima
continuità di
vita dell’insediamento sul colle, almeno dal IV secolo
a.C. al X d.C.,
ripreso tra la fine del 1200 e la metà del 1300.
ALLA RICERCA
DEGLI ANTICHI ABITATORI
13
Cap. I
LA STORIA DEGLI
STUDI
E I PRECEDENTI
DELLO SCAVO
Dal XIX secolo
si hanno notizie di rinvenimenti archeologici sul colle
(fig. 4), quasi
tutte non verificabili, ma accuratamente annotate da vari stu-diosi.
Dall’erudito
locale Lenarduzzi, autore nel 1905 del libro Il castello di
Chiaromonte e la
chiesa di S. Agnese in Forgaria, sappiamo di un tesoretto di
26 monete
d’argento, tutte uguali, trovato nel 1865, nonché di una moneta
del re macedone
Filippo II (356 - 336 a.C.), padre di Alessandro Magno, e di
una
dell’imperatore romano Antonino Pio (138 - 161 d.C.).
Un altro
tesoretto di monete definite “barbare”, cioè forse preromane, sa-rebbe
stato rinvenuto
a Cornino, ai piedi della collina di Castelraimondo, co-me
ricorda lo
studioso V. Ostermann in una sua conferenza all’Accademia di
Udine nel 1879:
due di queste monete celtiche, d’argento, dovrebbero essere
state donate al
Museo Civico di Udine.
La dotta e
documentatissima opera Forgaria - Flagogna - Cornino - S. Roc-co,
pubblicata a
Udine nel 1977 da monsignor Biasutti, raccoglie scrupolosa-mente
le notizie dei
rinvenimenti sul colle, come quelle della fine dell’Otto-cento
su monete anche
d’argento trovate dai paesani in località Foran di Pe-col,
oltre la Pustòta
(settore di scavo V), e sul Planc de la Fontana (settore di
scavo IV).
Monsignor Biasutti tratta queste notizie con grande prudenza, sia
per correttezza
scientifica - mancando l’esame diretto delle monete non era
né è possibile
verificarne l’autenticità -, sia perché l’intermediario in alcuni
casi è stato un
celebre falsario ottocentesco, cosa che rende quindi la notizia
poco
attendibile. L’Autore si meraviglia che quasi tutti i rinvenimenti siano
avvenuti nella
zona di Castelraimondo, e non nel castello di Flagogna che egli
ritiene assai
più importante nelle vicende storiche medioevali. Oltre ai reper-ti
numismatici, ne
ricorda altri, sulla base di fonti scritte ottocentesche e ora-li
più recenti:
“olle cinerarie”, palle di pietra, punte di lancia e di freccia, col-telli,
“ossa grandi di
uomini grandi”, che però non sono giunti fino a noi. Al-tre
scoperte invece,
come le strutture ancora visibili cinquant’anni fa, sem-brano
identificabili
con alcune di quelle messe in luce dai recenti scavi: il
“pozzo” di Planc
de la Fontana potrebbe essere la torre, e i “ruderi in calce”
sulla Pustòta
dovrebbero essere i muri romani dell’edificio del settore V.
In tempi molto più
recenti, l’attenzione per l’antica storia di Forgaria si
rinnova dopo il
devastante terremoto del 1976 cui la piccola comunità di For-garia
paga un
contributo altissimo. La perdita del tradizionale aspetto del
paese,
interamente ricostruito dopo il sisma, e la coincidente pubblicazione
dell’opera del
Biasutti, stimolano la ricerca delle proprie radici, del proprio
luogo perduto
nel tempo ma non nella memoria.
La curiosità
verso antiche e affascinanti leggende, quale quella del vitello
d’oro sepolto
sotto un albero del colle o gettato nell’Arzino, spinge dal 1983
alcuni
appassionati locali a scavi che mettono in luce numerose strutture e
materiali anche
rari, quali metalli e vetri, oltre alla più ricorrente ceramica. I
danni sono
purtroppo irrimediabili, come sempre in questi casi, ben noti al-l’Italia
tutta, preda
delle razzie dei “tombaroli”. Le costruzioni sono infatti
danneggiate
nella stratigrafia e nella struttura, e i materiali, solo in parte
ri-consegnati,
vengono per
sempre decontestualizzati perché accompagnati da
indicazioni di
provenienza confuse, contraddittorie, scientificamente inaffi-dabili
e dunque ormai
inutili per la ricostruzione della storia del sito, obiet-tivo
di qualunque
indagine archeologica; per questi motivi verranno sempre
contrassegnati
con l’indicazione “sporadico, dal pozzo” o “sporadico, Pustò-ta”,
ipotizzando come
luogo di provenienza il più probabile, tra quelli parti-colarmente
presi di mira
dagli scavi abusivi. Moltissime possibilità di cono-scenza
sono andate così
perdute.
Le scoperte,
data la risonanza nella stampa locale, servono però a susci-tare
l’attenzione
della sezione friulana dell’Istituto Italiano dei Castelli, in
questo periodo
impegnata in sondaggi e ricerche nel castello di S. Giovanni,
a Flagogna. In
collaborazione con l’Istituto di Archeologia dell’Università di
Bologna e con
l’Istituto di Storia dell’Università di Udine, che dirige la mis-sione,
nel 1985
iniziano alcuni sondaggi stratigrafici del sito, ai quali prende
parte anche chi
scrive, presente in tutte le successive campagne di Castelrai-mondo
(per la
definizione di scavo stratigrafico, si veda il Cap. IV, La meto-dologia
dell’indagine
archeologica, Par. 1. Lo scavo stratigrafico). I risultati
delle prime
ricerche, mirate prevalentemente ad indagare le strutture messe
in luce dai
clandestini (denominate settori di scavo II e III) per tentarne un
recupero ed
un’interpretazione, sono tempestivamente pubblicati nel 1987
(Il colle
abbandonato di Castelraimondo. Testimoniare il passato con i metodi
del presente):
si individuano le tracce del periodo medioevale di Castelrai-mondo,
anche se
irrimediabilmente disastrate dagli scavi abusivi. L’intero col-le
risulta però
insediato sulla base di altri sondaggi (settori di scavo I, IV e V)
che rivelano più
antiche fasi di vita dell’insediamento.
Nel 1988, dopo
una pausa di due anni, l’indagine sistematica viene defi-nitivamente
affidata al
Dipartimento di Archeologia dell’Università di Bolo-gna
che realizza
numerose campagne con un’équipe di lavoro composta an-che
da studiosi
degli Istituti di Storia e Archeologia delle Università di Udi-14
ne, di Venezia,
di Atene e del Departement of Urban Archaeology del Mu-seum
of London. I
risultati scientifici degli scavi e dello studio dei materiali
vengono
pubblicati per gli studiosi nei due volumi, èditi nel 1992 e nel 1995,
Castelraimondo.
Scavi 1988-1990. I-Lo scavo, e II- Informatica, archeometria
e studio dei
materiali. Altri contributi su temi specifici compaiono in seguito
su riviste e in
convegni (si veda in proposito la bibliografia di riferimento). Il
presente volume,
pubblicato in occasione della mostra “Zuc ‘Scjaramont -Castelraimondo.
I segreti del
colle” e dell’allestimento del parco archeologico
di
Castelraimondo, sintetizza i risultati della ricerca per un pubblico di non
specialisti
dell’archeologia.
15
Cap. II
L’INSEDIAMENTO D’ALTURA NEL
TERRITORIO FRIULANO
TRA ETÀ PRE-ROMANA E MEDIO EVO
Gli abitati
antichi collocati nell’area collinare (“in altura”) del Friuli, pre-sentano
per gli studiosi
due momenti evolutivi di particolare difficoltà inter-pretativa:
il primo è il
passaggio dalle culture indigene della protostoria - cioè
l’inizio
dell’età storica, in queste zone precedente la romanizzazione, nel no-stro
caso coincidente
con la tarda Età del Ferro celtica (IV- II secolo a.C.) -,
alla
colonizzazione romana (la fondazione della colonia latina di Aquileia è
del 181 a.C.),
il secondo è il passaggio dalla romanità (la caduta dell’impero
romano
d’Occidente avviene nel 476 d.C.) all’alto Medio Evo (fino circa allo
VIII secolo
d.C.).
Il problema
riguarda la continuità dell’insediamento sia come manteni-mento
delle strutture
edilizie abitative sia come modi di vita, articolazione
della società,
cultura in generale ed economia.
Per quanto
riguarda il primo momento problematico, gli studiosi di pro-tostoria
segnalano in
Friuli una crisi del popolamento ed una grave recessio-ne
culturale e
demografica, nella tarda Età del Ferro, dagli inizi del IV sino
al II secolo
a.C.; quanto le genti celtiche possano aver influito su questa si-tuazione
è ancora
difficile da definire. Le più recenti scoperte segnalano di-versi
abitati di
cultura celtica o celtizzata in area pedemontana e montana, co-me
quelli di
Paularo, Verzegnis, Raveo Monte Sorantri, Lauco, Amaro. Resta
aperto il
problema di quanto questa presenza celtica fosse diversa dalle cul-ture
indigene.
L’insediamento
d’altura nell’ambito delle culture celtiche del tardo pe-riodo
La Tène
(corrispondente alla tarda Età del Ferro), è caratterizzato da
fortificazioni
naturali e artificiali ed è differenziato in due tipologie, come
sappiamo anche
dal De bello Gallico di Cesare che combatte i Celti nel cen-tro
Europa: oppida
di vasta estensione, con numerosa popolazione residente
e con
un’articolazione interna complessa, e castella, nuclei fortificati minori,
di ridotta
estensione e meno numerosa popolazione, apparentemente più ap-partati
e probabilmente
più antichi. E’ quest’ultimo modo dell’abitare del
mondo celtico e
celtizzato, quello del Friuli al momento della conquista ro-mana,
adatto ad
un’articolazione sociale per tribù e clan.
16
L’insediamento
d’altura nell’Italia settentrionale in età romana sembra in-vece
svolgere un
ruolo minore, legato allo sfruttamento di particolari econo-mie,
ad esempio della
selva o delle miniere, rilevanti dal punto di vista della
ricchezza del
territorio, ma ridotte da quello del popolamento ed emarginate
sotto il profilo
sociale.
Le popolazioni
delle Alpi orientali sono state per qualche tempo ostili ai
Romani, come gli
autori antichi testimoniano. Anche dopo la conquista, la
politica romana
in questi territori potenzialmente ostili, realizza sistemi di
controllo in cui
accanto ed in stretta correlazione con la distribuzione colo-niale
delle terre in
pianura, si costituiscono centri urbani di fondovalle per
diffondere i
modelli di vita irradiati dal centro del potere, Roma. A questi po-li
del popolamento
e del controllo sociale si accompagna la creazione di una
rete viaria con
le relative infrastrutture di collegamento fra il popolamento
sparso e le nuove
città, coagulo della popolazione (fig. 5); dove i centri urba-ni
anche minori non
sono realizzabili o la loro distanza è troppo grande, le
strade e i
villaggi (vici) o le stazioni per una breve sosta e il cambio dei caval-li
(mansiones),
assolvono parzialmente la funzione di romanizzazione del ter-ritorio
e cioè di
diffusione del sistema di vita romano.
Questa politica
di popolamento romana è ben verificabile nella pianura
settentrionale
del Friuli: 150 anni dopo la fondazione della colonia latina di
Aquileia (181
a.C.), caposaldo militare ed economico della regione, la fonda-zione
di Iulium
Carnicum (Zuglio) e Forum Iulii (Cividale), corrisponde ap-punto
a questo schema
che prevede l’innesto di centri urbani minori di fon-dovalle
lungo
fondamentali assi viari, come elementi di controllo militare e
sociale, coaguli
del popolamento e centri di irradiamento della cultura roma-na.
A questi centri
non fanno capo solo i coloni delle fertili terre delle pianu-ra,
ma anche la
popolazione indigena ancora sparsa nelle vallate minori, do-ve
ancora forte, e
per lungo tempo, è il peso delle tradizioni, come il modo di
costruire, di
abitare e di produrre gli utensili domestici. La conquista roma-na
in questi ambiti
passa necessariamente attraverso l’acculturazione che può
aver luogo più
che con le armi e l’imposizione amministrativa e politica, con
l’attrattiva
esercitata dalle merci e dagli innumerevoli aspetti di una vita più
comoda e agiata.
In questa
politica insediativa Castelraimondo, insediamento d’altura ro-mano
fortificato nei
primi due secoli dell’impero, si giustifica perché colloca-to
all’interno del
sistema di comunicazioni voluto da Augusto (sovrano dal 27
a.C. al 14
d.C.), in relazione alle sue imprese militari centroeuropee. Infatti il
colle
costituisce un punto in connessione visiva ottimale con le alture di Oso-pus
(Osoppo) e
Reunia (Ragogna), consentendo una trasmissione di segnali
rapidissima dal
gomito del Tagliamento fino al mare. Come torre di guardia
(si veda il
paragrafo 2 del Cap. III, I risultati dello scavo, relativo all’età ro-mana
di
Castelraimondo), è indizio della necessità di controllo di un percor-17
so ritenuto
importante o pericoloso, come quello che risale la valle dell’Arzi-no
come scorciatoia
per la Carnia. Per lungo tempo il Friuli non è frontiera,
ma sicura
retrovia, anche se non mancano sacche di resistenza alla conquista
romana da parte
di tribù alpine nonché fenomeni di guerriglia e brigantag-gio.
Molti degli
avvenimenti più drammatici della vita dell’impero tra III e V
secolo d.C. hanno
come teatro il versante italico dell’arco alpino orientale. Il
Friuli, da
sempre cerniera e terra di passaggio fra il mondo italico e quello ger-manico
e balcanico, è
in questo periodo particolarmente esposto alle incur-sioni
di popoli
barbari portatori di culture diverse, e alle scorrerie degli stessi
eserciti
imperiali in lotta tra loro. Spezzato il legame tra abitati rurali e centri
urbani a causa
non solo delle incursioni barbariche ma anche della crisi agra-ria,
delle epidemie,
del brigantaggio, del decadimento degli assi di comunica-zione,
fin dagli inizi
del III secolo d.C. si ritorna a forme di abitazione arroc-cate
e fortificate.
Si ha una rioccupazione di siti d’altura protostorici ed una ri-presa
di tecniche
edilizie tradizionali, mai del tutto abbandonate, ma ora con-giunte
a modi di vita
di qualità molto inferiore rispetto al periodo precedente,
attribuiti alla
“germanizzazione” progressiva della cultura degli abitanti; l’eco-nomia
appare ora
frammentata in ambiti territoriali ridotti e circoscritti.
L’insediamento
d’altura riprende dunque in età tardoimperiale come ri-fugio
dai pericoli
della pianura. Si tratta di un insediamento misto, in parte
civile e in
parte militare, con strutture fortificate atte a sostenere assedi. Bi-sogna
tuttavia
ricordare che le principali e più grandi fortezze tardoromane so-no
poste sulle
grandi vie di comunicazione, in pianura.
Solo da pochi
anni sono stati scavati insediamenti d’altura tardoantichi, in
Italia
settentrionale, come in Lombardia, in Trentino e in Friuli (fig. 6). La
di-stinzione
tra
installazioni propriamente militari - castra (accampamenti), castel-la
(fortezze),
speculae (torri di guardia) - e opere di difesa civile sorte soprat-tutto
in età
tardoantica - refugia (rifugi), ville fortificate -, risulta difficoltosa in
siti non
sufficientemente indagati o non ben definiti sul piano funzionale, an-che
nell’area
austriaca e slovena dove queste indagini sono state condotte ap-profonditamente
da più tempo. Un
sito romano d’altura potrebbe anche esse-re
collegato ad
iniziative isolate di difesa di singole comunità in tempi difficili,
oppure ad un
tipo di insediamento stabile, alternativo ai luoghi paludosi di pia-nura
o legato alle
attività tradizionali dell’ambiente montano: pastorizia e sfrut-tamento
del bosco o di
miniere e cave in tempo di pace. L’analisi degli insedia-menti
d’altura va
quindi affiancata a quella degli insediamenti di pianura, in
un’articolata
visione economica di un mondo, quale quello romano, capace di
integrare e
correlare economie diversificate attraverso una potente rete di co-municazioni
e commerci
irradiata dai centri urbani.
Ancora diversa è
la situazione dell’insediamento d’altura in età medioe-18
vale. La
moltiplicazione dei centri del potere feudale conduce all’erezione di
castelli e
fortezze, talvolta in relazione con insediamenti antichi, in qualche
caso
riutilizzandone anche le rovine. Così accade che siano molti i castelli
friulani, spesso
in collegamento visivo tra loro, che si ritengono costruiti su
precedenti
insediamenti romani, talora anche preromani, indiziati da rinve-nimenti
di materiali e,
più raramente, da resti edilizi.
19
Cap. III
I RISULTATI DELLO
SCAVO
DI ZUC ‘SCJARAMONT - CASTELRAIMONDO
1. I primi
abitanti del colle (l’età pre-romana)
Dopo una
frequentazione sporadica probabilmente neolitica e dell’età
del rame,
testimoniata da selci nere scheggiate, raschiatoi e lame rinvenuti
sparsi in
superficie lungo il sentiero che sale alla Forcja e in altri punti della
collina, a
Castelraimondo sorse un vero e proprio insediamento nel IV seco-lo
a.C..
