CONSERVARE CASTELRAIMONDO:

IL PARCO ARCHEOLOGICO

 

IL FUTURO DEL COLLE

La tutela e la valorizzazione dei siti archeologici sono un obiettivo recen-te

della scienza archeologica, in netta contrapposizione alla concezione “an-tiquaria”

del passato che nei campi di scavo vedeva dapprima il teatro di ve-ri

e propri sterri alla ricerca di tesori nascosti, ed in seguito le pure fonti di

recupero di oggetti antichi da porre nei musei.

Risulta emblematico di questo cambiamento di prospettiva il caso del-le

due Pompei: la città dei vecchi scavi con i suoi ruderi abbandonati e i

suoi resti pittorici, sia pure eccezionali ma sempre frammenti deconte-stualizzati

e tesaurizzati nel Museo Nazionale di Napoli, è inesorabilmen-te

contrapposta alla città degli scavi attuali che da Via dell’Abbondanza ha

cominciato a rivivere con tutte le sue decorazioni e i suoi arredi entro le ri-pristinate

architetture.

E’ da tempo iniziata dunque una qualificazione “museale” delle aree di

scavo, nell’ottica di una reciproca integrazione tra luogo di conservazione e

contesto di rinvenimento degli oggetti. Oggi si pretende che le metodologie

della ricerca archeologica si completino tra loro, in funzione della sistema-zione

conservativa dei siti scavati e dei reperti mobili. La tutela valorizzatrice

del patrimonio archeologico prevede i “musei all’aperto” per le strutture ar-chitettoniche

(che mantengano in situ se possibile gli elementi decorativi), in

stretta connessione con i “musei al chiuso” per i reperti mobili, che nella si-tuazione

ideale per la contestualizzazione dell’oggetto dovrebbero essere col-locati

vicino alle aree scavate (purtroppo strutture rarissime a causa dei costi

di gestione quasi sempre proibitivi); in alternativa, i musei locali che riuni-scono

i materiali rinvenuti nelle aree archeologiche circostanti, permettono

che il manufatto resti ancorato almeno al proprio territorio.

Conservazione del sito archeologico significa dunque intervenire sui mec-canismi

che secondo le leggi naturali tendono inesorabilmente a ricondurre a

materie prime i prodotti dell’attività umana. È pertanto indispensabile sosti-tuire

il principio della conservazione preventiva all’azione posteriore al dan-no,

cioè il restauro. La tutela delle strutture archeologiche, come quella dei

materiali messi in luce, deve iniziare fin dal primo momento di programma-93

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zione dello scavo, per mettere in salvo la maggior quantità possibile di dati e

per conservare e rendere tutti i rinvenimenti fruibili al pubblico anche in fu-turo.

Il momento dello scavo può essere disastroso per i resti archeologici. Ap-pena

vengono messi in luce, i reperti subiscono uno choc inevitabile dovuto

sia al brusco cambiamento della temperatura ambientale, della relativa umi-dità

e dell’esposizione alla luce e all’ossigeno, sia all’improvvisa mancanza del

sostegno del terreno che li avvolgeva. Lasciando i reperti abbandondati in un

equilibrio instabile con l’ambiente circostante, si accelera l’inarrestabile pro-cesso

di deterioramento. È compito dell’équipe di lavoro minimizzare gli

stress ambientali subiti dalle strutture durante l’esposizione all’aria aperta e

dai reperti mobili durante l’imballaggio e il trasporto in deposito.

Determinante è l’intervento dell’archeologo nella prima protezione delle

strutture in elevato che affiorano durante i lavori di scavo. Se le murature con

legante non comportano particolari problemi, tranne in caso di scavi di alza-ti

molto imponenti, i muri a secco come quelli di Castelraimondo risultano

più delicati: la mancanza improvvisa del sostegno del terreno deve essere

compensata dall’azione di contenimento data da assi di legno o da reticoli di

pali puntellati, come è avvenuto nella casetta del settore IV.