Si trattava di
un villaggio fortificato della tarda Età del Ferro. Era il pe-riodo
in cui, secondo
le recenti ricerche nell’alta pianura del Friuli e della Ve-nezia
Giulia, questo
tipo di insediamento con fortificazioni veniva piuttosto
abbandonato a
causa di una crisi demografica variamente giustificata dagli
studiosi, mentre
sorgevano nella fascia collinare veneta villaggi non fortifica-ti,
costituiti da
casette seminterrate generalmente di un unico vano.
Il villaggio, grazie
alla sua posizione particolarmente strategica (fig. 7),
controllava il
transito di armenti e di materiale ferroso che dalle Alpi rag-giungeva
l’alto
Adriatico; alcune fasi delle attività metallurgiche si svolgeva-no
all’interno
dell’insediamento.
Le sue
caratteristiche sono quelle degli insediamenti fortificati protosto-rici
dello stesso
periodo messi in luce su entrambi i versanti dell’arco alpino
orientale:
ritroviamo sia le mura, sia il modo in cui si dispongono i terrazzi
ar-tificiali
con muri di contenimento
a secco (figg. 8, 9, 10). Le mura sono ora
ridotte ad uno
sfasciume di pietre (il cosiddetto “allineamento principale”) di
varie
dimensioni, non squadrate e senza malta, con un percorso approssima-tivamente
circolare che,
intorno alla sommità dell’altura, da quota 426 m.
s.l.m., risale
fino a quota 437 sul lato est; a ovest, verso il Planc de la Fontana,
questo
allineamento si prolunga con un braccio singolo che si colloca sul cri-nale
stesso del
colle, in corrispondenza dello scorrimento delle falde. Questo
sfasciume è il
risultato dell’azione di smantellamento di una struttura edifica-ta
dallo sviluppo
lineare, di cui resta il nucleo in grandi pietre poligonali alli-neate
almeno in due
filari, senza uso di malta, contenenti terra e pietre spez-zate
minori. I muri
di terrazzamento sono realizzati con tecnica molto arcai-20
ca, di tipo
poligonale, cioè con blocchi di pietra di grandi e grandissime di-mensioni
dalla forma
poligonale, con connessure spesso irregolari riempite di
pezzame lapideo
minuto. Questo tipo di tecnica muraria si ritrova in fortifi-cazioni
e muri di
terrazzamento di centri d’altura non solo in area alpina, ma
in tutta
l’Italia centrale nell’Età del ferro; bisogna tener presente per questo
come per tutti
gli altri casi di tecniche costruttive di Castelraimondo, che i
modi di
realizzazione di questo tipo di strutture proseguirono molto a lungo
nel tempo
soprattutto in area alpina, per la loro funzionalità ed economicità.
La tecnica
costruttiva dei muri di contenimento ha notevoli affinità con
quella degli
edifici di questa 1 a fase dell’insediamento.
Le abitazioni
all’interno dello spazio circoscritto dalle mura sono del tipo
protostorico
seminterrato, rinvenuto oltre che in area alpina meridionale e
centro-orientale
(Engadina, Tirolo, Lombardia, Trentino, Veneto), anche nel-la
fascia
pedemontana veronese e vicentina, in ambito culturale paleoveneto
(Montebello
Vicentino, Rotzo, Colognola ai Colli, Archi di Castelrotto, Tris-sino,
Santorso, S.
Giorgio di Valpolicella) e retico (Montesei di Serso, Fai del-la
Paganella, Doss
Zelor, Dosso S. Ippolito, Sanzeno), dal V al II secolo a.C..
Sono tagliate
nella roccia (fig. 11), a pianta quadrangolare o rettangolare, con
corridoio
d’accesso, hanno muri a secco formati da alcuni corsi di grandi pie-tre
di forma
poligonale, come fondamenta e base su cui poggiavano pareti e
ordito del tetto
in legno ora perduti; la copertura era probabilmente in ma-teriale
vegetale
(frasche, paglia). L’uso era monofamiliare. La stessa tipologia
è stata
individuata a Montereale Valcellina, dove è datata al V secolo a.C., a
Zuglio - Colle
di S. Pietro, a Flagogna Castelvecchio.
La tecnica
edilizia su cui si basa una costruzione di questo genere, sfrut-ta
al meglio i
materiali reperibili nell’ambiente d’altura con habitat forestale:
alberi d’alto
fusto, in particolare olmi, faggi, querce e pietrame selezionato,
reperito
localmente e trasportato con un’organizzazione necessariamente col-lettiva.
La limitatezza
degli scavi negli altri siti e a Castelraimondo, non ha fino-ra
consentito di
accertare l’esistenza di parti comuni (ad esempio piazza cen-trale,
spazi religiosi,
magazzini e cisterne), né l’organizzazione della struttura
del villaggio,
cioè le strade.
La casa (fig.
12) del settore di scavo V, il pianoro della Pustòta, orientata
nord-sud con
precisione, desta particolare interesse per le dimensioni insoli-tamente
grandi (m. 15 x
m. 8, contro gli abituali m. 5 x m. 6 propri di questo
tipo di
abitazione). Ha tre ambienti, ma sotto il balzo roccioso a nord, il mu-ro
di fondo non si
appoggia alla parete di roccia, restando autonomamente
staccato, in
pietre non grandissime; è questo un fatto anomalo per le case se-minterrate
che generalmente
sfruttano l’appoggio del pendìo. Il muro inoltre
non è più spesso
né rinforzato per reggere le controspinte del pendìo, quin-21
di forse non si
tratta della parete di fondo della già grande costruzione, pare-te
che poteva
essere più a nord, sotto quello che ora sembra un balzo roccio-so
naturale e che
invece è almeno in parte un enorme crollo di pietre, ricalci-ficate
tra loro,
appartenenti ad una struttura più tarda, della 3 a fase dell’inse-diamento
(si veda il
paragrafo dell’età romana).
Agli angoli
dell’ambiente più a nord, pavimentato in piccole scaglie di
pietra battute e
compresse sulla roccia naturale a regolarizzarla, sono inseri-te
quattro pietre
scistose piatte, secondo una tecnica propria delle abitazioni
retiche
seminterrate: erano basi d’appoggio per i pali angolari, a terminazio-ne
piatta e montati
“alla traditora”, cioè non infissi nel terreno, ma retti in
verticale dal
sistema di spinte e controspinte derivanti dal loro legame all’in-castellatura
interna della
casa, che collegava alzato delle pareti e struttura
portante del
coperto. La parte superiore delle pareti era in legno; il coperto,
in materiale più
deperibile come la paglia, veniva frequentemente rinnovato.
All’inizio del
lungo corridoio che affianca uno degli ambienti, un gradino
obliquo permette
l’accesso alla casa, conforme al pendìo, vòlto a sud per una
migliore
esposizione, e forse per facilitare la relazione con altri edifici più a
valle (fig. 13).
Non sono solo le
dimensioni, la posizione sulla sommità del colle alla
quota più
elevata nonché l’articolazione in più ambienti a segnalare l’impor-tanza
dell’edificio:
l’interesse particolare è dato dai resti di un rito di fonda-zione
rinvenuti sotto
il pavimento del vano centrale (fig. 14). Due cerchi di
pietra tangenti
tra loro, allineati su una linea esattamente est-ovest, sono con-tenuti
all’interno di
un altro più ampio cerchio allo stesso livello, sempre di
pietre
semplicemente infisse nel terreno, che è un conglomerato calcareo na-turale;
non restano
tracce di fuoco. Accanto al più occidentale dei cerchi è sta-to
rinvenuto invece
un oggetto della sfera magico-rituale: un osso di ovino la-vorato,
con due coppie
di fori passanti, che probabilmente è uno strumento
musicale (iynx,
cioè frullo, aerofono o cerca spiriti, fig. 15). I due cerchi di pie-tra
sono dunque il
segno di un rito di fondazione con offerte incruente (vino,
latte, miele?),
eseguito all’aperto prima della costruzione dell’edificio. Resta
difficilmente
compatibile con la presenza del rito l’uso abitativo della costru-zione:
era comune a
quasi tutte le culture antiche la tradizione di non abitare
mai nei o sui
luoghi inaugurati in modo sacro; bisognerebbe comprendere se
il rito rendeva
sacro questo luogo o se era solo un sacrificio propiziatorio alla
costruzione
della casa e dell’intero insediamento, di cui non si è voluta sman-tellare
la struttura sacrificale.
Alcuni casi, in abitazioni della stessa epoca sca-vate
a Padova,
indicano l’esistenza di cerimonie di questo tipo con offerte le-gate
all’acqua e al
fuoco nell’ambito della cultura paleoveneta.
Forse
l’abitazione così particolare apparteneva al personaggio eminente
nella piccola
comunità, il capo o lo stregone, anche se non è possibile esclu-dere
una funzione di
luogo di culto o di riunione per i capi famiglia.
22
I resti
scheletrici di alcuni feti e neonati (fig. 16) sono stati rinvenuti sot-to
il focolare
ovoidale dell’ambiente più a nord, probabilmente sepolti qui se-condo
un uso frequente
in area alpina in età preromana. Altre ossicine sono
state trovate
sparse per la casa, con ogni probabilità accidentalmente sposta-te
insieme ad altri
materiali dal focolare, quando questo venne disfatto nei ri-facimenti
romani
dell’edificio (si veda il paragrafo sull’età romana). Su nu-merose
di queste ossa
sono stati scoperti segni di taglio e fratturazione che
potrebbero
essere connessi alle pratiche chirurgiche dell’embriotomia, com-piute
nell’antichità
per estrarre dall’utero materno creature morte o mal po-sizionate
al momento del
parto. La cruenta operazione abortiva comportava
lo smembramento
del feto, talvolta precedentemente ucciso per pietà con
uno spillo di
bronzo. Il procedimento viene descritto dalle fonti antiche sia
dal punto di
vista scientifico, come nel trattato di ginecologia del medico gre-co
Sorano di Efeso,
vissuto a Roma nel II secolo d.C., sia dal punto di vista
etico, come nel
De anima scritto da Tertulliano nel 210 d.C.. La sepoltura in-terna
all’abitazione
dei bambini piccoli o nati morti, che contravveniva alla ri-gorosa
norma, propria
delle culture mediterranee, di tenere ben distinte le
case dei vivi da
quelle dei morti, si giustifica con il fatto che i bambini fino ai
tre anni non
erano considerati persone, ma forze vitali della famiglia. Come
tali, queste
energie non dovevano essere disperse all’esterno, ma mantenute
all’interno
della casa, nel luogo simbolico di questa, il focolare, o lungo le pa-reti.
L’approvvigionamento
idrico del villaggio doveva trovarsi accanto all’edi-ficio,
a nord-ovest,
dove in epoca moderna è stata realizzata la camera di cap-tazione
dell’acquedotto
e dove dunque esisteva una sorgente.
Un’altra casa,
più piccola e semplice ma dello stesso tipo (fig. 17), divisa
in due ambienti
pressoché rettangolari, è stata trovata nel settore di scavo IV,
più in basso e
più ad ovest, in un quartiere che sulla base dei materiali rinve-nuti
sembra avere
avuto una funzione soprattutto artigianale e produttiva. La
tecnica edilizia
è la medesima dell’edificio del V.
I materiali più
significativi appartenenti a questa 1 a fase (figg. 18, 19, 20,
21, 22) - un
frammento di orecchino in bronzo del tipo Montebello Vicenti-no,
frammenti di una
fibula Medio La Tène, un frammento di ceramica grez-za
con inscritto
l’alfabeto retico, una dracma venetica d’argento, oltre a nu-merosa
ceramica - sono
la prova, da affiancare a quella architettonica, che
nell’insediamento
tra la fine del IV secolo e l’inizio del III a. C. si fondevano
elementi sia
della cultura retica di area alpina sia di quella venetica della pia-nura.
Alcuni materiali
decontestualizzati dagli scavi clandestini, indicati da
testimonianze
orali come provenienti dal colle di Flagogna Castelvecchio, tra
cui la grande
fibula d’argento di tipo Certosa ed altri frammenti di bronzo e
di osso
conservati a Ragogna, insieme a strutture edilizie di tipo simile alla
piccola
abitazione del settore IV, messe in luce in recenti scavi della Soprin-23
tendenza ai Beni
Artistici, Architettonici ed Archeologici del Friuli Venezia
Giulia, fanno
ritenere che appunto a Flagogna sorgesse un altro insediamen-to,
contemporaneo a
quello di Castelraimondo, che formava con questo e for-se
con altri villaggi
vicini un sistema insediativo complesso.
Tra il II e la
metà del I secolo a.C. l’insediamento fu dotato di nuove for-tificazioni
di tipo celtico:
venne eretto un potente murus gallicus (figg. 23, 24)
messo in luce
per una ventina di metri nel settore IV, ma conservato solo per
un’altezza di 30
centimetri circa, corrispondente al livello delle più basse fon-dazioni,
dato che
l’alzato è stato asportato dal forte secolare dilavamento del
terreno lungo il
pendìo. E’ costituito da un paramento esterno di pietre a sec-co
di medie e
grandi dimensioni, da un riempimento a sacco in terra e pie-trame,
e da una
struttura interna in legno; si aggancia agli elementi naturali
emergenti, rocce
approntate dall’uomo. Al paramento si appoggiava, ne re-stano
tracce, un terrapieno
o rampa interna in terra argillosa mista a minuto
pietrame, che
aggiunto allo spessore del muro (m. 2,40/2,80), dà luogo ad
una
fortificazione larga ben m. 11 (fig. 25, 26). Della struttura lignea restano
numerose buche
di palo per sistemare pali verticali e obliqui (fig. 27); sul fon-do
di queste buche,
come base d’appoggio di pali a terminazione piatta - più
adatti a
resistere col maggior spessore all’umidità del terreno -, c’è una pietra
piatta, il più
delle volte scistosa come quelle degli angoli dell’edificio del set-tore
V; in un caso si
tratta di una delle piccole macine trovate nel settore IV,
in pietra
proveniente dalla zona del Predil, un centinaio di chilometri più a
nord, rilievo
noto per le miniere di ferro sfruttate fin dall’età protostorica.
L’ingresso verso
ovest era probabilmente realizzato con un ripiegamento con-vergente
dei muri nord e
sud, “a forcipe”, noto anche in altri siti (fig. 28), ed
era difeso da un
fossato artificiale ancora ben riconoscibile, che taglia anche
oggi il colle.
La tipologia del murus gallicus, diffusa nell’Europa celtica, e de-scritta
dettagliatamente
da Cesare (De bello Gallico VII, 23) a proposito del-l’assedio
di Avaricum, è
per il momento l’unico esempio individuato nel ver-sante
alpino italiano.
Le macine come
le cote in granito per affilare lame, grandi scorie di la-vorazione
ferrose e
colature di bronzo rinvenute in questo settore IV, fanno
pensare ad
impianti produttivi, anche legati alla lavorazione dei metalli, in
questa parte
dell’insediamento. Essi sarebbero posti a nord, in un versante
aperto e
ventilato, come è necessario e come si ritrova costantemente nella
collocazione
delle fornaci antiche.
Il villaggio in
quest’epoca si ampliò ad ovest, all’esterno del castelliere più
antico, verso
l’ingresso dell’abitato dove i due muri nord e sud convergeva-no,
probabilmente
con un’espansione di carattere commerciale e produttiva
così importante
da dover essere difesa dalle nuove opere di fortificazione.
L’insediamento
pare rientrare tra i siti fortificati stabilmente abitati, di di-24
mensioni più
ridotte e spesso più antichi dei grandi oppida, corrispondenti
probabilmente a
quelli che Cesare (De bello Gallico II, 29; III, 1) e altre fon-ti
letterarie coeve
definiscono “castella”.
Il problema
della celtizzazione del Friuli settentrionale resta comunque
più che mai
aperto, anche alla luce delle nuovissime scoperte, in particolare
la necropoli di
Paularo ed il santuario di Raveo Monte Sorantri. Il murus gal-licus
di
Castelraimondo costituisce, in questo quadro ancora non definito, un
ulteriore
elemento a favore della presenza, alla metà del II secolo a.C., di per-sone
di cultura
celtica transalpina, forse guerrieri mercenari, portatori di nuo-ve
idee e nuove
tecniche edilizie in una società indigena tradizionale già dis-sestata
dalla forza
attrattiva della cultura romana ormai ampiamente presen-te
in pianura e
sulla costa.
I miglioramenti
edilizi nell’insediamento di Castelraimondo sono opera
di popolazioni
non romane per tradizioni e cultura, ma sempre più legate al
mondo romano, e
sul finire di questa fase esplicitamente aperte ai commerci
con esso, come
rivelano anfore, ceramica a vernice nera e ceramica grigia di
produzione
padana qui ritrovate. La concomitante presenza di scorie, bloc-chetti
di ematite provenienti
dalle miniere del Canal del Ferro e pietre dalla
stessa zona
mineraria, sono indizi che dal II secolo a.C. l’espansione del vil-laggio
era legata ai
commerci dei minerali alpini, alle loro lavorazioni e so-prattutto
al loro
trasporto verso l’area centroveneta: era una tappa lungo una
scorciatoia (la
vallata dell’Arzino), o forse un percorso più sicuro, di crinale,
lontano dalle
bassure pericolose del Tagliamento.
Il potenziamento
di Castelraimondo sembra conseguente alla fondazione
della colonia
latina di Aquileia (181 a.C.) e all’impulso che questa portò nel-l’economia
non solo dei
territori limitrofi, ma anche dell’entroterra alpino. La
grande necessità
di materie prime che comportò la costruzione della nuova
città romana, in
particolare il legname, ma anche le derrate tipiche di un por-to
commerciale e
militare come carni salate, formaggi e lane, pece, tessuti,
cordame,
trovarono risposta non tanto nell’immediato retroterra colonizzato
e dunque di uso
strettamente agricolo, con colture intensive escludenti pa-scoli
e aree boschive,
ma appunto in questa fascia pedemontana e mediocol-linare
dove la
tradizionale economia della selva, dell’allevamento e della cac-cia
si integrava con
le nuove prospettive del trasporto e del commercio, sen-za
essere ostacolata
dall’impiantarsi di un’agricoltura parcellizzata.
2. Un
insediamento militare (l’età romana)
La
militarizzazione del Friuli avvenne per opera di Giulio Cesare tra il 58
e il 51 a.C. a
seguito del saccheggio di Tergeste (Trieste) da parte dei Giapidi
(De bello
Gallico I, 10). Vennero così installate a guardia permanente di que-25
sto territorio
almeno quattro legioni e furono costruiti diversi centri fortifi-cati:
i castella e gli
oppida di Tricesimo, Osoppo e Gemona, nonché la stessa
città di Iulium Carnicum
(Zuglio).
Successivamente,
durante le campagne danubiane dell’età augustea, que-sta
zona non fu mai
completamente smilitarizzata, nonostante la linea delle
Alpi Giulie
fosse in quell’epoca un retrofronte abbastanza pacifico. Il con-trollo
militare delle
vallate alpine fu mantenuto ed anzi rinforzato per assicu-rare,
oltre al
controllo delle vie militari, anche il buon funzionamento del cur-sus
publicus
(servizio postale militare) istituito da Augusto per dirigere da
Aquileia le
armate in Germania e per reprimere il brigantaggio, pericoloso
per mercanti,
viaggiatori e pastori. Le torri di guardia e di segnalazione a vi-sta
collegavano i
distaccamenti militari.
In questo quadro
generale rientra la torre quadrata del settore IV (figg.
29, 30, 31),
costruita tra la fine del I secolo a.C. e l’inizio del I d.C., come in-dica
la datazione dei
materiali rinvenuti nelle fondazioni: frammenti di anfo-re,
una fibula di
tipo “Aucissa” e monete romane tardorepubblicane. La tor-re,
con i suoi m.
5,90 di lato di cui restano pochi filari di pietre in alzato, ri-vela
l’importanza di
Castelraimondo nella gerarchia degli abitati indigeni ro-manizzati
della zona. La
tecnica costruttiva di questo nuovo edificio è com-pletamente
differente
rispetto all’edilizia locale preromana: spezzoni di pie-tra
locale calcarea,
di piccole dimensioni, sono regolarizzati solo nella faccia
esterna del muro
e legati da ottima malta; la loro disposizione è a dente ri-spetto
alle due facce -
interna ed esterna - della muratura: la punta della pie-tra
grossolanamente
piramidale è volta verso l’interno del muro, il cui nucleo
centrale è
costituito da pezzame più minuto ed irregolare, gettato a sacco e
legato con
malta. L’esterno era intonacato come in altre torri analoghe lungo
il limes
(confine dell’impero), e la copertura del tetto era in laterizi. Come in
altre torri
alpine romane, alcuni elementi di rinforzo degli angoli e dei con-torni
delle aperture,
quali architravi e archivolti, erano in travertino. Lateral-mente,
a nord e a sud,
due coppie di pilastri di sostegno (fig. 32), contempo-ranei
alla costruzione
della torre, si legano ad essa tramite un’intercapedine
di malta e non
con ammorsature nella muratura; probabilmente la loro fun-zione
era anche di
raccordo con le mura difensive. La connessione tra la tor-re
e il murus
gallicus è evidente, anche se non è stato possibile metterne in lu-ce
il punto di
contatto; il nuovo edificio si inseriva a difesa del punto più de-licato
e più
appariscente della fortificazione: l’ingresso ovest.
La torre, oltre
alla funzione difensiva, di controllo e di segnalazione, as-sumeva
un valore di
segno della potenza romana e quindi di deterrente psi-cologico
nei confronti
delle popolazioni indigene, non abituate a questo tipo
di costruzioni
che rendevano esplicito il fatto che l’impero si era appropriato
del territorio.
26
Le fonti antiche
(Velleio 2, 95, 1-3; Cassio Dione 54, 22, 5; Ovidio, Tri-stia,
IV, 2, 37-42;
Orazio, Carmina, 4, 14, 10-13; Floro 4, 12, 4 ss. e 2, 22) ri-cordano
come ferocissima
la resistenza delle popolazioni alpine alla penetra-zione
dell’armata di
P. Silius Nerva nel 16 a.C. e particolarmente duri i prov-vedimenti
presi dai
Romani: rastrellamenti, distruzione degli insediamenti
montani
fortificati e delle rocche della popolazione locale alpina, deportazio-ne
in massa degli
uomini come truppe ausiliarie sul limes germanico. Oltre al-la
Val Trompia, la
Val Camonica, la Valtellina, furono interessate a questi av-venimenti
anche le valli
minori dell’alto Friuli, attraverso le quali erano pe-netrati
in Istria i
Pannonici e i Norici che il generale Nerva ricacciò indietro,
nell’ambito
delle sue operazioni alpine.
Nel settore V,
in questa 3 a fase, il grande edificio subì il rifacimento del
tetto in
laterizi, tegole ed embrici, e altre migliorìe nel muro ovest e nella
pa-vimentazione
- sia a scaglie
in un battuto di malta sia in sola malta -, che com-portarono
il disfacimento
del focolare dell’ambiente settentrionale, ora divi-so
da un elemento
ligneo, con la relativa dispersione dei resti ossei infantili,
da quest’epoca
non più seppelliti all’interno degli edifici del villaggio. I cam-biamenti
rivelano la
cultura edilizia romana, fondata sull’uso di un eccellen-te
legante.
Ora l’edificio è
confrontabile con le costruzioni private di tutta la Cisal-pina
(cioè l’Italia
settentrionale entro la cerchia alpina) ed in particolare con
quelle di Iulium
Carnicum (Zuglio), costituite da ambienti di piccole dimen-sioni,
allineati e
contigui, rinvenute sotto il lastricato del foro.
Sul balzo a nord
della casa, alla fine del I secolo a.C., venne costruita
un’altra torre
quadrata di vedetta. Sono rimasti evidenti gli ammorsamenti di
grossi blocchi
parallelepipedi e l’approntamento della roccia per ricevere
l’ambiente di
forma quadrata. Tutto è stato asportato nel tempo e ulterior-mente
dissestato dalla
moderna camera dell’acquedotto che si appoggia al ri-lievo.
Lungo il pendìo
sono i resti del crollo della torre, in blocchi parallele-pipedi,
uguali e nella
stessa tecnica delle migliorìe del muro ovest della casa,
e quindi
contemporanee ad esse. Secondo i geologi quasi tutto l’attuale bal-zo
roccioso a
ridosso del quale si trova la casa, è costituito dalla maceria ri-calcificata
di questa torre
che doveva essere imponente (fig. 33). La posizio-ne
è dominante su
entrambe le vallate dell’Arzino e del Tagliamento, molto
migliore di
quella della torre del settore IV.
A questa fase va
riferito anche il muro in pezzame di pietra legato con
malta
individuato nello scavo 1985 nel settore I, trenta metri più in basso e
più a sud del V.
Era forse parte di un edificio o di strutture usate in quel pe-riodo,
come indicano i
materiali rinvenuti. Nello stretto terrazzo ancora sot-tostante,
uno scavo
clandestino del 1990 ha messo in luce un altro muro ana-logo:
sembra che in
questa 3 a fase il versante sud del colle fosse occupato da
27
una serie di
costruzioni altimetricamente correlate, ormai irrecuperabili per il
dissesto del
pendìo e per i numerosi scavi clandestini (fig. 34).
Continuava ad
essere attivo il quartiere artigianale del settore IV, che pro-duceva
anche leghe
metalliche tipiche della romanità. Potrebbero essere fab-bricate
localmente le
numerose punte di lancia e di freccia trovate qui, o le
due piccole
matrici in pietra per ghiande missili (proiettili) metalliche, rinve-nute
al settore V. Si
nota la comparsa di vasellame fine da mensa, ceramica
comune e a
pareti sottili, prodotta nell’area padana, sempre nel settore V
(figg. 35, 36,
37, 38, 39).
Si manifesta una
differenziazione tra i due grandi settori di scavo: il IV era
più
accentuatamente artigianale e di rango inferiore rispetto al V, con una
percentuale di
anfore, frammentarie, decisamente notevole, dalla seconda
metà del I a.C.:
l’approvvigionamento di derrate alimentari, contenute e tra-sportate
in questi
recipienti, e il numero di oggetti d’uso era sensibilmente
aumentato. La
quantità di resti anforari nell’arco di tempo compreso tra la
metà del II
secolo a.C. e la metà del II d.C. (oltre 100 contenitori) è insolita
negli
insediamenti d’altura alpini, tanto da far pensare ad un centro di com-mercio
e di smistamento
piuttosto importante: il materiale proveniva dai
grandi centri
urbani della pianura romanizzata; non è possibile sapere se si
trattasse di uno
scambio con prodotti dell’economia tradizionale (ancora me-talli,
lane, formaggi,
legname) o se questa migliorata qualità di vita fosse le-gata
alla presenza di
personale militare o civile, ma comunque alle dipenden-ze
del potere
centrale, abituato ad un altro tenore di vita da non abbandona-re
completamente
neppure in questa sede decentrata.
Per un paio di
secoli non ci furono sostanziali modifiche nelle strutture
edilizie,
eccellentemente mantenute: all’inizio del III secolo d.C. il rafforza-mento
delle
fortificazioni e dei punti di controllo esistenti, dopo le prime in-cursioni
dei germanici
Quadi e Marcomanni nel 167 d.C., faceva parte della
nuova strategia
dell’impero, che non si limitava alla rigida difesa di confine e
a quella
arretrata che intercettava il nemico nel territorio imperiale, ma esten-deva
un più stretto
regime di controllo anche alle retrovie, agli assi viari val-livi
ed in
particolare all’area alpina orientale.
Intorno al 275
d.C., crollarono i tetti degli edifici nei settori IV e V: l’even-to,
un sisma o un
violento fatto militare, è datato in tutte le strutture dal ritro-vamento
di monete di
quegli anni, come quelle dell’imperatore Probo (276-282
d.C.; si veda la
fig. 40) o di Floriano (275 d.C.), negli strati di crollo. La cata-strofe
non fu inattesa:
le abitazioni erano vuote degli occupanti, ma non abban-donate;
vasetti di
ceramica, soprattutto grezza, in entrambi i settori di scavo so-no
stati trovati
lungo il perimetro degli ambienti frantumati e perfettamente ri-componibili,
caduti da
mensole sospese alle pareti o collocati lungo i muri.
28
L’importanza
strategica del sito è dimostrata dagli immediati restauri e ri-costruzioni
delle strutture,
appartenenti alla 4 a fase di vita dell’insediamento.
Nel settore V
(figg. 41, 42, 43), il grande edificio fu ampliato nella parte
nord da nuovi
muri aderenti al balzo roccioso e non più distaccati pericolosa-mente
da questo. Sono
in blocchetti di pietra regolarizzati solo sulla faccia
esterna,
disposti sui margini esterno ed interno del muro riempito poi con pez-zame
lapideo secondo
la tecnica in uso nell’arco alpino romano, ma utilizzan-do
abbondante malta
di ottima qualità, arricchita da grossi grumi di laterizio
grossolanamente
macinato (caratteristica edilizia che sembra comparire fuori
dall’Italia nel
III secolo e poi diffondersi anche nella pianura padana). Il crollo
del precedente
edificio fu utilizzato come sottofondazione pavimentale che mi-gliorò
la qualità
dell’abitazione, isolandola dall’umidità del terreno, e permise
di unificare i
due grandi ambienti settentrionali, alzando il piano di calpestìo e
cancellando la
base del muro divisorio. Le pareti furono intonacate, come te-stimoniano
numerosi
frammenti, talora anche ricurvi, come quelli in prossimità
di porte o
finestre. Il coperto era sempre in laterizi: tegole ed embrici.
La torre del
settore IV venne ripristinata nella sua altezza. La casetta di
questo settore
fu restaurata nell’angolo sud-est, sempre senza uso di leganti;
la copertura era
sempre in materiale deperibile, forse paglia, fermata da scan-dole
di arenaria.
I materiali
rinvenuti - una notevole quantità di armi, fibbie dell’abbiglia-mento
militare -
indicano il carattere ormai completamente militare del sito.
Alcuni pezzi,
tra cui un tribulus (strumento con raggi acuminati da gettare
nel terreno per
ostacolare l’avanzata della cavalleria), rinvenuto nei pressi
della casa del
settore IV, potrebbero esser stati fabbricati in loco (figg. 44-51).
Alla fine del IV
secolo ci fu un generale spostamento della popolazione
civile sulle
alture, con una nuova utilizzazione di strutture precedenti di ca-rattere
prevalentemente
militare.
La notizia
riferita da Agostino (Civ. V, 26) che dopo la battaglia del fiu-me
Frigido (394
d.C.) con la quale l’imperatore Teodosio I vinse i ribelli pa-gani
guidati dal
franco Arbogaste, in alcune fortezze alpine statue di Giove
furono buttate
dalle alture, si lega suggestivamente all’antichissima leggenda
secondo cui un
vitello d’oro sarebbe stato gettato dalla cima del colle di Ca-stelraimondo
nell’Arzino.
L’assedio e la
presa di Aquileia da parte del visigoto Alarico nel 401 e
quindi la
sostituzione da parte dei Romani dell’asse di comunicazione Aqui-leia-
Milano con
quello Milano-Ravenna, tagliarono fuori il Friuli dalle strut-ture
portanti
dell’impero, contribuendo all’instaurarsi di nuovi modelli inse-diativi
arroccati sulle
alture. I refugia ben noti in area alpina, erano ampi re-cinti
fortificati, in
grado di accogliere popolazione e bestiame, cisterne, de-positi,
abitazioni
attorno all’edificio di culto cristiano. I refugia riconosciuti
29
in area
austriaca, svizzera e slovena, sono caratterizzati però da un’occupa-zione
discontinua e da
una tecnica di costruzione sommaria, dettata dalla ne-cessità
di erigere in
fretta una protezione contro un pericolo imminente; solo
più tardi, dal
VI secolo, avranno torri e postazioni strategicamente studiate,
con l’insediarsi
all’interno del refugium di un’autorità religiosa e civile insie-me
che coordinerà
la comunità. Castelraimondo comunque, per le caratteri-stiche
morfologiche del
colle, non si prestava a dar rifugio a una popolazione
numerosa con
armenti, magazzini e depositi: anche sotto questo aspetto, la
sua natura
militare sembra confermata; inoltre le grandi ville dell’alta pianu-ra
continuano ad
essere abitate per tutto il IV secolo. I soldati potevano es-sere
milizie
territoriali in funzione locale o truppe ausiliarie della base di Con-cordia
o di Aquileia.
La fortezza
restò militarmente attiva per tutto il IV secolo, nell’ambito
dell’organizzazione
difensiva romana basata su un duplice sistema di fortifi-cazioni:
uno sul limes
renano-danubiano e un secondo nella regione alpina.
La zona
difensiva nord-orientale divenne di straordinaria importanza fra IV
e V secolo: nel
territorio di Forum Iulii (Cividale) dalla seconda metà del III
secolo e
soprattutto dall’imperatore Diocleziano (284-305 d.C.) in poi, era in-serito
il comando,
sempre più cresciuto d’importanza, a protezione dell’in-gresso
in Italia da
nord-est.
Intorno al 430
d.C. un evento bellico di grande violenza distrusse l’insedia-mento
di
Castelraimondo: nel settore V un incendio devastò l’edificio ad ecce-zione
dell’angolo
nord-est; con il fuoco e il successivo abbandono le pietre cal-caree
della torre
crollata si ricompattarono, confondendosi con la roccia natu-rale.
Nel settore IV
furono accanitamente abbattute la torre e le altre case.
Si concluse con
questa furia distruttiva, che dimostra l’importanza strate-gica
della postazione
vinta, l’ultima fase di vita romana del colle.
3. Il declino
dell’insediamento (l’età post-romana)
Dopo la
distruzione della metà del V secolo d.C., anche Castelraimondo
fu abbandonato
per alcuni decenni, in concomitanza con la distruzione di
Emona (Lubiana),
di Iulium Carnicum, degli edifici romani di Invillino, con
la gravissima
crisi di Aquileia e con l’abbandono delle ville rustiche dell’alta
pianura
friulana: erano gli anni del progressivo disfacimento dell’Impero
d’Occidente (la
caduta, come si è detto, è del 476 d.C.). In un quadro di ir-reversibile
dissesto, si
aveva la rapida trasformazione degli schemi del popo-lamento
romano, rimasti
sostanzialmente inalterati per quattro secoli. Le cau-se,
molteplici e da
lungo tempo presenti nel sistema di potere dell’impero,
convergendo
tutte insieme, determinarono questa crisi.