Per i reperti mobili si provvede ad un trattamento di “pronto interven-to”,

cioè pulitura e provvisorio consolidamento, solo in caso di effettiva ne-cessità,

demandando il compito al restauratore per un successivo lavoro in

laboratorio.

Allestimento di sistemi di drenaggio e argini per facilitare il deflusso del-l’acqua

in eccesso, innalzamento di tettoie temporanee su settori particolar-mente

delicati, opportuna collocazione del terreno di riporto e dei detriti, re-cinzione

dell’area per tenere lontano i visitatori non autorizzati, sono ele-mentari

provvedimenti comunementi adottati nel cantiere, vòlti anche alla

conservazione del sito.

Per la protezione dello scavo tra una campagna e l’altra (spesso come a

Castelraimondo estive e quindi a scansione annuale) si adottano vari provve-dimenti

a seconda della situazione contingente: recinzione definitiva del sito,

reinterro dell’intera area o di tagli selezionati, consolidamento e copertura

rinforzata dei muri, copertura generale del cantiere con fogli protettivi di ma-teriali

naturali o sintetici (preferibilmente scuri per evitare la nascita di ve-getazione

le cui radici potrebbero danneggiare gli strati).

Se le misure adottate per la protezione interstagionale del sito possono in-fluire

sulla sua conservazione, ovviamente ancora maggiori sono le conse-guenze

determinate dalle soluzioni scelte per la tutela permanente dell’area

archeologica, con la creazione del parco.

Non tutti i siti vengono conservati, terminato lo scavo: alcuni sono di-

strutti per costruire edifici moderni, altri vengono consolidati ed interrati.

Nessun’area archeologica deve comunque essere abbandonata all’inevitabile

distruzione da parte di agenti umani o naturali che purtroppo sono un co-stante

pericolo anche per i siti oggetto di tutela: acque percolanti, umidità,

smog cittadino e inquinamento atmosferico in un sito urbano, oppure ani-mali

selvatici, smottamenti, dissesti per penetrazioni di radici in uno extraur-bano,

concorrono a provocare un continuo degrado qualunque sia la solu-zione

di tutela adottata per l’area.

Pulitura, consolidamento, protezione e custodia del sito rientrano obbli-gatoriamente

in qualunque programma di tutela. Tra le molteplici soluzioni,

frutto della collaborazione dei differenti specialisti, è opportuno operare scel-te

che rispondano alle singole situazioni e non a rigide idee precostituite.

Per preservare le parti antiche nelle murature con leganti, dopo averle

consolidate, normalmente si alzano le strutture di alcuni corsi nel medesimo

materiale (talora di colore diverso), lasciando uno stacco che segnali inequi-vocabilmente

l’intervento moderno; l’ultima fila è di solito di elementi atti ad

impedire infiltrazioni d’acqua, ad esempio pietra. Soprattutto all’estero, nel-l’Europa

centrale in particolare, in ambito extraurbano è predominante il gu-sto

di coronare le strutture murarie - chiuse superiormente da una soletta di

cemento - con uno strato erboso che conferisce un aspetto di giardino o par-co

all’area archeologica e al tempo stesso protegge dai danni del freddo la su-perficie.

I muri a secco come quelli di Castelraimondo sono ovviamente le strut-ture

più delicate da conservare e vengono in genere consolidati con legante

che deve risultare il meno invadente possibile, per non alterare la percezione

della costituzione originaria; ciò è possibile non tanto siringando il materiale

fra i conci, quanto piuttosto spalmandolo tra l’uno e l’altro, operazione però

molto costosa in termini di tempo e manodopera. Sono da preferire nella

composizione del legante, materiali locali che non alterino esteticamente la

struttura. Di recente si sta diffondendo l’impiego di resine epossidiche che

consolidino direttamente il terreno.