30
Le strutture del
settore V, spogliate delle pietre sciolte e dell’intonaco da
trasformare in
calce, furono rioccupate nella parte settentrionale più protet-ta,
sfruttando i
muri ancora in piedi (fig. 52); la copertura era eterogenea, for-mata
da laterizi di
recupero e strame. Furono costruiti annessi rustici in legno
e palizzate.
Animali e uomini convivevano ora negli stessi spazi, e ciò pro-dusse
uno strato
archeologico di terreno nerissimo (fig. 53) - il “dark earth”
tipico dell’età
altomedioevale anche in ambito urbano -, ricco di reperti ce-ramici
e scarti di
pasto, dovuto alla difficoltà di controllo dei fattori ambien-tali
e dello
smaltimento dei rifiuti, che rivela un netto scadimento nella qua-lità
di vita
dell’insediamento.
Il settore IV
pare in questa 5 a fase abbandonato, anche se è complessa e
non precisabile
la datazione della ceramica grezza post-romana che resta a
lungo identica
nel tempo e che costituisce praticamente la maggior parte di
materiale
rinvenuto in questi strati.
Nessun reperto
ceramico o metallico è riferibile a culture non latine, cioè
ai Germani o ai
Longobardi che irruppero nel territorio e che sembra fosse-ro
attestati nella
vicina Anduins. L’attacco longobardo diretto alla fortezza di
Forum Iulii e
non ad altri centri, dimostra che quella era non solo la sede
amministrativa
dell’intera zona, ma l’anello principale della catena di prote-zione
dell’Italia del
nord. Sulle alture e nella pianura di questa zona militare
erano disposti
centinaia di castelli e fortini: ce lo tramandano le fonti dell’e-poca,
come Venanzio
Fortunato che in un passo della Vita S. Martini (4, 655-
656) descrive
l’itinerario ancora in uso nel VI secolo lungo il Tagliamento e
la strada
pedemontana verso il Veneto, controllata da alcuni castella tra cui
c’era anche
Castelraimondo: il termine castellum indica che l’aspetto arroc-cato
e fortificato
dichiarava ancora nel VI secolo la natura militare dell’inse-diamento
che il nostro
aveva avuto in passato, ma ora non più. Sembra più
probabile si
trattasse di un refugium, con abitazioni in legno; di edifici reli-giosi
per ora non c’è
traccia. Unico elemento religioso cristiano, ascrivibile a
questa fase o
alla successiva, è la presenza di una buca di palo alla sommità
del rudere della
torre del V, nel punto più alto del colle: su una della pietre
che contornano
come di consueto la buca, è profondamente incisa una croce
con estremità
apicate; non è escluso, ma è impossibile accertarlo, che nella
buca fosse
infissa una croce di legno.
L’insediamento
di Castelraimondo, rifugio di pastori e di poverissima
gente, proseguì
fino alla fine del VII secolo d.C., quando un terremoto ab-batté
i residui muri
del settore V, causando un nuovo lungo abbandono che
chiuse la 5 a fase abitativa.
Sul suolo
formato da un secolare uso prativo, probabilmente nel IX se-colo,
in un periodo
non precisabile ulteriormente, fu costruito un nuovo
complesso nel
settore V. Era integralmente in legno (figg. 54, 55). Dell’am-31
biente più
grande, l’unico riconoscibile, si leggono in negativo ancora oggi le
impronte di
appoggio delle strutture, sulle pietre del crollo della torre ai pie-di
del balzo
roccioso. Una parte della struttura era certo un fienile, come te-stimoniano
pollini di erbe
fiorite individuati dalle analisi archeobotaniche, in
assenza di
qualunque testimonianza di strutture.
Tra la fine del
IX e l’inizio del X secolo, anche il settore IV offrì un rifu-gio
temporaneo o una
modestissima abitazione nei ruderi della torre ancora
in piedi.
Il periodo
corrisponde ad una ripresa economica e demografica del Friu-li,
legata al
miglioramento climatico, nonostante le terribili incursioni degli
Ungari (fig.
56).
In queste ultime
fasi, in cui il materiale archeologico quando non è cera-mica
grezza,
pressoché immutabile nel tempo, è però rimescolato e prove-niente
dagli strati
inferiori, sono possibili le datazioni spesso grazie alle ana-lisi
al carbonio-14
(si veda il paragrafo sullo studio dei materiali).
E’ per queste
analisi, che datano alcuni fuochi tra l’885 e il 950, che nei
ruderi della
torre del IV si può ipotizzare un rifugio periodico o occasionale
da parte
probabilmente di pastori o viandanti.
L’abbattimento
per cause naturali od umane del muro di fortificazione sul
ciglio nord, che
conteneva anche il terrapieno artificiale retrostante, causò lo
smottamento e
accelerò il già accentuato dilavamento che trasformò l’aspet-to
del pianoro,
spargendo pietre degli edifici antichi su tutto il pendìo nord
del settore IV.
4. L’abbandono,
il castello e la chiesa (l’età medioevale e rinascimentale)
Nei secoli
seguenti la sommità del colle fu destinata ad un uso esclusiva-mente
agricolo e
prativo. Il toponimo locale Pustòta, cioè luogo coltivato e
poi abbandonato,
che designa il settore V, testimonia questo uso, di cui re-stano
tracce forse
tardo-rinascimentali - come indicano alcuni frammenti ce-ramici
rinvenuti -
nelle fosse per viti o alberi da frutto che comportarono la
spoliazione di
grandi pietre da reimpiegare.
Sul costone più
occidentale, nei saggi dei settori di scavo II e III, aperti
in seguito agli
interventi clandestini, sono stati recuperati materiali ceramici
e metallici
riferibili ai secoli XIII e XIV, mescolati a quelli delle epoche pre-cedenti.
Le murature
rinvenute e un pozzo sono di età diverse. Dal momen-to
che nei settori
IV e V, indagati sistematicamente, non sono stati pratica-mente
rinvenuti
oggetti riferibili al Medio Evo, probabilmente il castello me-dioevale,
teatro di fosche
vicende nelle lotte tra il Patriarcato di Aquileia e il
Ducato di
Gorizia, e documentato unicamente dalle antiche cronache rac-32
colte dal
Biasutti, era situato in questa parte del colle. Da collocarsi tra l’an-no
Mille e la fine
del XIII secolo, a mezza costa, in un’occupazione ex novo
di una parte del
colle non ingombra di ruderi precedenti, forse era a piccoli
nuclei di case,
come sostiene Biasutti sulla scorta della sua documentazione,
e non era stato
voluto come elemento di aggregazione e riorganizzazione del
territorio, ma
si qualificò come un intervento politico e di potere molto spe-cifico;
per questo, una
volta modificatasi la situazione politica che lo aveva
determinato, il
castello non ebbe prosecuzione insediativa. Le cronache par-lano
dell’ultima,
violenta e radicale distruzione nel 1348, e i pochi resti, scon-volti
dagli scavi
clandestini, sono illeggibili.
Ai piedi della
collina, in località Sintignella (settore VI), a 300 metri a est
del quartiere
abitativo romano, sorse nel XIII secolo la chiesetta di S. Agne-se,
demolita intorno
al 1609. Orientata ad est, era ad unica navata, con pian-ta
rettangolare ed
abside quasi quadrata, costruita in pietre squadrate in pic-colo
apparecchio,
tecnica tipicamente medioevale (fig. 57). E’ stata indagata
dagli scavi del
1988 (fig. 58). E’ apparsa completamente depredata di tutti i
materiali
edilizi asportabili, pavimenti e sottofondazioni comprese, secondo
una prassi
diffusa nei secoli XVII, XVIII e XIX in questi luoghi e rivelatrice
di grandissima
povertà.
Il poco
materiale rinvenuto nello scavo, in prevalenza frammenti laterizi,
ceramica grezza
e comune, confermano la datazione al XIII secolo dell’edifi-cio
sacro, che non
pare connesso al castello medioevale, molto distante ad
ovest, ma sembra
piuttosto legato allo sviluppo degli inferiori borghi di For-garia,
che
caratterizzerà l’età moderna, determinando l’abbandono definitivo
del colle.
33
RIEPILOGO DELLE FASI
DI VITA DEL COLLE
36
37
38
39
40
41
42
43
44
45
46
47
48
49
50
51
52
53
54
55
56
57
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59
60
61
62
63
64
65
66
67
68
69
70
71
72
I METODI
E I MATERIALI
75
Cap. IV
LA METODOLOGIA
DELL’INDAGINE
ARCHEOLOGICA
1. Lo scavo
stratigrafico
Lo scavo
recupera dal terreno la testimonianza archeologica che non si
potrebbe
evidenziare in nessun altro modo.
Sia per l’età
preistorica, per la quale è l’unica fonte di informazione, sia
per l’età
storica, per la quale è affiancato dalle fonti scritte, il documento
ar-cheologico
è indispensabile
per la ricostruzione della realtà del passato e in
quanto documento
deve essere letto e interpretato correttamente, cioè se-guendo
un metodo
scientifico: lo scavo stratigrafico è il metodo di lettura del
documento
archeologico.
A differenza di
quanto accade per qualunque altro documento, quello ar-cheologico
viene distrutto
dallo stesso procedimento di lettura: lo scavo di-strugge
“chirurgicamente”
il sito per comprenderne la formazione. In ogni
altra disciplina
scientifica è possibile verificare i risultati di un esperimento
preparandone un
altro identico, ma dato che non esistono due siti archeolo-gici
identici, non è
mai possibile verificare i risultati di uno scavo mediante
un altro scavo.
Lo studio di un
sito archeologico attraverso lo scavo è dunque un esperi-mento
irripetibile,
irreversibile ed imprevedibile. Se l’archeologo “legge” ma-le
il documento
mentre lo distrugge, o se non si preoccupa affatto di “leg-gerlo”,
come accadeva
nello sterro puro e semplice dei secoli passati, mirato
alla scoperta
del “tesoro” di valore artistico o intrinseco (quello che si chia-ma
oggi scavo
arbitrario, cioè una rimozione casuale e non metodica del ter-reno,
asportato per
livelli di spessore astrattamente predeterminato), racco-glie
dati sbagliati che
alterano completamente l’interpretazione del sito mes-so
in luce, la cui
comprensione è irrimediabilmente perduta.
Invece con lo
scavo stratigrafico, che è un metodo applicabile a qualun-que
scavo di un sito
di qualunque epoca, l’archeologo ricava dati precisi che
qualunque altro
studioso può utilizzare per le proprie ricerche e che oppor-tunamente
interpretati
possono essere compresi da un più ampio pubblico,
grazie ad una
mostra o ad un testo divulgativo sui risultati dello scavo.
Lo scavo
stratigrafico si propone di individuare la stratificazione archeo-logica
del sito, cioè
l’insieme, in successione, delle singole unità stratigrafiche.
In archeologia
l’unità stratigrafica (US) è una realtà fisica positiva (ad
esempio un
pavimento) o negativa (ad esempio una fossa) che è il risultato di
un’azione
naturale od umana; l’azione che ha portato alla formazione dell’US
può quindi
essere stata sia un accumulo sia una sottrazione di materiali, in-tenzionale
o casuale.
Tutte le forme
di stratificazione, sia geologiche sia archeologiche, sono il
risultato
rispettivamente di erosione/distruzione, movimento/trasporto e de-posito/
accumulo; mentre
la stratificazione geologica è dovuta esclusivamen-te
a forze
naturali, quella archeologica appare come una risultanza di forze
naturali ed
umane, per cui erosione, movimento e deposito si intrecciano ad
azioni di
distruzione, trasporto, accumulo o costruzione.
Ogni singola
azione dà origine alla formazione di una US (ad esempio un
muro, un
pavimento, un accumulo naturale di argilla, una fossa) che viene
numerata secondo
l’ordine di individuazione (fig. 59).
La formazione
delle unità stratigrafiche che si sono sovrapposte le une
sulle altre,
alternando irregolari periodi di azione (che hanno costituito le US)
e di pausa (che
hanno costituito le superfici), ha dato luogo alla sequenza
stratigrafica
del sito, che è dunque una serie di risultati materiali di azioni, or-dinata
nel tempo
relativo (“prima questo, poi quello”), cioè la concatenazio-ne
degli eventi.
Lo scavo
stratigrafico è il procedimento con cui le US vengono rimosse,
una alla volta,
nell’ordine inverso a quello in cui si sono formate, cioè proce-dendo
dall’alto verso
il basso (come criterio generale), e registrando ciascuna
di esse con i
dettagli necessari a ricostruire, almeno in teoria, il sito strato per
strato, cioè US
per US, completo nei suoi elementi strutturali (gli edifici) e re-perti
mobili (gli
oggetti), molto dopo che il processo dello scavo lo ha di-strutto.
In questo
scendere metodicamente dall’alto verso il basso non esistono
scorciatoie che
non comportino gravi perdite di informazione: ogni unità
stratigrafica
deve attendere “in fila” il suo momento di scavo, pena la perdi-ta
delle
connessioni tra i vari elementi messi in luce e quindi della loro se-quenza
cronologica,
cioè lo sviluppo della stratificazione del sito, che è lo
scopo dello
scavo. Solo grazie a questo è possibile comprendere le fasi edili-zie
e la storia del
luogo riportato alla luce.
2. Strategie di
scavo
Dopo aver scelto
il luogo dove operare, grazie anche alle tecniche dia-gnostiche,
l’archeologo può
stabilire la strategia di scavo, cioè il modo di ta-76
gliare
verticalmente il terreno: la trincea lunga e stretta, il piccolo saggio
iso-lato,
il sistema di
saggi regolari e quadrangolari (sistema di Wheeler) e la
grande area.
Le trincee sono
funzionali nel caso di strutture lineari (fortificazioni, fos-sati,
strade), ma i
dati forniti dalla trincea non sono generalizzabili per tutto
il percorso
della struttura in questione; il vantaggio di questa forma di scavo
è costituito dal
risparmio di tempo e di uomini, anche se a scapito dell’infor-mazione:
sono questi i
motivi che indussero gli scavatori ad applicare questo
metodo nel
settore I a Castelraimondo durante la campagna del 1985, per ve-rificare
velocemente se
indagare più approfonditamente in quel punto.
I piccoli saggi
possono dare utili indicazioni sulla potenzialità stratigrafi-ca
di un
insediamento e sulla profondità della sua stratificazione: situati se-condo
una precisa
strategia possono rispondere a problemi topografici fon-damentali,
sia riguardo ad
una città, sia riguardo ad un monumento; in linea
di massima però
danno indicazioni molto parziali, inducono ad erronee ge-neralizzazioni
ed “inquinano”
con la loro forma a pozzo i contesti archeolo-gici.
Possono essere
aperti in un vasto insediamento in vista di uno scavo
estensivo
successivo.
Il metodo di
Wheeler di moltiplicare sistematicamente i saggi archeologi-ci
separandoli con
testimoni, cioè con strisce di terreno “risparmiato” dallo
scavo, metodo
che è stato una tappa importante per la ricerca archeologica di
questo secolo, è
ora abbandonato a causa dei suoi limiti, tra i quali i princi-pali
sono l’ingombro
e l’impedimento di una visione di insieme dello scavo
dovuti ai
“risparmi” di terreno.
Lo scavo per
grandi aree o estensivo è senz’altro il modo di operare più
consigliabile
perché, consentendo l’ampia visione del sito indagato, permette
di cogliere i
sistemi più complessi di relazioni tra unità stratigrafiche; l’atten-zione
si sposta da ciò
che si vede in parete (cioè in sezione) come accade nel-le
già esaminate
strategie, a ciò che si mette in luce dentro l’area di scavo (cioè
in pianta),
sintetizzando le due visioni.
Dopo la
delimitazione dell’area da indagare, nello scavo stratigrafico si
procede con
l’impostazione della quadrettatura, cioè il sistema di coordinate
che permette di
individuare qualunque punto all’interno dello scavo senza
possibilità di
errore.
Lo scavo
stratigrafico si differenzia dallo sterro proprio perché intende ri-costruire
un vasto e
complesso sistema di rapporti, anziché soffermarsi a con-siderare
i singoli
rinvenimenti in sé. Per quanto riguarda i reperti contenuti
negli strati, è
ovviamente fondamentale la provenienza dalla loro US di ap-partenenza
che deve sempre
apparire sui sacchetti nei quali vengono riposti,
insieme con
l’indicazione del quadrato, della data e del sito archeologico.
Gli strumenti
fondamentali usati per la pratica dello scavo, oltre alla
77
trowel
(cazzuola), sono il pennello, la spazzola e la scopetta, lo strumento a
gancio, la
paletta da carbone, il secchio, la piccozza o malepeggio, il piccone,
la pala
triangolare e rettangolare e la carriola; è normalmente impiegata però
dall’archeologo
un’infinità di altri strumenti, talora anche improvvisati.
La strategia di
scavo adottata a Castelraimondo nelle campagne dal 1988
al 1992, è stata
necessariamente flessibile: si è scelto di partire dai saggi della
campagna 1985,
che ad eccezione del settore I erano forzatamente vincolati
alla realtà
preesistente la ricerca scientifica, cioè le fosse aperte dai clandesti-ni,
per sviluppare
lo scavo estensivo sulle grandi aree dei settori IV e V che
avevano rivelato
strutture significative.
L’équipe di
lavoro era composta, oltre che da direttore di scavo, archeo-logi
e studenti
dell’Istituto di Archeologia dell’Università di Bologna, anche
da studiosi
degli Istituti di Storia e Archeologia delle Università di Udine, di
Venezia, di
Atene e del Departement of Urban Archaeology del Museum of
London. Complessivamente
hanno partecipato una settantina di persone di-vise
in più turni,
circa una trentina per turno, oltre ai capi-settore, fissi; i com-ponenti
la missione
erano infatti divisi in squadre che operavano in altrettan-ti
settori,
affidati ad un responsabile che guidava la ricerca dall’inizio alla fi-ne,
costituita, come
sempre in uno scavo, dal raggiungimento del terreno ver-gine
(non toccato
dall’opera dell’uomo). Guidava la missione archeologica, il
direttore
dott.ssa Sara Santoro dell’ateneo bolognese.
La presenza
nello scavo di Castelraimondo di studiosi formatisi a scuole
archeologiche
diverse è stata ritenuta importante, nella convinzione che co-stituisse
un’eccellente
occasione di confronto e di scambio di idee e metodo-logie,
come infatti è
accaduto.
3. Il computer
sullo scavo
La
documentazione, sia scritta sia grafica, procede contemporaneamente
allo scavo.
Nello studio dei
materiali di Castelraimondo, relativamente alla raccolta
e alla gestione
dei dati, ha avuto un ruolo particolare l’informatica. Il pro-gramma
di gestione
computerizzata dei dati di scavo, ALADINO, realizzato
in
collaborazione con il Centro di Documentazione dell’Istituto dei Beni
Cul-turali
della Regione
Emilia-Romagna, fu collaudato sullo scavo di Castelrai-mondo;
è un data base
dotato di specifiche caratteristiche di facilità di acces-so
e di
flessibilità di utilizzazione, indispensabili per utenti del tutto privi di
una cultura
informatica. L’utilizzazione del data base consente di tenere con-tinuamente
sotto controllo
le procedure di scavo e l’inventariazione degli og-getti
rinvenuti,
imponendo procedure e linguaggio standardizzato.
78
Inoltre
l’utilizzazione dello strumento informatico nella gestione dei dati
di scavo è utile
per una valutazione quantitativa dei dati, anche se questi so-no
numerosissimi.
Oggi l’uso di
data base informatizzati e di C.A.D. (Computer Aided De-sign)
è ormai
generalizzato e non costituisce più una novità né una speri-mentazione
d’avanguardia
come è stato invece nell’indagine di Castelrai-mondo
dal 1988.
79
Cap. V
I MATERIALI
I materiali
scavati a Castelraimondo durante le campagne estive, veniva-no
studiati nel
corso dell’inverno, in una fitta rete di collaborazioni interdi-sciplinari
con geologi,
antropologi, archeobotanici, archeometristi, fisici e
chimici, grazie
all’interesse scientifico di questo particolare caso archeologi-co.
Lo studio dei
materiali comporta sempre una procedura codificata che
inizia
dall’inventariazione con numeri progressivi forniti dalla Soprintenden-za
preposta alla
tutela del territorio in cui ha avuto luogo lo scavo. Vengono
realizzate poi
fotografie e disegni per l’analisi macroscopica, sostanzialmente
morfologica
(cioè della forma): ogni reperto, in base alle caratteristiche che
in genere
variano nelle diverse epoche, viene inserito nelle tipologie della
propria classe
di materiali per ottenere un inquadramento cronologico utile
alla conferma
dei dati di scavo; l’oggetto, di cui al momento del rinvenimen-to
vengono segnati
l’US di appartenenza e il punto di provenienza, diventa
un
indispensabile elemento chiarificatore per la datazione delle unità
strati-grafiche
e quindi in
generale delle fasi di vita del sito.
Oltre allo
studio morfologico applicato a occhio nudo, si attua quello mi-croscopico
per “entrare”
nella composizione del reperto. La complessità di
questi argomenti
strettamente tecnici ne impedisce la trattazione in questa se-de.
Basti però
sapere che non vengono effettuate solo le analisi da parte del-l’archeologo
per esaminare le
componenti, ad esempio di un frammento ce-ramico
- come è
avvenuto per ognuno dei dodicimila di Castelraimondo -, ma
gli esami
vengono compiuti anche da altri tecnici, collaboratori dell’attività
archeologica.
Così si hanno le
analisi eseguite dagli archeometristi, dai fisici e dai chi-mici.
Per individuare
le componenti della ceramica si utilizzano le analisi al
microscopio su
sezione sottile e quelle al microscopio a scansione elettronica
che permette
determinazioni chimiche anche su piccolissima scala. Per indi-viduare
le caratteristiche
sia dei metalli sia della ceramica si usano le diffrat-tometrie
a raggi X e le
spettrometrie.
Per datare i
reperti di natura organica, cioè animale o vegetale, come ad
esempio i
carboni di un incendio, uno dei metodi più importanti è quello del
81
radiocarbonio o
carbonio-14 ( 14 C), fondato sulla radioattività; per il legno vie-ne
applicata anche
la dendrocronologia, basata sulla lettura degli anelli di ac-crescimento
del fusto di un
albero. Per reperti inorganici di qualsiasi natura,
cioè composti di
minerali, si usa spesso la fluorescenza a raggi X.
Per lo studio
del suolo e delle pietre l’archeologo ricorre alla competen-za
del geologo, per
i reperti ossei a quella dell’antropologo e dello zoologo,
per lo studio
dei resti vegetali presenti sullo scavo, dagli strati preistorici sino
al XIX secolo,
si ricorre all’archeobotanica.
Persino per
l’esame scientifico di reperti archeologici che però hanno
precise
peculiarità, le monete o le epigrafi, si ricorre agli specialisti, come i
numismatici e
gli epigrafisti.
Lo studio che
precede, accompagna e segue lo scavo archeologico è dun-que
eseguito non
solo dalla figura più evocativa e forse romantica nell’imma-ginario
collettivo,
l’archeologo, ma da una équipe di scienziati che operano in-sieme.
Per questo possiamo
dire che l’archeologia è una scienza davvero in-terdisciplinare.
Tra le classi di
materiali rinvenuti a Castelraimondo la ceramica grezza è
indiscutibilmente
quella maggiormente rappresentata (figg. 60, 61). Costitui-sce
il 75 % dei
reperti ceramici dello scavo, come di tutti quelli di area alpi-na.
Si tratta di un
materiale fino a qualche anno fa poco considerato, di diffi-cile
studio, a causa
della sua minuta frammentazione, della continuità nelle
forme dei
recipienti e nei modi di produzione. Questi restarono sempre di ti-po
protostorico,
cioè con forni a catasta; si tratta di una produzione preva-lentemente
domestica, con
poche forme sempre ripetute in innumerevoli va-rianti
derivanti dalla
tradizione familiare. Si è costituito così, proprio in se-guito
allo scavo di
Castelraimondo, un gruppo di ricerca internazionale di
studiosi
italiani, austriaci, sloveni e francesi che, riscontrando unanimemente
la difficoltà di
fissare una tipologia in base alle caratteristiche morfologiche e
una cronologia fondata
su questa, ha cercato una metodologia d’indagine ar-cheologica
attraverso
l’analisi archeometrica (fig. 62). Così su campionature
mirate
appartenenti a diversi siti, sono state studiate le materie prime che
compongono
questo tipo di ceramica, cercando di fare luce sulla sua tecno-logia
produttiva,
sulla sua funzione e sul suo commercio. Attraverso il chiari-mento
del rapporto tra
forma, funzione ed impasto della ceramica grezza, og-getto
di vari
convegni, si mira oggi a realizzare un quadro produttivo e clas-sificatorio,
articolato
regionalmente e cronologicamente accertato.
A Castelraimondo
sono stati rinvenuti frammenti sia di forme chiuse, cioè
olle, ollette,
bicchieri, sia di forme aperte, teglie, terrine e ciotole (la ricostru-zione
dei tipi di recipienti
partendo dai frammenti è stata realizzata grazie al
computer), negli
strati databili a tutti i periodi di vita del colle, a conferma
della lunga vita
poco soggetta a variazioni di questo tipo di prodotto. Gli im-82
pasti, appunto
grezzi con grossi inclusi, sono costituiti dalla diversa combi-nazione
di argilla,
calcare macinato locale e sabbia di fiume con i suoi vari
componenti. La
decorazione, quando c’è, è molto povera: a linee parallele in-cise
con un pettine o
uno scopetto, a linee irregolari, oppure a stuoia, cioè
con linee
verticali e orizzontali intersecate, infine a cordone in rilievo, talora
con incisioni a
pettine o a stecca.
Tra la ceramica
comune, le anfore recuperate a Castelraimondo, anch’es-se
in stato
estremamente frammentario, sono più di un centinaio e per la mag-gior
parte databili
tra la fine del II secolo a.C. e gli inizi del II d.C.. I conte-nitori
da trasporto
rivelano i commerci di un insediamento grazie alla loro
provenienza
identificabile dalla tipologia. Nel nostro sito sono state rinvenu-te
prevalentemente
anfore vinarie dell’età repubblicana di produzione adria-tica
e più
genericamente nord-italica nei tipi Lamboglia 2 (fig. 35) e Dressel
6A. Soprattutto
il primo è il contenitore più diffuso nell’Italia settentrionale
tra la fine del
II secolo a.C. e gli ultimi decenni del I a.C.. Non mancano però
esemplari
dell’anfora Dressel 2-4, vinaria anch’essa, dalla caratteristica ansa a
doppio
bastoncello, di produzione prevalentemente tirrenica ma anche, in
minor misura,
nord-italica e adriatica. I contenitori oleari sono pochi e di
produzione
istriana. Qualche esemplare proviene dalla penisola iberica, for-se
per il trasporto
di vino e di salsa di pesce, cibo molto gradito e diffuso in
età romana,
mentre un’anfora è di tipo palestinese, più tarda.
La ceramica fine
da mensa è presente in un ridotto numero di frammen-ti
di ceramiche a
vernice nera (fig. 38), a pareti sottili, di terra sigillata nord-italica,
terra sigillata
chiara africana D, databili dalla fine del I secolo a.C. al
V d.C., per
tutto l’arco della romanità. I rinvenimenti di fine da mensa, mol-to
più numerosi nel
settore V, hanno avvalorato l’ipotesi già avanzata sulla ba-se
delle strutture
messe in luce, che questo ospitasse un quartiere residenzia-le
di rango più elevato.
Anche il vetro,
materiale ancora più prezioso, poco diffuso in queste ter-re
di soldati e
difficilmente sopravvissuto ai millenni per la sua fragilità, è te-stimoniato
da pochi
frammenti riconducibili a circa una trentina di oggetti.
Alcuni rivelano
legami con l’area renana, l’attuale Germania (fig. 45). Si trat-ta
soprattutto di
forme aperte e di qualche perla sia in vetro sia in pasta vi-trea,
databili per lo
più al III e IV secolo d.C..
Tra i metalli
abbondano ovviamente le armi che denotano il carattere mi-litare
del sito.
L’identificazione
di una tipologia di manufatti e la sua classificazione su
base etnica (ad
esempio romana o germanica) appaiono problematiche per-83
ché la
circolazione degli oggetti era particolarmente favorita nelle zone di
frontiera, tanto
più se interessate da conflitti tra società guerriere contrappo-ste.
I reperti, che
nella quasi totalità appartengono all’armamento leggero,
non implicano
per la loro produzione la presenza di un centro esterno dove
lavorasse
personale specializzato, magari operante su scala regionale, secon-do
modelli
standardizzati; indicano piuttosto la possibilità di una produzio-ne
in loco, cui
dovevano provvedere gli artigiani della comunità.
E’ difficile
distinguere l’armamento dei vari periodi dell’insediamento,
mancando
tipologie caratteristiche delle varie fasi, come ad esempio per le
età romana ed
altomedioevale, le punte di freccia a tre alette o il gladio. Inol-tre
per quanto
riguarda alcuni reperti quali le cuspidi di freccia, a partire dal-l’età
tardoantica
comparvero tipologie che perdurarono attraverso i secoli,
tanto da rendere
gli esemplari difficilmente distinguibili da quelli medioeva-li.
Considerando
infine la sporadicità di molti reperti, provenienti dai saggi
clandestini o da
strati contaminati da interventi abusivi, il dato di scavo non
ha potuto essere
conclusivo nella loro collocazione cronologica.
Le armi da
difesa rinvenute sono in numero esiguo rispetto a quelle da of-fesa.
Interessante è
un frammento di cotta di maglia in ferro proveniente dal-l’area
del castello
medioevale (fig. 51, M 106); essendo però un reperto decon-testualizzato
in quanto frutto
di scavi clandestini, e mostrando un tipo di tessi-tura
ad anelli
metallici intrecciati immutato dal tardo periodo La Tène (II- I se-colo
a.C.) ai primi
secoli del Medio Evo, potrebbe anche essere identificabile
come lorica
hamata (una particolare corazza in dotazione ai soldati romani).
Passando alle
armi da offesa, si nota nettissima la prevalenza delle armi da
lancio. Infatti,
tralasciando i coltelli - difficile da stabilire se strumenti dome-stici
o di lavoro
oppure armi -, sono stati rinvenuti esclusivamente cuspidi di
freccia da arco,
proiettili metallici da macchina da getto, puntali e piedi di lan-cia
o giavellotto
(fig. 51). E’ possibile distinguere le punte dei proiettili d’arti-glieria
da quelle di
altre armi, ad esempio lancia o giavellotti, solo su base ba-listica,
ponderale o
formale e non sempre con sicurezza, tenendo conto che
anche in età
romana esistevano propulsori a braccio per scagliare giavellotti
dalla punta
piccola e massiccia. Spesso è difficoltoso attribuire un proiettile ad
una macchina da
getto o ad una più semplice balestra, cosa che comporta evi-denti
implicazioni
cronologiche; negli scrittori antichi di età alto- o medio-im-periale
non esistono
menzioni dell’uso della balestra, le cui frecce, dalle carat-teristiche
alette, sono
state però trovate in castra (accampamenti) legionari.
Si registra la
presenza anche di armi da lancio non in metallo: pietre da
lancio per
macchine d’assedio e ghiande missili (per fionda o frombola) dal-la
caratteristica
forma ovoide in pietra e in argilla (fig. 51, P 15 e C 9000); l’u-so
della fionda fu
praticamente universale ed in Italia è attestato fin dal Neo-litico:
la pietra, il
materiale più facilmente reperibile in natura, rimase il più
diffuso per i
proiettili attraverso i secoli, mentre per ottenere una forma più
84
regolare si
ricorreva alla produzione artificiale, in argilla come nel caso di
Ca-stelraimondo
(attribuibile alla
4 a fase
dell’insediamento, al V-VI secolo d.C.),
raro per l’area
padana e subalpina, od anche in piombo; la pietra e il piom-bo,
con maggiore
capacità di penetrazione erano destinati ai proiettili per la
guerra, mentre
forse l’argilla a quelli da caccia. Nel nostro sito sono state rin-venute
anche almeno due
matrici di pietra per fabbricare questi proiettili, co-lando
il metallo
nell’apposito incavo.
Una segnalazione
a sé merita il tribulus (murice), strumento ferreo a quat-tro
punte lanciato
sul terreno davanti ai cavalli per danneggiarne gli zoccoli
(fig. 50). Come
sappiamo da Vegezio (Epitoma rei militaris III, 24), che scri-ve
nel IV secolo
d.C., talora veniva appiccato il fuoco al murice prima del lan-cio.
Dionigi di
Alicarnasso (XX, 1) ci informa che venne impiegato anche
contro gli
elefanti di Pirro, sui quali era gettato da frombolieri posti su carri.
A
Castelraimondo, sui cui pendii era improbabile un attacco di cavalleria, i
tribuli venivano
forse prodotti, come indica il rinvenimento di questo esem-plare
tardoantico nel
settore artigianale IV.
L’uso pressoché
esclusivo di artiglierie o di armi a lunga gittata, costante
nel tempo,
coincide con le modalità di combattimento tipiche delle opera-zioni
attorno ad una
fortificazione protetta da ripidi pendii naturali: con que-ste
armi si evitava
quasi sempre il corpo a corpo; la strategia è consigliata an-che
nell’opera a
carattere militare di Vegezio (Epitoma rei militaris IV, 10) per
la difesa di
questo tipo di sito.
Alcune delle
sedici fibule (oltre ad otto frammenti vari) rinvenute a Ca-stelraimondo,
contribuiscono a
caratterizzare il sito come insediamento mili-tare
in quanto
tipiche dell’abbigliamento maschile e pesante, e in particolare
di quello dei
soldati, come le rotonde “Ringfibeln”.
Le tipologie
delle fibule di Castelraimondo coprono un arco temporale
molto ampio,
dall’inizio del II secolo a.C. fino al V d.C., testimoniando la
continuità di
insediamento da parte di genti celtiche, o celtizzate, e di popo-lazione
romana.