Anche se non rientra nel nostro caso, è necessario spiegare che le deco-razioni

architettoniche ed in particolare i mosaici, che in passato venivano de-contestualizzati

con il trasferimento nei musei dove se ne percepiva esclusi-vamente

la funzione ornamentale, oggi sono lasciati se possibile in situ, come

si è detto, per assicurare l’integrità all’area archeologica. Questa nuova ottica

conservativa pone maggiormente l’accento sul problema delle coperture mo-derne

degli edifici (fig. 63). Queste, che possono essere piane oppure allusi-ve

alla volumetria originaria degli ambienti, in materiale trasparente oppure

no, unitarie o articolate, è necessario che non siano invadenti per le muratu-re

antiche. In passato erano strutture prevalentemente pesanti, con pali me-tallici

o pilastri cementizi spesso infissi o poggianti sui muri antichi; oggi si

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preferiscono tensostrutture, meglio se modulari perché adattabili a superfici

con qualunque perimetro, rette da leggerissimi supporti posti al di fuori del-l’area

edificata. E’ questo il caso del progetto di Castelraimondo, dove però

le coperture saranno simili a quelle antiche, anche nei materiali, perché si in-tegrino

con l’ambiente (fig. 64).

Ovviamente il trattamento conservativo dell’area archeologica, cioè pu-litura

e interventi di mantenimento, deve essere continuo. La manutenzio-ne

è continuamente attiva nelle zone scelte per la presentazione e l’esposi-zione

permanente al pubblico, i cosiddetti “parchi archeologici”; questi co-stituiscono

l’assetto giuridico-amministrativo di un insieme territoriale for-temente

caratterizzato da emergenze archeologiche, nel quale le finalità glo-bali

e specifiche come la salvaguardia e lo sviluppo degli elementi storico-artistici,

naturali ed umani siano promosse e disciplinate attraverso un re-gime

di vincoli ed incentivi. La protezione totale è infatti incompatibile con

l’uso totale. Definita la perimetrazione del territorio interessato, di regola si

delinea una differenziazione tra parco vero e proprio e sub-parco, il terri-torio

a ridosso delle aree di grande interesse storico, per il quale non si ri-tengono

però necessarie né una rigida programmazione né una stretta nor-mativa

per garantirne tutela e gestione. Si programmano a questo punto i

principali interventi da eseguire per realizzare il parco: zonizzazione del

territorio; individuazione dei vincoli, degli incentivi e della normativa di tu-tela;

definizione degli itinerari archeologici e relativi centri di lettura; iden-tificazione

degli itinerari di particolare interesse ambientale; organizzazio-ne

della viabilità interna e periferica e, ove necessario, dei sistemi agrario,

produttivo e residenziale; individuazione e localizzazione delle attrezzature

di servizio; direttive in materia di recupero dei manufatti esistenti; inter-venti

tesi al riequilibrio paesaggistico.

Particolare attenzione deve essere rivolta alla fruizione dell’area archeo-logica

da parte del pubblico. Nel caso di strutture complesse ed articolate, i

problemi di comprensione per il visitatore medio spesso sono tali da impedi-re

un corretto apprezzamento di tutte le valenze culturali contenute nel mo-numento.

È compito di chi opera nel settore dei Beni Culturali rendere ma-nifesta

ed accessibile la maggior parte delle potenzialità nascoste, mettendo

l’osservatore nella condizione di poter ricevere sull’area da visitare informa-zioni

in maggior o minor quantità, a seconda delle esigenze. Percorsi di visi-ta

segnalati da pannelli didascalici, magari con diversi livelli di lettura per il

visitatore più attento o per quello più frettoloso, consentono il sistema

d’informazione più efficace.

A Castelraimondo il progettato parco archeologico, in corso d’attuazio-ne,

prevede un unico percorso circolare nel bosco, con zone di sosta dove il

visitatore possa fermarsi per apprezzare pienamente il sito e pannelli esplica-tivi

delle varie fasi di vita del colle. Le strutture antiche saranno dotate di co-96

perture, come si è detto, che le proteggano dopo essere state restaurate. L’e-sposizione

permanente dei reperti, allestita nel contiguo paese in concomi-tanza

con l’inizio dei lavori, integra il parco, nell’ottica di una completa con-servazione

del sito.

Il parco archeologico, tutelando i segreti in parte svelati del colle, li tra-smetterà

definitivamente dal passato al futuro.