Parecchie fibule, soprattutto quelle più antiche, sono rinve-nimenti
clandestini
decontestualizzati, catalogati come “sporadici”, quindi
databili solo in
base alla tipologia e non alla unità stratigrafica.
Le più antiche,
bronzee, sono di tipo celtico: attribuibili al periodo me-dio
La Tène (fig.
21), comparvero in Europa centrale tra la fine del III seco-lo
e l’inizio del
II a.C. e perdurarono fino alla metà del I a.C.; gli esemplari di
Castelraimondo
dovrebbero collocarsi all’inizio del II secolo a.C..
Quelle
cronologicamente successive, probabilmente del I secolo a.C., so-no
sempre di tipo
celtico, in ferro, del tardo La Tène.
Sono state
rinvenute anche fibule romane di schema La Tène, cioè che ri-calcavano
una tradizione
artigianale celtica con una produzione in larga sca-la
tipica del mondo
romano. Si tratta di una tipo “Aucissa” probabilmente ri-85
feribile alla
fine del I secolo a.C., e una “de Jezerine”, tipo molto diffuso in
tutta Europa
dalla penisola iberica al Danubio, forse nato nell’Italia nord-orientale
tra il 40 e il
30 a.C., con un incremento di produzione e diffusione
negli ultimi
anni dello stesso secolo. L’ultima del gruppo è una “kräftig profi-lierte
fibel”, tipo
prodotto inizialmente in Pannonia o nella regione alpina
orientale,
diffusosi in tutta l’Europa nord-orientale con la romanizzazione, fi-no
a surclassare
sul mercato dal I al III secolo d.C. le “Aucissa”.
Le già citate
“Ringfibeln” per la loro forma rotonda si differenziano in
modo evidente
dalle altre (fig. 47), anche nel principio di utilizzo che preve-deva
lo scorrimento
dell’anello (che costituisce la fibula) per ottenerne la
chiusura (fig.
48); il tipo maggiormente diffuso in Europa centro-orientale è
tardoantico,
databile al IV e V secolo d.C., confermato a Castelraimondo dal-la
datazione dello
strato di provenienza.
Sempre
tardoantiche sono le due fibule bronzee di tipo “Gurina” presso-ché
intatte, una
decorata a piccoli cerchi concentrici (fig. 46), l’altra con glo-bi
massicci (fig.
49); il tipo, utilizzato per fermare mantelli pesanti, secondo
alcuni studiosi
potrebbe avere avuto una destinazione femminile, corrispetti-vo
di un altro,
usato invece dai soldati per il loro abbigliamento invernale. In
Friuli, dove la
concentrazione di esemplari è particolare, dovevano esistere
parecchi
laboratori che iniziarono la produzione di questo accessorio dopo il
260 d.C.. Gli
esemplari di Castelraimondo datati anche dalla presenza nello
stesso strato di
monete, erano certo in uso dalla metà del IV fino ai primi
trent’anni del V
secolo d.C..
Non mancano,
anche se scarsissimi, ornamenti femminili come orecchini
e bracciali. I
primi sono costituiti da due esemplari frammentari: uno, celtico,
del tipo trovato
anche a Montebello Vicentino, costituito da un filo di bronzo
ripiegato a
cappio decorato da globetti tubolari disposti a croce, è del IV se-colo
a.C., e
appartiene alla 1 a fase di vita dell’insediamento che, come si è det-to
sopra (Cap. III,
Par. 1), contribuisce a datare (fig. 18); l’altro, ad anello ar-genteo
con perla vitrea
verdeazzurra, è probabilmente tardoantico (fig. 44).
I due bracciali,
in stato di conservazione molto diverso, sono l’uno celtico
e l’altro di età
romana. Il primo, frammentario, è composto da due fili di bron-zo
intrecciati e
manca purtroppo della chiusura, molto utile per la datazione;
trova numerosi
confronti nel mondo celtico tra cui quello di un corredo tom-bale
di Dürrnberg
presso Hallein (Salisburgo), risalente al III secolo a.C.. L’al-tro,
intatto, è
rigido, a cerchio aperto con ingrossamenti globulari alle estremità
(fig. 37); è del
tutto analogo ad altri trovati in Veneto in tombe di età romana.
Le monete,
presenti a Castelraimondo in quantitativi non particolarmen-te
consistenti,
suggeriscono tuttavia alcune osservazioni sulla durata dell’oc-cupazione
del sito e sulle
sue vicende storiche.
86
Il piccolo
esemplare di moneta celtica in argento, decorato sul rovescio
da una croce
(fig. 20), documenta i rapporti con il potente regno transalpino
del Norico,
mentre la dracma venetica databile alla metà del II a.C., sempre
in argento, con
impressi la testa di Artemide sul diritto e il leone sul rovescio
(fig. 19),
conferma il collegamento con il territorio veneto che emerge anche
in altre classi
di materiali, oltre che nelle tecniche edilizie.
Tra le monete
repubblicane, la consunzione di alcuni esemplari fa pensa-re
che fossero
rimasti in circolazione perticolarmente a lungo, fino all’inizio
dell’impero,
forse per carenza di produzione di nuove monete.
La
documentazione dell’inizio dell’età imperiale (Ottaviano Augusto è il
primo sovrano
dal 27 a.C. al 14 d.C.) è molto ridotta e discontinua, soprat-tutto
a confronto con
altre aree dell’Italia settentrionale.
Le monete del
medio impero, cioè di Traiano (zecca di Roma, 103-111
d.C.), Adriano
(zecca e datazione non identificabili; fu imperatore da 117 al
138 d.C.) e
Marco Aurelio (zecca di Roma, 145-146 d.C.), suggeriscono un
fenomeno di
rallentamento nel ricambio del circolante, corrispondente e coe-vo
a quello di
altri territori italiani, ma soprattutto gallici. Il denario di Seve-ro
Alessandro
(zecca di Antiochia, 223 d.C.), non è da considerare acciden-talmente
smarrito come di
solito accade per la maggior parte dei rinvenimenti
numismatici di
uno scavo, bensì volutamente scartato perché riconosciuto su-berato,
cioè costituito
da un’anima di metallo vile solo ricoperta da una la-mina
argentea, e
quindi moneta non realmente corrispondente al valore che
indicava. Questo
induce a riflettere sulle circostanze che fanno sopravvivere
il materiale
numismatico attraverso lo scavo: la maggior parte dei pezzi di al-to
valore
intrinseco veniva conservata accuratamente e smarrita più difficil-mente
delle monete di
scarso valore, più facilmente soggette ai passaggi di
mano per le
numerose transazioni di piccola e media entità.
Il numero
modesto di monete fino alla metà del III secolo d.C. fa pensa-re
non tanto ad una
scarsa presenza di monete nella zona, quanto piuttosto a
poche occasioni
di smarrimento, quali eventi drammatici o frequenti transa-zioni
commerciali.
Dalla seconda
metà del III d.C. i reperti numismatici aumentano: la si-tuazione
era cambiata.
Componenti determinanti furono in quegli anni le vi-cende
militari e le
invasioni che provocarono passaggi di eserciti, elementi
diffusori di
moneta per eccellenza nel mondo antico (i soldati erano pagati in
moneta), nonché
la tendenza alla concentrazione dell’insediamento in località
giudicate più
sicure.
Alcune
caratteristiche nella distribuzione cronologica dei pezzi soprav-vissuti
sembrano
derivare da situazioni contingenti: un avvenimento facilitò
lo smarrimento o
l’abbandono improvviso di monete dopo le emissioni del
periodo 270-276
d.C. (supponiamo si tratti della distruzione di cui si parla al
Cap. III, Par.
2), come testimoniano gli esemplari di Floriano (zecca di Roma
87
o di Ticinum,
275-276 d.C.) e di Probo (diverse monete dalle zecche di Ro-ma,
di Ticinum e di
Siscia, emesse tra il 276 e il 282 d.C., fig. 40), non comu-ni
in altri siti
dell’Italia settentrionale.
La
documentazione relativa al IV secolo corrisponde a quella di altri siti
dell’arco alpino
orientale, sia nell’assenza di pezzi di valore tesaurizzati dopo
la riforma del
sistema monetale voluta da Diocleziano (imperatore dal 284 al
305 d.C.), sia
nella concentrazione di esemplari di Costanzo II (imp. dal 337
al 361 d.C.),
dovuta alla lunga sopravvivenza delle sue monete, registrata an-che
altrove.
Gli esemplari
monetali prodotti nel periodo 408-423 d.C. forniscono l’ul-timo
dato cronologico
certo, ma non è da escludere una loro circolazione per
tutto il corso
del V secolo.
Il quadro dei
centri di emissione, cioè delle zecche - oltre alle italiane
quella di
Siscia, in Pannonia -, rientra in quello alpino e generalmente nord-italico,
nel quale però,
a differenza di Castelraimondo, le zecche della Gallia
rivestono un
ruolo importante. La presenza di due zecche orientali, Antio-chia
e Nicomedia,
attesta la mobilità dei materiali. Nell’ultimo periodo, inve-ce,
l’area di
provenienza si restringe, in corrispondenza con le vicende stori-che
che segnarono la
riduzione dei centri di produzione di moneta di basso
valore nella
parte occidentale dell’impero a Roma, Aquileia e Siscia, e una
minor diffusione
di specie orientali.
Un caso a parte
nello studio dei materiali di Castelraimondo è costituito
dalle ossa.
L’approccio
dell’antropologo non è stato quello tradizionale proprio di
molti studi
archeozoologici volti a riconoscere le specie presenti e il loro sta-to
di crescita,
oppure a ricostruire l’habitat e l’alimentazione antica. L’obiet-tivo
è stato invece
quello antropologico-culturale: riconoscere e ricostruire ri-ti
ed usi, come ad
esempio i modi di macellazione.
E’ emersa in
questo studio l’importanza dei resti scheletrici dei bambini
rinvenuti a
Castelraimondo, di cui si è già parlato trattando la 1 a fase edilizia
del settore V
(si veda il Cap. III, Par. 1, fig. 16): 11 individui morti in età pe-rinatale,
(cioè negli
ultimi due mesi di gestazione e/o alla nascita), in alcuni
casi
probabilmente per la pratica abortiva chirurgica dell’embriotomia.
Le fratturazioni
delle ossa animali (soprattutto di maiale, poi di pecora,
di bue, di
cervo, di orso e, tra i volatili, di gallina), secondo l’antropologo so-no
eccessive,
anomale, antieconomiche e incongruenti per una normale pra-tica
di macellazione;
talora i frammenti risultano successivamente rilavorati.
Sembra piuttosto
che si tratti di macellazioni di tipo sacrificale compiute du-rante
cerimonie
funebri o altre manifestazioni di carattere religioso o magico,
non escluse
quelle di tipo iniziatico e divinatorio.
Questo elemento
è stato accostato ai dati archeologici: le sepolture infan-88
tili nei pressi
del grande focolare ovoidale - luogo simbolo della famiglia -, la
presenza del
rito di fondazione dei cerchi di pietra (si rimanda ancora una
volta al Cap.
III, Par. 1), il rinvenimento del frullo, lo strumento della sfera
magico-rituale,
nonché altre caratteristiche architettoniche che anticamente
“segnalavano”
questi elementi nell’edificio del settore V in età protostorica,
hanno suggerito
all’antropologo l’ipotesi di una fratturazione osteomantica
nell’ambito di
rituali magico-religiosi delle culture celtica, venetica e retica.
La suggestiva
idea, lanciata con audacia, era ancora da verificare da par-te
dello studioso,
prematuramente scomparso. Per il momento resta tra i se-greti
del colle.
Un reale
affascinante elemento magico-rituale è senz’altro l’iynx (frullo o
rombo, fig. 15),
le cui perforazioni furono eseguite probabilmente con la
punta di un
piccolo coltello, allo stato fresco dell’osso, un metatarso ovino.
Una funicella
doveva passare attraverso una delle due coppie di fori, rien-trando
nel verso
opposto e restando libera in egual misura ai lati. Tirando e
rilasciando le
estremità della corda, l’osso ruotava come un volano, provo-cando
un suono. Le
tipologie di questo strumento erano variabili e diffuse in
tutti i
continenti. L’utilizzazione, più spesso sacrale, era in rapporto con ceri-monie
di iniziazione o
funerarie, riti di fertilità, celebrazioni cultuali di tipo
misterico. In
Europa è ancora diffuso come giocattolo per l’infanzia, destina-zione
frequente nella
storia delle religioni.
89
IL FUTURO
DEL COLLE
Cap. VI
CONSERVARE CASTELRAIMONDO:
IL PARCO
ARCHEOLOGICO
La tutela e la
valorizzazione dei siti archeologici sono un obiettivo recen-te
della scienza
archeologica, in netta contrapposizione alla concezione “an-tiquaria”
del passato che
nei campi di scavo vedeva dapprima il teatro di ve-ri
e propri sterri
alla ricerca di tesori nascosti, ed in seguito le pure fonti di
recupero di
oggetti antichi da porre nei musei.
Risulta
emblematico di questo cambiamento di prospettiva il caso del-le
due Pompei: la
città dei vecchi scavi con i suoi ruderi abbandonati e i
suoi resti
pittorici, sia pure eccezionali ma sempre frammenti deconte-stualizzati
e tesaurizzati
nel Museo Nazionale di Napoli, è inesorabilmen-te
contrapposta
alla città degli scavi attuali che da Via dell’Abbondanza ha
cominciato a
rivivere con tutte le sue decorazioni e i suoi arredi entro le ri-pristinate
architetture.
E’ da tempo
iniziata dunque una qualificazione “museale” delle aree di
scavo,
nell’ottica di una reciproca integrazione tra luogo di conservazione e
contesto di
rinvenimento degli oggetti. Oggi si pretende che le metodologie
della ricerca
archeologica si completino tra loro, in funzione della sistema-zione
conservativa dei
siti scavati e dei reperti mobili. La tutela valorizzatrice
del patrimonio
archeologico prevede i “musei all’aperto” per le strutture ar-chitettoniche
(che mantengano
in situ se possibile gli elementi decorativi), in
stretta
connessione con i “musei al chiuso” per i reperti mobili, che nella si-tuazione
ideale per la
contestualizzazione dell’oggetto dovrebbero essere col-locati
vicino alle aree
scavate (purtroppo strutture rarissime a causa dei costi
di gestione
quasi sempre proibitivi); in alternativa, i musei locali che riuni-scono
i materiali
rinvenuti nelle aree archeologiche circostanti, permettono
che il manufatto
resti ancorato almeno al proprio territorio.
Conservazione
del sito archeologico significa dunque intervenire sui mec-canismi
che secondo le
leggi naturali tendono inesorabilmente a ricondurre a
materie prime i
prodotti dell’attività umana. È pertanto indispensabile sosti-tuire
il principio
della conservazione preventiva all’azione posteriore al dan-no,
cioè il
restauro. La tutela delle strutture archeologiche, come quella dei
materiali messi
in luce, deve iniziare fin dal primo momento di programma-93
94
zione dello
scavo, per mettere in salvo la maggior quantità possibile di dati e
per conservare e
rendere tutti i rinvenimenti fruibili al pubblico anche in fu-turo.
Il momento dello
scavo può essere disastroso per i resti archeologici. Ap-pena
vengono messi in
luce, i reperti subiscono uno choc inevitabile dovuto
sia al brusco
cambiamento della temperatura ambientale, della relativa umi-dità
e
dell’esposizione alla luce e all’ossigeno, sia all’improvvisa mancanza del
sostegno del
terreno che li avvolgeva. Lasciando i reperti abbandondati in un
equilibrio
instabile con l’ambiente circostante, si accelera l’inarrestabile pro-cesso
di deterioramento.
È compito dell’équipe di lavoro minimizzare gli
stress
ambientali subiti dalle strutture durante l’esposizione all’aria aperta e
dai reperti
mobili durante l’imballaggio e il trasporto in deposito.
Determinante è
l’intervento dell’archeologo nella prima protezione delle
strutture in
elevato che affiorano durante i lavori di scavo. Se le murature con
legante non
comportano particolari problemi, tranne in caso di scavi di alza-ti
molto imponenti,
i muri a secco come quelli di Castelraimondo risultano
più delicati: la
mancanza improvvisa del sostegno del terreno deve essere
compensata
dall’azione di contenimento data da assi di legno o da reticoli di
pali puntellati,
come è avvenuto nella casetta del settore IV.
Per i reperti
mobili si provvede ad un trattamento di “pronto interven-to”,
cioè pulitura e
provvisorio consolidamento, solo in caso di effettiva ne-cessità,
demandando il
compito al restauratore per un successivo lavoro in
laboratorio.
Allestimento di
sistemi di drenaggio e argini per facilitare il deflusso del-l’acqua
in eccesso,
innalzamento di tettoie temporanee su settori particolar-mente
delicati,
opportuna collocazione del terreno di riporto e dei detriti, re-cinzione
dell’area per
tenere lontano i visitatori non autorizzati, sono ele-mentari
provvedimenti
comunementi adottati nel cantiere, vòlti anche alla
conservazione
del sito.
Per la
protezione dello scavo tra una campagna e l’altra (spesso come a
Castelraimondo
estive e quindi a scansione annuale) si adottano vari provve-dimenti
a seconda della
situazione contingente: recinzione definitiva del sito,
reinterro
dell’intera area o di tagli selezionati, consolidamento e copertura
rinforzata dei
muri, copertura generale del cantiere con fogli protettivi di ma-teriali
naturali o
sintetici (preferibilmente scuri per evitare la nascita di ve-getazione
le cui radici
potrebbero danneggiare gli strati).
Se le misure
adottate per la protezione interstagionale del sito possono in-fluire
sulla sua
conservazione, ovviamente ancora maggiori sono le conse-guenze
determinate
dalle soluzioni scelte per la tutela permanente dell’area
archeologica,
con la creazione del parco.
Non tutti i siti
vengono conservati, terminato lo scavo: alcuni sono di-
strutti per
costruire edifici moderni, altri vengono consolidati ed interrati.
Nessun’area
archeologica deve comunque essere abbandonata all’inevitabile
distruzione da
parte di agenti umani o naturali che purtroppo sono un co-stante
pericolo anche
per i siti oggetto di tutela: acque percolanti, umidità,
smog cittadino e
inquinamento atmosferico in un sito urbano, oppure ani-mali
selvatici,
smottamenti, dissesti per penetrazioni di radici in uno extraur-bano,
concorrono a
provocare un continuo degrado qualunque sia la solu-zione
di tutela
adottata per l’area.
Pulitura, consolidamento,
protezione e custodia del sito rientrano obbli-gatoriamente
in qualunque
programma di tutela. Tra le molteplici soluzioni,
frutto della
collaborazione dei differenti specialisti, è opportuno operare scel-te
che rispondano
alle singole situazioni e non a rigide idee precostituite.
Per preservare
le parti antiche nelle murature con leganti, dopo averle
consolidate,
normalmente si alzano le strutture di alcuni corsi nel medesimo
materiale
(talora di colore diverso), lasciando uno stacco che segnali
inequi-vocabilmente
l’intervento
moderno; l’ultima fila è di solito di elementi atti ad
impedire
infiltrazioni d’acqua, ad esempio pietra. Soprattutto all’estero, nel-l’Europa
centrale in
particolare, in ambito extraurbano è predominante il gu-sto
di coronare le
strutture murarie - chiuse superiormente da una soletta di
cemento - con
uno strato erboso che conferisce un aspetto di giardino o par-co
all’area
archeologica e al tempo stesso protegge dai danni del freddo la su-perficie.
I muri a secco
come quelli di Castelraimondo sono ovviamente le strut-ture
più delicate da
conservare e vengono in genere consolidati con legante
che deve
risultare il meno invadente possibile, per non alterare la percezione
della
costituzione originaria; ciò è possibile non tanto siringando il materiale
fra i conci,
quanto piuttosto spalmandolo tra l’uno e l’altro, operazione però
molto costosa in
termini di tempo e manodopera. Sono da preferire nella
composizione del
legante, materiali locali che non alterino esteticamente la
struttura. Di
recente si sta diffondendo l’impiego di resine epossidiche che
consolidino
direttamente il terreno.
Anche se non
rientra nel nostro caso, è necessario spiegare che le deco-razioni
architettoniche
ed in particolare i mosaici, che in passato venivano de-contestualizzati
con il
trasferimento nei musei dove se ne percepiva esclusi-vamente
la funzione
ornamentale, oggi sono lasciati se possibile in situ, come
si è detto, per
assicurare l’integrità all’area archeologica. Questa nuova ottica
conservativa
pone maggiormente l’accento sul problema delle coperture mo-derne
degli edifici
(fig. 63). Queste, che possono essere piane oppure allusi-ve
alla volumetria
originaria degli ambienti, in materiale trasparente oppure
no, unitarie o
articolate, è necessario che non siano invadenti per le muratu-re
antiche. In
passato erano strutture prevalentemente pesanti, con pali me-tallici
o pilastri
cementizi spesso infissi o poggianti sui muri antichi; oggi si
95
preferiscono
tensostrutture, meglio se modulari perché adattabili a superfici
con qualunque
perimetro, rette da leggerissimi supporti posti al di fuori del-l’area
edificata. E’
questo il caso del progetto di Castelraimondo, dove però
le coperture
saranno simili a quelle antiche, anche nei materiali, perché si in-tegrino
con l’ambiente
(fig. 64).
Ovviamente il
trattamento conservativo dell’area archeologica, cioè pu-litura
e interventi di
mantenimento, deve essere continuo. La manutenzio-ne
è continuamente
attiva nelle zone scelte per la presentazione e l’esposi-zione
permanente al
pubblico, i cosiddetti “parchi archeologici”; questi co-stituiscono
l’assetto
giuridico-amministrativo di un insieme territoriale for-temente
caratterizzato
da emergenze archeologiche, nel quale le finalità glo-bali
e specifiche come
la salvaguardia e lo sviluppo degli elementi storico-artistici,
naturali ed
umani siano promosse e disciplinate attraverso un re-gime
di vincoli ed
incentivi. La protezione totale è infatti incompatibile con
l’uso totale.
Definita la perimetrazione del territorio interessato, di regola si
delinea una
differenziazione tra parco vero e proprio e sub-parco, il terri-torio
a ridosso delle
aree di grande interesse storico, per il quale non si ri-tengono
però necessarie
né una rigida programmazione né una stretta nor-mativa
per garantirne
tutela e gestione. Si programmano a questo punto i
principali
interventi da eseguire per realizzare il parco: zonizzazione del
territorio;
individuazione dei vincoli, degli incentivi e della normativa di tu-tela;
definizione degli
itinerari archeologici e relativi centri di lettura; iden-tificazione
degli itinerari
di particolare interesse ambientale; organizzazio-ne
della viabilità
interna e periferica e, ove necessario, dei sistemi agrario,
produttivo e
residenziale; individuazione e localizzazione delle attrezzature
di servizio;
direttive in materia di recupero dei manufatti esistenti; inter-venti
tesi al
riequilibrio paesaggistico.
Particolare
attenzione deve essere rivolta alla fruizione dell’area archeo-logica
da parte del
pubblico. Nel caso di strutture complesse ed articolate, i
problemi di
comprensione per il visitatore medio spesso sono tali da impedi-re
un corretto
apprezzamento di tutte le valenze culturali contenute nel mo-numento.
È compito di chi
opera nel settore dei Beni Culturali rendere ma-nifesta
ed accessibile
la maggior parte delle potenzialità nascoste, mettendo
l’osservatore
nella condizione di poter ricevere sull’area da visitare informa-zioni
in maggior o
minor quantità, a seconda delle esigenze. Percorsi di visi-ta
segnalati da
pannelli didascalici, magari con diversi livelli di lettura per il
visitatore più
attento o per quello più frettoloso, consentono il sistema
d’informazione
più efficace.
A Castelraimondo
il progettato parco archeologico, in corso d’attuazio-ne,
prevede un unico
percorso circolare nel bosco, con zone di sosta dove il
visitatore possa
fermarsi per apprezzare pienamente il sito e pannelli esplica-tivi
delle varie fasi
di vita del colle. Le strutture antiche saranno dotate di co-96
perture, come si
è detto, che le proteggano dopo essere state restaurate. L’e-sposizione
permanente dei
reperti, allestita nel contiguo paese in concomi-tanza
con l’inizio dei
lavori, integra il parco, nell’ottica di una completa con-servazione
del sito.
Il parco
archeologico, tutelando i segreti in parte svelati del colle, li tra-smetterà
definitivamente
dal passato al futuro.
97
DIE GEHEIMNISSE
VON
CASTELRAIMONDO
101
DIE GEHEIMNISSE VON CASTELRAIMNDO
Die Wunder der Hügel
Der Hügel von Castelraimondo (italienische
Übersetzung des lokalen Ortsnamens
Zuc ‘Scjaramont) beherrscht die
Mündung des Flusses Arzino in den Tagliamento,
gegenüber dem Felsen von Ragogna.
Die erhöhte, strategische Position
erlaubte es in der Antike wie heute, einen sehr
weiten Horizont der friaulischen
Ebene, von Osoppo bis zum Meer bei Aquileia sowie
den letzten Abschnitt des engen Tales
des Arzino zu kontrollieren, das durch Karnien zu
den Alpenpässen aufsteigt, die in das
heutigen Österreich, dem römische Noricum
führen.
Darin liegt wahrscheinlich die lange
Siedlungskontinuität am Hügel begründet, der
wenigstens vom 4. Jahrhundert vor
Christus bis zum 10. Jahrhundert nach Christus
sowie im Spätmittelalter vom Ende des
13. Jhdts. bis zur Hälfte des 14. Jahrhunderts
besiedelt war.
Bereits aus dem 19. Jahrhundert gibt
es Hinweise auf archäologische Funde auf dem
Hügel, fast alle nicht überprüfbar,
jedoch genau beschrieben und dokumentiert von
Monsignore Biasutti in seinem
gelehrten Werk über Forgaria: Griechische und römische
Silbermünzen, Aschenurnen,
“Steinkugeln, Lanzen- und Pfeilspitzen, Messer, Knochen
großer Menschen”, von denen
schriftliche Quellen aus dem 19. Jahrhundert, die uns
nicht erhalten geblieben sind und
mündliche Tüberlieferung erzählen. Einige
Entdeckungen hingegen wie jene vor 50
Jahren noch sichtbaren Stukturen scheinen mit
jenen übereinzustimmen, die durch
neuere Grabungen ans Licht gebracht wurden: der
“Brunnen” von Planc de la Fontana
könnte der Turm des Sektors IV sein und die Ruinen
am Fuße des Hügels auf der Pustota könnten
die römischen Mauern des Gebäudes im
Sektor V sein. Das von diesen Funden
ausgelöste große Interesse war teils im
Nationalismus des 19. Jahrhunderts
begründet, der durch Bezugnahme auf die Römerzeit
die Zugehörigkeit Friauls zu Italien
unterstreichen wollte und teils in der Resonanz auf
die mit der Antike in Verbindung
stehenden neu entstandenen wissenschaftlichen
Disziplinen.
In jüngerer Zeit wurde das Interesse
an der antiken Geschichte Forgarias durch die
Veröffentlichung des Werkes von
Biasutti neu geweckt. Der Verlust des traditionellen
Ortsbildes durch das zerstörerische
Erdbeben von 1976 hat ebenso die Suche nach den
eigenen Wurzeln angeregt. Die
Neugierde hinsichtlich der Antike und faszinierender
Legenden, wie jene des goldenen
Kalbes, das unter einem Baum auf dem Hügel
begraben worden sein soll oder in den
Arzino geworfen, hat einige Einheimische zu
heimlichen Grabungen angeregt die
Konstruktionen und Materialien zum Vorschein
gebracht haben: Die ersteren wurden
dadurch an der Oberfläche und in ihrer Struktur
beschädigt, die zweiten wurden zum
Teil rückerstattet aber aus ihrem Kontext gerissen,
mit ungewissen unverlässlichen und
widersprüchlichen Hinweisen auf ihre Herkunft.
Zahlreiche Möglichkeiten und
Kenntnisse sind auf diesem Wege verloren gegangen.
Die Entdeckungen, die ihren
Niederschlag in der lokalen Presse fanden, haben
jedoch die Aufmerksamkeit der
friaulischen Sektion des Italiensichen Institutes für
Burgen und des Institutes für
Geschichte der Universität Udine geweckt, die die ersten
Grabungen durchgeführt haben. Die
systematische Erforschung wurde dann dem
Institut für Archäologie der
Universität Bologna anvertraut.
Vorrömische Zeit
Nach einer Zeit sporadischer Frequenz
wahrscheinlich während des Neolithikums,
entsteht im 4. Jahrhundert v. Chr.
eine befestigte Siedlung in der späten Eisenzeit, die den
Transport der Waffen und Materialien
aus Eisen kontrollierten, die von den Alpen in das
Gebiet der oberen Adria gebracht
wurden; einige eisenverarbeitenden Tätigkeiten er-folgten
innerhalb der Ansiedlung.
Die Charakteristik entspricht jener
der befestigten Lager und Ansiedlungen der
vorrömischen Zeit, wie sie auf beiden
Seiten des Ostalpenbogens ans Licht gebracht wur-den.
Wir finden sowohl die Mauern
(sogenannte Grundmauer aus unbehauten Steinen
unterschiedlicher Größe, und ohne
Verwendung von Mörtel; die Mauern verliefen mehr
oder weniger kreisförmig um den
höchsten Teil der Erhebung), als auch künstlich ange-legte
Terrassen mit Mauern in
Trockenbauweise.
Die Wohnungen sind halb in der Erde
versenkt, die in dieser Art auch im Alpenvor-land
in der Gegen von Verona und Vicenza
sowie im Bereich des frühen Veneto und
Rätiens auftauchen: In den Felsen
gehauen, mit rechteckigem oder quadratischem Grun-driß,
mit einem Korridor als Zugang. Sie weisen
Trockenmauern auf, die von einigen
großen Steinen als Fundament erstellt
wurden, auf das die mit einem Holzdach versehe-nen
Seitenwände aufbauten.
Die Dächer dürften mit pflanzlichem
Material (Stroh oder Zweigen) gedeckt gewe-sen
sein. Es handelte sich durchwegs um
Einfamilienhäuser.
Das Gebäude im Sektor V, Nord-Süd
ausgerichtet mit drei Wohnräumen, erweckt
besonderes Interesse aufgrund seiner
ungewohnten Größe und wegen der Reste eines
Gründungsritus, der unter einem
Fußboden gefunden wurde: Zwei tangierende Kreise
aus Steinen, die auf einer genau
Ost-West ausgerichteten Linie angeordnet, befinden sich
innerhalb eines zweiten größeren
Kreises auf gleichem Niveau. Darin wurde ein Gegen-stand
aus dem mystischen rituellen Bereich
gefunden: Ein bearbeiteter Schafsknochen
mit zwei Löchern; wahrscheinlich
handelt es sich um ein Musikinstrument (Rassel, Win-dorgel
oder ein Gerät zum Auffinden von
Geistern). Ein Haus in dieser besonderen Aus-führung
gehörte wahrscheinlich einer für die
kleine Gemeinde besonders wichtigen Per-son,
dem Oberhaupt oder dem Schamanen, wenn
auch die Verwendung als Kultstätte
nicht gänzlich ausgeschlossen werden
kann. Skelettreste von Föten und Neugeborenen
wurden unter der eiförmigen
Feuerstelle im nördlichen Bereich gefunden, die vermutlich
in vorrömischer Zeit entsprechend dem
im Alpenraum üblichen Ritus bestattet worden
waren.
Ein weiteres Haus, kleiner aber von
der gleichen Art, wurde im Sektor IV gefunden,
ein Bereich der auf Basis des
Fundmaterials Standort handwerklicher und produktiver
Tätigkeiten war.
Zwischen dem 2. und dem 1. Jahrhundert
v. Chr. wurde die Anlage mit neuen Befe-102
stigungswerken keltischer Form
ausgestattet: eine starke murus gallicus die auf einer Län-ge
von rund 20 m im Sektor IV freigelegt
wurde, die sich jedoch nur auf eine Höhe von
30 cm erhalten hat, was dem Niveau der
Grundmauern entspricht. Sie ist aus einem äuße-ren
Teil aus kleinen und großen Steinen
ein Trockenbauweise errichtet, ausgefüllt mit Er-de
und Steinen und einer inneren Struktur
in Holz errichtet, die mit den natürlichen
Geländevorsprüngen verbunden ist. In
der Holzstruktur blieben zahlreiche Löcher in die
senkrecht Pfeiler eingebunden waren.
Diese im keltischen Europa für Mauern verbreite-te
Bauweise ist im Detail in Caesar De
bello Gallico (VII, 23) anläßlich der Belagerung
von Avaricum beschrieben worden und
ist derzeit das einzige Beispiel, das im italieni-schen
Alpenbereich gefunden wurde.
Im 2. Jahrhundert v. Chr. war die
Entwicklung der Siedlung an den Handel mit Mi-neralien
im Alpenraum gebunden, an deren
Verarbeitung und vor allem an deren Trans-port
in Richtung der zentralen Bereiche des
Veneto gebunden, wobei das Tal des Arzino
eine Abkürzung darstellte oder
vielleicht einen sichereren Weg weitab von den gefährli-chen
Niederungen des Tagliamento.
Der Ausbau des Castelraimondo
erscheint als Folge der Gründung der römischen
Kolonie von Aquileia (181 v. Chr.) und
an des damit verbundenen Impulses für die Wirt-schaft
nicht nur für die angrenzenden
Gebiete, sondern auch für die inneralpinen Berei-che.
Aus diesen Gründen entstanden neue
Verteidigungswerke und die Verbesserung der
Bauwerke innerhalb der Ansiedlung von
Castelraimondo, als Werk von Völkern, die von
Tradition und Kultur nicht römisch
waren aber immer stärker an die römische Welt ge-bunden
wurden und am Ende dieser Periodo
ausgesprochen offen dem Handel mit den
Römern gegenüberstanden, wie Amphoren,
schwarze Sigillata und graue Keramik aus
der Poebene.
Römische Zeit
Die Militarisierung Friauls erfolgt
durch Julius Caesar zwischen 58 und 51 v. Chr.
nach der Plünderung von Tergeste
(Triest) durch die Gepiden (De bello Gallico I, 10).
Zum Zwecke der ständigen Überwachung
wurden in dieses Gebiet wenigsten vier Le-gionen
verlegt und es erfolgte die Errichtung
von mehreren befestigten Zentren: Die Ka-stelle
und Siedlungen von Tricesimo, Osoppo
und Gemona sowie die Stadt Iulium Car-nicum
(Zuglio).
In weiterer Folge, während der Kämpfe
an der Donau zur Zeit des Augustus wurde
dieses Gebiet nie zur Gänze
entmilitarisiert, trotz des Umstandes, daß die Julischen Al-pen
in jener Epoche ein ziemlich
friedliches Gebiet darstellten. Die militärische Kontrol-le
der Alpentäler wurde deshalb
beibehalten bzw. verstärkt, um neben der Kontrolle der
Heerstraßen auch ein gutes
Funktionieren des cursus publicus (militärischer Postdienst),
der von Augustus eingeführt wurde, um
die Heere in Germanien von Aquileia aus len-ken
zu können und um dem Unwesen der
Wegelagerer Einhalt gebieten zu können, die
für Reisende, Händler, und Hirten eine
Gefahr darstellten. Die Wachtürme und Signal-türme
stellten Sichtverbindung zwischen den
militärischen Abteilungen her.
In diesen allgemeinen Kontext fügt
sich der quadratische Turm des Sektors IV ein,
der zwischen dem Ende des 1. Jhdts. v.
Chr. und dem Beginn des 1. Jhdts. n. Chr. er-richtet
wurde. Dadurch wird die Bedeutung
Castelraimondos in der Hierarchie der ro-manisierten
einheimischen Ortschaften ersichtlich.
Die Bautechnik der neuen Befesti-103
gung unterscheidet sich grundsätzlich
von der vorrömischen lokalen Bauweise durch den
Gebrauch eines hervorragenden Mörtels,
die Außenwände waren verputzt - wie bei an-deren
vergleichbaren Türmen entlang des
limes (Grenze) des Reiches - und die Dächer
mit Ziegel gedeckt.
Der Turm hatte neben seiner Funktion
hinsichtlich Verteidigung, Kontrolle und Sig-nalstelle
auch einen erheblichen Wert als
Zeichen der römischen Macht und daher als
psychologische Abschreckung gegenüber
der einheimischen Bevölkerung, die an diese
Art von Bauwerken nicht gewohnt war.
Im Sektor V hat das große Gebäude eine
Reihe von baulichen Verbesserungen erfah-ren
- Dach wurde mit Ziegeln gedeckt und
andere Veränderungen, die auf römische Bau-weise
hindeuten.
Nördlich des Gebäudes wurde ein
weiterer quadratischer Aussichtsturm errichtet, in
einer beherrschenden Position über den
Tälern des Arzino und des Tagliamento.
Bis zum Jahr 270 n. Chr., als die
Dächer der Gebäude in den Sektoren IV und V ein-stürzten,
gab es keine wesentlichen baulichen
Veränderungen in der Struktur und Funk-tion
der Ansiedlung.
Die strategische Bedeutung des Ortes
wird durch die sofortigen Maßnahmen hin-sichtlich
Wiederaufbau und Restaurierung der
Strukturen verdeutlicht, die in der Phase
4a der Siedlung erfolgten.
Im Sektor V wurde das große Gebäude
durch neue Mauern vergrößert, bei deren Er-richtung
Mörtel verwendet worden war. Das
Innere des Gebäudes wurde sorgfältig ver-putzt.
Die zutage getretenen Materialien
weisen auf einen nunmehr völlig militärischen
Charakter des Ortes hin.
Die Befestigungsanlage blieb während
des gesamten IV Jahrhunderts militärisch ak-tiv
und war somit Teil der römischen
Verteidigungsanlagen, die auf einem doppelten Be-festigungsring
basierten: Einer am limes an Rhein und
Donau, ein zweiter in den alpinen
Regionen.
Um das Jahr 430 n. Chr. zerstörte ein
gewaltiges kriegerisches Ereignis die Siedlung:
im Sektor V zerstörte ein Brand das
Gebäude, während im Sektor IV alle Häuser und der
Turm gründlich zerstört wurden.
Auf diese Weise ging die letzte Phase
römischen Lebens auf dem Hügel zu Ende.
Nachrömische Zeit und Mittelalter
Nach der Zerstörung in der Mitte des
5. Jhdts. n. Chr. wurde auch Castelraimondo
für mehrere Jahrzehnte verlassen. In
diese Zeit fällt auch die Zerstörung von Emona
(Ljubljana) und Iulium Carnicum und
die schwere Krise von Aquileia sowie das Verlas-sen
den Villen auf der oberen friaulischen
Ebene - es waren die Jahre fortschreitenden
Zerfalls des Weströmischen Reiches.
Die Strukturen des Sektors V, befreit
von losen Steinen und ohne Verputz, wurden
im nördlichen, geschützteren Bereich
wieder benutzt - unter Verwendung noch stehen-der
Mauern, auf die einfache Holzhäuser
gebaut wurden.Tiere und Menschen bewohn-ten
jetzt die gleichen Räume, wobei sie
eine archäologische Schichte sehr dunkler Erde
produzierten (“dark earth”), die reich
an Keramikresten und Speiseresten sind, bedingt
durch die fehlende Kontrolle der
Wohnbedingungen und der Abfallbeseitigung. Dies
wird als Hinweis auf einen
beträchtlichen Rückgang der Lebensqualität in der Ansied-lung
gedeutet. Keiner der Keramik- oder
Metallfunde ist nichtrömischen Kulturen wie
104
Germanen oder Langobarden zuordenbar,
die in dieses Gebiet einfielen und die in na-hen
Anduins belegt sind. Die Siedlung von
Castelraimondo, Zufluchtstätte für Hirten
und arme Leute bestand weiter bis zum
Ende des VII n. Chr. als ein Erdbeben die rest-lichen
Mauern des Sektors V zum Einsturz
brachten und ein neues, lange andauerndes
Verlassen der Ansiedlung bewirkte und
damit die Phase 5a der Besiedelung abschloß.
Auf dem Boden der über ein Jahrhundert
als Weideland benutzt worden war, wurde
im 9. Jhdt. ein neues Gebäude aus Holz
errichtet, ein Teil davon war sicherlich ein Heu-stadel
(belegt durch Analysen der
archäologischen Botanik von Pollen blühender Pflan-zen).
Zwischen dem Ende des 9. und dem
Beginn des 10. Jhdts. wurde der noch stehen-de
Rest des Turmes im Sektor IV als
zeitweise Zuflucht oder bescheiden Wohnung ge-nutzt.
In jener Zeit kam es zu einer Erholung
in Hinblick auf Wirtschaft und Bevölkerung
in Friaul bedingt durch klimatische
Verbesserungen und trotz schrecklicher Einfälle der
Ungarn.
In den folgenden Jahrhunderten wurde
der Gipfel des Hügels ausschließlich land-wirtschaftlich
als Weideland genutzt.
Im westlichsten Hügel wurde in den
Sektoren II und III in den nach den Raubgra-bungen
erfolgten wissenschaftlichen Grabungen
Keramik- und Metallfunde entdeckt, die
dem 13. und 14. Jhdt. zuzuordnen sind
und teilweise mit jenen der vorhergehenden Jahr-hunderte
vermischt waren. Freigelege Mauern und
ein Brunnen stammen aus verschie-denen
Epochen.
Wahrscheinlich lag die
mittelalterliche Burg, Schauplatz dunkler Geschehnisse im
Kampf zwischen dem Patriarchen von
Aquileia und dem Herzog von Görz, und aussch-ließlich
in den von Biasutti gesammelten
Chroniken dokumentiert, auf diesem Teil des
Hügels.
Zur gleichen Zeit entstand im 13.
Jhdt. am Fuße des Hügels in der Ortschaft Sintig-nella
(Sektor VI) ca. 300 m östlich der
römischen Siedlung die kleine Kirche St. Agnes,
die um 1609 zerstört wurde. Nach Osten
ausgerichtet, mit einem Schiff, rechteckigem
Grundriß und fast quadratischer Absis,
aus behautem Stein erbaut. Das sakrale Bauwerk
war an die Entwicklung der unteren
Ortschaften von Forgaria gebunden, die der Neuzeit
zuzuordnen sind - in dieser Zeit
erfolgte die endgültige Aufgabe des Hügels als Sied-lungsraum.
Deutsche Übersetzung von Dieter Malle
105
DAS LEBEN
AM HÜGEL
110
111
BIBLIOGRAFIA DI
RIFERIMENTO
Per la storia
degli studi sul colle di Castelraimondo, si veda la trattazione
di V.
Lenarduzzi, Il castello di Chiaromonte e la chiesa di S. Agnese in Forga-ria,
Udine 1905.
Un’approfondita
e dotta documentazione è raccolta nell’opera monu-mentale
di G. Biasutti,
Forgaria - Flagogna - Cornino - S. Rocco, Udine 1977.
Il resoconto
delle prime indagini scientifiche sul colle è pubblicato in Il
colle
abbandonato di Castelraimondo. Testimoniare il passato con i metodi del
presente, a cura
di F. Piuzzi, (Istituto di Storia dell’Università di Udine, Serie
monografica di
Storia moderna e contemporanea, n. 134), Udine 1987.
I risultati
degli scavi sistematici sul colle sono pubblicati in Castelraimon-do.
Scavi 1988-1990.
I- Lo scavo, a cura di S. Santoro Bianchi, (Cataloghi e
monografie
archeologiche dei Civici Musei di Udine, 2), Roma 1992; lo stu-dio
dei materiali
rinvenuti è in Castelraimondo. Scavi 1988-1990. II- Informa-tica,
archeometria e
studio dei materiali, a cura di S. Santoro Bianchi, (Cata-loghi
e monografie
archeologiche dei Civici Musei di Udine, 5), Roma 1995.
Per una
trattazione dello scavo stratigrafico si veda A. Carandini, Storie
dalla terra.
Manuale dello Scavo Archeologico, Torino 1991.
Il più recente
manuale su tutte le fasi dell’indagine archeologica, agile
strumento
didattico, è Archeologia come metodo. Le fasi della ricerca, a cura
di S. Santoro
Bianchi, (Istituto di Storia dell’Arte, Quaderni del Seminario di
Archeologia 1),
Parma 1997, che contiene anche indicazioni per la metodo-logia
da seguire nello
studio del materiale archeologico.
Per la
trattazione della conservazione sullo scavo archeologico, si veda
l’amplissima
esemplificazione di musealizzazione di aree archeologiche in Ita-lia,
I siti
archeologici. Un problema di musealizzazione all’aperto, Primo Semi-nario
di Studi - Roma
febbraio 1988, a cura di B. Amendolea, R. Cazzella, L.
Indrio, Roma
1988. Per contributi recenti, si vedano: I siti archeologici. Un
problema di
musealizzazione all’aperto, Secondo Seminario di Studi - Roma
gennaio 1994, a
cura di B. Amendolea, Roma 1995; I.B.A.C.N., Archeologia
e ambiente, Atti
del Convegno Ferrara Restauro ‘98, Bologna 1999.
Altra
bibliografia su Castelraimondo: S. Santoro, Les forteresses romaines
de la Carnia:
les fouilles de Castelraimondo, in Peuplement et exploitation du
milieu Alpin,
Actes du Colloque de Belley (maggio 1989), Torino 1991, pp.
199-210; S.
Santoro, Fortezze d’altura e insediamenti fortificati nel settore al-pino
orientale al
tempo di Milano capitale, in Felix temporis reparatio, Milano
1992, pp.
357-367; S. Santoro, La ceramica grezza romana di Castelraimondo:
problemi di
metodo e prospettive di ricerca, in Aquileia e l’arco adriatico, Anti-chità
altoadriatiche
XXXVI, 1990, pp. 375-404; M. P. Guermandi, S. Santoro
Bianchi,
Problemi e metodi di classificazione della ceramica grezza romana di
Ca-stelraimondo
(Udine), Rei
Cretariae Romanae Fauctorum Acta XXXI- XXXII,
1990 (1992), pp.
557-577; S. Santoro, Indici di rinnovamento e tecniche costrut-tive
“povere”
nell’edilizia residenziale romana dell’Italia settentrionale, in La ciu-dad
en el mundo
romano, XIV Congresso Internazionale di Archeologia Clas-sica,
Tarragona 1993,
Preactas, vol. II, p. 289; S. Santoro, Un nuovo paradigma
interpretativo
per la ceramica grezza alpina, Ocnus 1, 1993, pp. 175-184; S. San-toro
Bianchi, M. P.
Guermandi, Tecniche edilizie romane nell’area alpina: me-todologia
di analisi
quantitativa e primi risultati di una ricerca, in Mélanges Ray-mond
Chevallier,
Caesarodunum XXVIII, 1994, vol. II, t. 1, pp. 75-93; S. San-toro
Bianchi, Indici
di rinnovamento e tecniche costruttive “povere” nell’edilizia
residenziale
romana dell’Italia settentrionale, Aquileia Nostra LXV, 1994, pp.
161-184; A. M.
Capoferro Cencetti, S. Santoro Bianchi, Restauro, conservazio-ne
e valorizzazione
di un insediamento fortificato alpino con particolare riguardo
alle tecniche
edilizie in terra e pietra, in I siti archeologici. Un problema di
mu-sealizzazione
all’aperto,
Secondo Seminario di Studi - Roma gennaio 1994, a cu-ra
di B. Amendolea,
Roma 1995, pp. 304-314; S. Santoro, Ambiguous evidence:
earthquakes
and ancient buildings techniques in an alpine example (4th-7th cen-turies),
Annali di
Geofisica XXXVIII, 5-6, nov. dic. 1995, pp. 753-762; S. San-toro,
The
pottery of the military station at Castelraimondo (Udine, Italy), Rei
Cretariae
Romanae Fauctorum Acta XXXVI- XXXVII, 1996, pp. 557-577; S.
Santoro, Dalla
sismologia storica all’archeosismologia, Ocnus, 4, 1996, pp. 253-
264; S. Santoro,
Castelraimondo: la labile evidenza di un insediamento tra IX e
X secolo d.C.,
in Poppone. L’età d’oro del patriarcato di Aquileia, Roma 1997, pp.
271-275; S.
Santoro, La tradizione romana delle fortificazioni in terra pietra e le-gno,
Convegno
nazionale dell’Istituto Italiano dei Castelli, Pieve di Cento 1996,
Padova 1998, pp.
17-28; S. Santoro, Castella in tumulis: nuove acquisizioni sui
villaggi
d’altura del retroterra aquileiese, Caesarodunum 1997, in stampa; S.
Santoro,
Submontana castella: Castelraimondo di Forgaria del Friuli, in Scavi e
ricerche del
Dipartimento di Archeologia, a cura di M. T. Guaitoli, Bologna
1997; S. Santoro
(a cura di), Problemi di studio e conservazione degli insedia-menti
minori romani di
area alpina, Atti dell’incontro di studio Forgaria 1997,
Bologna 1998.
112
113
INDICE
Presentazioni
pag. 5
Premessa » 9
ALLA RICERCA
DEGLI ANTICHI ABITATORI
Cap. I La storia degli
studi e i precedenti dello scavo »13
Cap. II L’insediamento
d’altura nel territorio friulano
tra età
pre-romana e Medio Evo »16
Cap. III I risultati
dello scavo di Zuc ’Scjaramont -
Castelraimondo
»20
1. I primi
abitanti del colle (l’età pre-romana) »20
2. Un
insediamento militare (l’età romana) »25
3. Il declino
dell’insediamento (l’età post-romana) »30
4. L’abbandono,
il castello e la chiesa
(l’età
medioevale e rinascimentale) »32
Riepilogo delle
fasi di vita del colle »35
I METODI E I
MATERIALI
Cap. IV La metodologia
dell’indagine archeologica »75
1. Lo scavo
stratigrafico »75
2. Strategie di
scavo »76
3. Il computer
sullo scavo »78
Cap. V I materiali »81
IL FUTURO DEL
COLLE
Cap. VI Conservare
Castelraimondo: il parco archeologico »93
DIE GEHEIMNISSE VON CASTELRAIMONDO
»99
DAS LEBEN AM HÜGEL » 107
Bibliografia di
riferimento » 111
Finito di
stampare
nel mese di
settembre 1999
presso la
Lithostampa
di Pasian di
Prato - Udine
115
116
RIEPILOGO DELLE
FASI DI VITA DEL COLLE
I PERIODO:
PRE-ROMANO
Fase 1 a
: IV-II secolo
a.C.
terrazzamenti,
fortifica-zioni
con percorsi di
pie-tre,
rito di
fondazione,
costruzione
dell’edificio
del settore V e
del IV
Fase 2 a : II-I secolo
a.C.
costruzione del
muro di
fortificazione
del settore
IV (murus
gallicus)
II PERIODO:
ROMANO
Fase 3 a : 25 a.C.- 270
d.C.
costruzione
della torre
del settore IV e
della tor-re
del settore V,
ristruttu-razioni
all’edificio V,
1°
crollo delle
strutture nel
settore V
117
Riepilogo delle
fasi
di vita del
Colle
119
Das Leben
am Hügel
121
122